Una storia parigina – IX

Un pomeriggio ai giardini

Un pomeriggio ai giardini

Simone e Odalys erano usciti dall’ospedale Saint Antoine e si erano fermati alla stazione di taxi più vicina.
– Non oso proporti di prendere un Velib’, disse il ragazzo mettendo una mano sulla spalla della giovane cubana. Suppongo che non avresti le forze di pedalare fino al quartiere latino.
– Supponi male, caro mio, rispose la ragazza ritrovando la sua naturale freschezza. Fare un pò di movimento fisico mi farà bene. In più oggi il cielo è terso e la giornata tiepida.
– Perfetto. Allora montiamo in sella!
Il siciliano eseguì un paio di operazioni sullo schermo tattile della postazione di noleggio, diede una rapida occhiata alla mappa dell’arrondissement e staccò due biciclette grigie dalle colonnine d’attracco.
Si occupò di regolare l’altezza dei sellini, mentre la sudamericana si tolse il camice bianco e lo sistemò nel cestino metallico.
– Seguimi. Ho studiato il percorso per arrivare velocemente a destinazione, disse il catanese.
– Quale destinazione? Chiese Odalys prima di montare in sella alla bici.
– I giardini del Lussemburgo. E’ il luogo ideale per rilassarsi e togliersi di dosso una dura giornata di lavoro.
– Ottima scelta. Adoro quel parco e tra l’altro non ci vado da molto tempo.
Il ragazzo aveva cominciato a pedalare e, di tanto in tanto, si voltava per controllare la sua compagna. Le aveva raccomandato di procedere in fila indiana ricordandole che guidare una bicicletta nel bel mezzo del traffico parigino può rivelarsi pericoloso.
L’affascinante cubana aveva rispettato quella regola per i primi dieci minuti di tragitto.
Poi, spinta dalla voglia di dialogare, si era affiancata a Simone e lo aveva interrogato sull’incontro precedente.
– Chi erano quei due senzatetto con cui parlavi?
– Due tipi particolari che ho conosciuto mentre ti aspettavo. Il ragazzo, quello che si fa chiamare Verlaine, è un tipo molto eccentrico. E’ diventato clochard per scelta. La sua è una sorta di protesta contro la società, un rifiuto estremo del sistema, il suo modo di opporsi alle ingiustizie sociali e al consumismo dilagante. Le sue idee possono essere condivise, ma la sua scelta è eccessivamente radicale. Ho cercato di farlo riflettere e gli ho spiegato che la sua presa di posizione non contribuirà a cambiare le cose. E’ molto giovane e sta attraversando una fase rivoluzionaria della sua vita. Penso che il tempo lo porterà a riflettere in maniera più razionale sul peso della sua scelta e tornerà sui suoi passi.
– E l’altro? Aveva chiesto Odalys mostrando grande interesse per il racconto di Simone.
– L’altro si chiama Philippe. Un tipo stranissimo. E’ rimasto per tutto il tempo seduto sulla panchina a scrivere strane formule matematiche e simboli algebrici. Ho provato a instaurare un dialogo con lui ma non ha funzionato. Verlaine mi ha spiegato che parla pochissimo e lo fa solamente con le persone di cui si fida ciecamente.
– E’ assurdo. Disse la ragazza approfittando di una sosta a un semaforo. Incrocio queste persone tutti i giorni e non mi sono mai interessata alle loro vite. I medici, gli infermieri, i parenti dei pazienti e i semplici passanti non fanno caso ai tanti disperati che sostano nel parco davanti all’ospedale. La colpa è del ritmo frenetico che questa città ci impone. La gente, accecata dagli impegni di lavoro e dal proprio egoismo, va sempre di fretta e con il suo atteggiamento trasforma queste povere persone in sagome invisibili.
Tu, invece, sei diverso. Sei stato capace di andare verso di loro e di interessarti alle loro vite.
– Non esagerare adesso. Ho solo scambiato due parole.
– Sei dotato di una grande sensibilità. Ho percepito subito questa tua splendida qualità quando ti ho visto sul battello. Non so come spiegartelo, te l’ho letto negli occhi, nel tuo sguardo puro, nella tua espressione limpida. Ho sentito una sorta d’affinità elettiva nei tuoi confronti.
Magari non credi che certe cose siano possibili, ma è ciò che ho provato quando ti ho visto.
– Si, ci credo. Altrimenti non sarei nemmeno venuto all’appuntamento al centro Pompidou. Adesso risparmia il fiato per il resto del tragitto e dammi un bacio, disse il ragazzo che si era fermato a un ennesimo semaforo rosso.
I due innamorati si scambiarono un lungo bacio carico di sentimento fino allo scattare del verde. Incalzati dai clacson delle auto, staccarono di malavoglia le loro labbra saldate.
Posteggiarono le bici in una stazione del boulevard Saint Michel e percorsero a piedi i pochi metri che li dividevano dal parco.
– Eccoci ai giardini del Lussemburgo, un angolo di paradiso nel cuore di Parigi. Vedrai che ti dimenticherai di tutto passeggiando all’ombra di questi enormi alberi.
– Ne ho proprio bisogno. Ho avuto una giornata da incubo.
Simone e Odalys entrarono a braccetto dall’ingresso principale e sostarono qualche istante davanti alla statua del fauno Pan intento a suonare un corno.
Attraversarono il viale centrale osservando con spensieratezza le decorazioni, le statue rappresentanti figure della mitologia greca, i busti di regine e principesse francesi, gli omaggi scultorei a personaggi illustri come Beethoven e Baudelaire e la vegetazione lussureggiante.
La ragazza sudamericana si era seduta sul bordo della grande fontana centrale e aveva chiesto a Simone di fare una piccola sosta.
Erano tantissimi i parigini che in quel tiepido pomeriggio di maggio si erano recati ai giardini per distrarsi e rilassarsi: molti leggevano un giornale o un libro, altri fissavano semplicemente il gradevole paesaggio, altri ancora consumavano uno spuntino frugale.
L’attenzione del giovane siciliano era stata attirata dalle barchette colorate che solcavano le acque della fontana zigzagando tra cigni e papere.
Tante imbarcazioni a vela, spinte da un leggero vento primaverile, attraversavano il piccolo bacino da una parte all’altra.
Un gruppo di bambini festanti teneva in mano lunghi bastoncini di legno e aspettava pazientemente l’arrivo della propria barchetta. Ogni bambino si avvicinava alla sponda della fontana e, con un movimento rapido e preciso, spingeva il proprio giocattolo galleggiante affidandolo al soffio del vento.
Ipnotizzato da quello spettacolo fatto di allegre grida di incitamento e colori, Simone aveva dimenticato il caos cittadino.
– Se vuoi possiamo spostarci. Qui c’è troppa gente, disse Odalys indicando la moltitudine di famiglie, studenti e passanti che sfilava davanti ai loro occhi.
– Hai ragione. Continuiamo a camminare. La parte più interna dei giardini è più tranquilla.
Passarono davanti ai campi da tennis, sorrisero ai bambini che cavalcavano felici i cavalli delle giostre, salutarono un gruppo di pensionati che giocava a bocce e si fermarono davanti a una statua isolata.
– Hai visto Simone? Disse la ragazza. E’ una copia della statua della libertà.
– Si. La conosco. E’ stata regalata alla Francia dallo scultore Augusto Bartholdi, l’autore della statua di New York. Sai non è la sola statua della libertà di Parigi: un’altra riproduzione, ben più grande di quella che vedi qui, si trova sull’ile des cygnes, all’altezza del ponte di Grenelle.
– Se ne imparano di cose con te!
– Ho dovuto ingoiare un librone di storia dell’arte per ottenere il posto di guida da crociera.
– I risultati dei tuoi studi sono ottimi. Conosci la città a menadito!

Seduti all’ombra di un grande platano, i due ragazzi parlarono a lungo e il discorso tornò sulla situazione cubana.
Odalys aveva parlato della sua infanzia spensierata lungo le spiagge della Havana sorseggiando latte di cocco e gustando manghi freschi, aveva vantato la semplicità e la dignità del suo popolo e aveva concluso deplorando la situazione attuale del paese.
La ragazza, che inizialmente aveva difeso a spada tratta il regime comunista vigente, aveva assunto una posizione più lucida e ammetteva le pecche di quel sistema.
– Sono contento che anche tu sia consapevole delle evidenti falle della struttura governativa. Immaginare un progetto politico socialista che permetta una società più equa è una cosa, realizzarlo concretamente è un’altra, aveva spiegato Simone.
– Si. E’ come dici tu. Cuba trabocca di contraddizioni: il governo ci garantisce l’istruzione, i servizi sanitari e l’alimentazione gratuita ma i cittadini sono privati delle libertà fondamentali e dei diritti essenziali.
Ai cubani non è permessa la libera impresa perché ogni attività è gestita dallo Stato, non possono uscire dal territorio senza un permesso speciale, entrare nei luoghi riservati ai turisti, accedere alla maggior parte dei siti internet, acquistare una casa o un’auto perché il loro costo è inaccessibile a ogni cittadino, i dissidenti vengono arrestati e imprigionati per anni.
La povertà dilaga come un cancro lasciandosi alle spalle miseria e disperazione. Esistono due monete, il pesos cubano e il dollaro americano, ed esistono due pesi e due misure. I cubani guadagnano pochi pesos al mese e il loro potere d’acquisto è irrisorio per usare un eufemismo.
– Però i cubani sono un popolo fantastico, disse Simone cercando di infondere un pò di ottimismo alla ragazza. Sono sempre cordiali, allegri, sorridenti e socievoli.
– Adoro la mia gente. Sai, il mio sogno è quello di tornare a Cuba, almeno per qualche anno, è realizzare un grande ospedale per aiutare il mio popolo. Naturalmente non ho i soldi per farlo.
–  E’ un bellissimo progetto! Magari un giorno avrai la possibilità di realizzarlo. Devi solo sperare.
– Si dice che la speranza è l’ultima a morire, aggiunse la ragazza con un certo fatalismo.
– Preferisco pensare che la speranza sia un’alba incerta, una luce lontana; rispose Simone con una luce particolare nello sguardo.
– Bella frase! E’ tua?
– Non proprio. Diciamo che è di un mio amico.

Sei mesi erano passati rapidamente e i gelidi soffi invernali erano arrivati puntuali. La relazione amorosa tra Simone e Odalys si era rafforzata con il passare del tempo e il solo fatto di passeggiare, mano nella mano, tra le vie di Parigi li rendeva felici.
Un sentimento dolce e inaspettato aveva sorpreso i due ragazzi diventati inseparabili e dipendenti l’uno dell’altro.
Le passeggiate lungo i viali dei giardini del Lussemburgo, le banchine del canale Saint Martin o l’isola dei cigni erano un piacere al quale non avrebbero rinunciato per nulla al mondo.
Terminato il lavoro di guida a bordo del battello, Simone si recava sistematicamente davanti all’ospedale ad aspettare la sua compagna.
Odalys terminava le sue giornate di lavoro con l’impressione che il dolore dell’umanità gravasse sulle sue spalle, ma riusciva a scrollarsi questo peso di dosso e a ritrovare il sorriso dentro l’abbraccio del giovane siciliano.
Le lunghe attese davanti all’ingresso dell’ospedale Saint Antoine, avevano permesso a Simone di conoscere meglio i personaggi che popolavano il parco vicino.
Il ragazzo aveva avuto modo di discutere nuovamente con Verlaine, il giovane diventato clochard per scelta. Aveva scoperto che il suo soprannome derivava dalla passione per l’assenzio che si faceva recapitare direttamente da un amico di Praga.
Seduti all’ombra di un maestoso pino, avevano discusso a lungo dei valori dissoluti della società odierna e della necessità di rivoluzionare il sistema vigente. Nessuno dei due aveva cercato di convincere l’altro della propria opinione, ma avevano trovato numerosi punti in comune nel loro modo di vedere le cose. Entrambi identificavano la patologia sociale nella sconsiderata accumulazione capitalistica e nella mancanza di rispetto degli uomini verso i propri simili: un miscuglio letale d’egoismo e avidità alimentato da cattiveria e indifferenza.
Simone si era legato particolarmente a Philippe e, giorno dopo giorno, aveva guadagnato la sua fiducia.
Il ragazzo aveva imparato il linguaggio del senzatetto, fatto di sguardi ed espressioni facciali, e lo aveva osservato con interesse mentre ricopriva di simboli matematici le panchine del parco.
Aveva scoperto che le sue origini erano italiane. Il clochard barbuto, infatti, non parlava quasi mai, ma quando lo faceva utilizzava la stessa lingua madre di Simone.
Il catanese aveva preso l’abitudine di dividere il suo pasto con Philippe e lui aveva proferito le sue prime parole “Grazie”, “Buono” o ancora “Sei gentile”.
Tuttavia quel misterioso personaggio sembrava preferire il linguaggio gestuale alle parole.
Non aveva mai risposto alle domande relative alla sua identità e agli eventi che lo avevano portato alla situazione di degenza.
Le uniche parole uscite dalla sua bocca erano gli apprezzamenti per il cibo ricevuto, un timido “Ciao” con cui salutava il suo amico siciliano e “Filou” il nome del suo inseparabile bassotto.
Il ragazzo aveva rispettato il suo silenzio e non aveva insistito con gli interrogativi sulla sfera privata. Era una questione di rispetto della dignità umana. Se non voleva parlare sicuramente aveva i suoi buoni motivi.
Philippe parlava poco, ma ascoltava molto. Il giovane siciliano gli aveva aperto il cuore e gli aveva raccontato gli eventi salienti della sua vita: l’abbandono doloroso dell’odiata-amata isola, l’arrivo a Parigi, le difficoltà dei primi anni, i primi amori tormentati, le esperienze lavorative, le differenze culturali con i francesi, l’incontro con Odalys, le speranze e i progetti per il futuro.
Le parole del catanese rallegravano e riempivano le giornate del senzatetto poggiandosi sulla panchina di pietra come pioggia sulla terra arida.
Philippe non rispondeva con le parole ai racconti del suo amico, ma esprimeva interesse e partecipazione con sguardi che valevano più di mille frasi.
Simone si era affezionato a quell’uomo umile, capace di comunicare con gli occhi, che condivideva con lui i pomeriggi trascorsi in attesa di Odalys.
Oltre al pasto quotidiano, il ragazzo gli aveva fatto dono di tante altre cose, nei limiti delle sue possibilità: una coperta di lana per ripararsi dal freddo, una cartina dell’Italia sperando che stimolasse i suoi ricordi, numerosi libri di matematica e algebra, una radio e varie scatole di croccantini per il cagnolino.
Una vera e propria relazione simbiotica si era instaurata tra loro. Appena entrato nell’area del complesso ospedaliero, Simone cercava la panchina su cui sedeva il suo amico intento a scrivere indecifrabili sistemi alfanumerici.
Fino a quella calda mattina di Agosto quando la panchina rimase vuota…
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La X puntata tra cinque giorni…

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Una storia parigina – VIII

Un incontro inaspettato

Un incontro inaspettato

Simone aveva terminato il suo turno nel primo pomeriggio e, come convenuto con Odalys, si era recato all’ospedale Saint Antoine.
Percorrendo a piedi le vie di Parigi, che si dipanavano come arterie sanguigne, aveva raggiunto il dodicesimo arrondissement.
L’ospedale si trovava sulla stessa strada che ospita il Barrio Latino e, passando davanti all’imponente facciata del locale cubano, i ricordi della serata precedente erano riaffiorati nella mente del ragazzo: le danze, gli sguardi, i ritmi frenetici, l’atmosfera frizzante e soprattutto i baci appassionati con la sudamericana.
Giunto in prossimità della struttura ospedaliera, lo stato d’animo di Simone cambiò radicalmente.
Attraversando i lunghi corridoi che collegano la rue du Faubourg Saint Antoine all’edificio principale dell’ospedale, Simone osservava lo scenario desolante che si presentava ai suoi occhi.
Numerosi ammalati deambulavano negli spazi aperti al pubblico trascinandosi dietro le flebo gonfie di liquidi necessari alla cura, gruppi di barboni riposavano sulle panchine dopo un lungo peregrinare in cerca di misericordia, alcuni membri del personale medico stavano seduti nel parco vicino per consumare un panino o fumare una sigaretta.
Incalzato da un crescente senso di solitudine, Simone accelerò il passo e raggiunse il banco informazioni dove si trovava una ragazza intenta a fissare lo schermo di un computer.
Assorta nel suo lavoro, la giovane non si era accorta della presenza di un visitatore in attesa di risposte. Il siciliano era rimasto qualche istante a osservarla: capelli neri, corti e lisci, viso piccolo, quasi non truccata e senza gioielli.
Di tanto in tanto, piccole rughe comparivano tra le sue sopracciglia conferendogli un’espressione seria.
– Buongiorno.
– Buongiorno, rispose la receptionniste interrompendo il suo lavoro.
– Cerco una ragazza chiamata Odalys. Mi ha detto che lavora al pronto soccorso.
– Si, la conosco. E’ la ragazza cubana. Non l’ho ancora vista uscire. Sicuramente ha dovuto prolungare il turno per un’urgenza. Le consiglio di aspettare. Può sedersi qui se vuole, disse la ragazza indicando un paio di sedie poco distanti dalla sua postazione.
– Grazie mille. Aspetterò che esca.
Simone si mise a camminare lungo il corridoio interno per ingannare l’attesa e osservò attentamente il viavai di medici, infermieri, assistenti, pazienti e parenti,
un flusso incessante di persone che si spostava da una parte all’altra dell’edificio lottando contro il tempo.
Non si sentiva a suo agio all’interno dell’ospedale. Da bambino, a soli sette anni, era stato ricoverato per circa un mese a Catania per un’infezione polmonare e, da allora, aveva sviluppato una vera e propria fobia. Ogni volta che metteva piede in un ospedale i ricordi sgradevoli di quel periodo riaffioravano dal passato.
I prelievi sanguigni quotidiani, l’obbligo di restare chiuso in una stanza angusta, l’odore pungente dell’alcool etilico e gli sguardi severi degli infermieri avevano segnato un mese della sua infanzia.

L’attenzione di Simone fu attirata dalla vibrazione del suo cellulare che lo avvisava dell’arrivo di un nuovo messaggio.
Era Odalys che lo informava del ritardo a causa di un’emergenza e lo invitava ad aspettare.
Il catanese era ritornato sui suoi passi e, attraversata la porta automatica, era uscito nell’area esterna al complesso ospedaliero.
Si era seduto sulla panchina vicina al parco per osservare il panorama umano che scorreva davanti ai suoi occhi.
Il numero dei clochards sembrava essere aumentato e Simone rifletteva sulla triste condizione di chi non ha più un tetto sopra la testa.
Parigi è piena di anime invisibili agli occhi della città, avvolte in un cerchio di solitudine, abbandonate al loro destino, ignorate dai passanti indaffarati a fare shopping e confusi dal turbine vorticoso della metropoli.
Persone sole e alienate, vittime dell’accanimento del destino, beffate dalla vita che gli ha tolto tutto, si affidano alla solidarietà umana per sopravvivere e salvaguardare le briciole di dignità rimaste.
Il suo sguardo si era posato su un senzatetto seduto poco lontano. Un uomo di una settantina d’anni, robusto, con una barba folta, un poco trasandato e con un cagnolino sotto il braccio. Sparsi accanto a lui si trovavano i suoi soli averi: uno zainetto, un piattino destinato alle offerte dei passanti, una coperta e un paio di libri.
L’uomo aveva una penna in mano e stava scrivendo qualcosa sulla panchina su cui sedeva.
Il giovane siciliano aveva fissato per una decina di minuti la sagoma di quell’umile personaggio e si era avvicinato per depositare qualche moneta nel piattino.
– So che non è tanto, disse Simone fissando il clochard che continuava a usare la penna sulla panchina.
Gli occhi vivaci del barbone incrociarono rapidamente lo sguardo di Simone che sembrò interpretare un cenno di ringraziamento.
– Spero che ti permetterà di mangiare, aggiunse invitando il suo interlocutore al dialogo.
Il vagabondo sconosciuto non rispose e mantenne lo sguardo fisso sui simboli che nascevano dalla sua scrittura.
Incuriosito da quella strana occupazione, il ragazzo si avvicinò ulteriormente per carpire il messaggio o il significato dei tratti che prendevano forma dai movimenti frenetici della mano del clochard.
Disseminati sull’intera superficie della panchina, centinaia di simboli matematici si rincorrevano tra loro e disegnavano una trama misteriosa.
La matematica non era mai stata il suo forte, ma antiche reminiscenze liceali gli consentirono di identificare alcune equazioni, simboli algebrici e formule di vario tipo.
Tuttavia non sapeva cosa potesse significare quella successione di simboli e numeri.
– Ti piace la matematica a quanto pare, disse Simone sperando in una risposta chiarificatrice.
Il senzatetto, intento a disegnare una serie di radici quadrate, non gli rivolse nemmeno uno sguardo.
– Comunque io mi chiamo Simone. E tu? Chiese il catanese azzardando un ennesimo tentativo di comunicazione.
La sua domanda si perse nel vuoto. Cominciò a pensare che quell’uomo fosse fuori di testa e che i simboli sparsi sulla panchina fossero solamente il frutto di una patologia mentale.
– Si chiama Philippe, disse una voce dietro di lui.
Era un altro clochard. Molto più giovane del primo, meno trasandato e seguito da un piccolo dalmata.
– Io mi chiamo Jacques ma gli amici mi chiamano Verlaine, aggiunse il giovane.
Alto, biondo, dai tratti regolari, a prima vista non sembrava un senzatetto.
– Piacere di conoscerti Verlaine. Sai cosa sta scrivendo?
– Passa le giornate a scarabocchiare strani geroglifici. Non ho idea del loro significato.
– Non parla?
– Parla pochissimo e, prima di farlo, deve fidarsi della persona che ha davanti.
Io so soltanto che si chiama Philippe e che è un tipo in gamba, non ha mai dato fastidio a nessuno.
– Capisco. Tu, invece, come mai ti trovi in questa situazione? Sei così giovane.
– La mia storia non ha nulla a che vedere con i tanti barboni che vedi intorno.
– Che vuoi dire?
– La mia è una scelta. So che una persona normale e integrata nel sistema sociale, non capisce e non accetta il mio modo di pensare. Ho deciso consapevolmente di fare questa vita e di lasciarmi tutto alle spalle.
– Io rispetto la tua decisione, disse Simone con un espressione benevola.
– I miei genitori sono vivi, benestanti e abitano nel sud della Francia. Mio padre dirige un’importante azienda di alta moda. E’ molto conosciuto nel suo ambiente. Il mio futuro sarebbe stato brillante se avessi accettato di riprendere le redini dell’azienda e gestire il patrimonio familiare.
– E invece sei scappato dal benessere e dalla vita in discesa che la tua famiglia ti offriva.
– Non sono scappato! Come ti ho appena detto, la mia è stata una scelta lucida. Sono cresciuto a contatto di gente superficiale e frivola, gretti personaggi capaci di giudicarti sulla base del tuo conto in banca, interessati solamente a quello che hai e non a quello che sei.
I sorrisi falsi e ipocriti, l’avido materialismo, la povertà spirituale di queste persone mi ha disgustato. Mi sono reso conto che la società capitalistica odierna è una realtà fallimentare. L’ho rifiutata e ne sono uscito.
Verlaine aveva interrotto il suo racconto per rullarsi una sigaretta.
– La odi così tanto questa società?
– Non la odio. Semplicemente non la accetto. Lo squallido risultato di una società basata sul consumismo e sul Dio denaro è sotto gli occhi di tutti: il misero spettacolo di milioni di esseri umani che fanno a gara per avere tra le mani il telefonino all’ultimo grido, una moltitudine di figli di papà che aspetta avidamente il fatidico momento in cui l’ultimo modello dell’Iphone sarà finalmente in vendita ignorando la miseria che li circonda.
Il modello sociale creato a suon di marketing lobotomizzante e pubblicità scintillanti ha partorito dei mostri che pensano di valere più per quello che possiedono che per quello che sono, più per l’avere che per l’essere, più per gli oggetti che sfoggiano che per le proprie idee. Questo schifo non fa per me, fratello. Lo lascio a voi, concluse Verlaine portando alla bocca la sigaretta.
– Capisco perfettamente le tue ragioni. Ma non pensi che con la scelta che hai fatto continui a far parte passivamente della società che hai rifiutato in blocco? In questo modo la subisci e diventi vittima delle scelte degli altri. Non sarebbe meglio impegnarsi e lottare per cambiarla questa società che tanto disprezzi?
– La fai troppo semplice, amico. Però mi piace il tuo modo di pensare. Se ci incontriamo di nuovo potremo continuare a scambiare il nostro punto di vista.
Il catanese aveva risposto con un sorriso accondiscendente all’invito del giovane clochard.
– Ti sei fatto dei nuovi amici?  Chiese Odalys che arrivava da dietro.
– Ciao bella! Ti presento Verlaine e Philippe.
Il più giovane dei due aveva alzato una mano per salutare, Philippe era rimasto assorto nei suoi calcoli matematici.
– Ciao. Piacere di conoscervi, disse Odalys che indossava ancora il camice bianco.
Poi rivolgendosi a Simone con un’aria stanca lo invitò ad allontanarsi.
– Sono distrutta. Ho avuto una giornata durissima. Ho bisogno di svagarmi per somatizzare tutto il dolore che ho visto oggi.
– Tranquilla. Conosco un posto che ti farà rilassare. Questa volta sarai tu a seguire me, disse Simone prendendole la mano.
– Dove andiamo?
– Seguimi e fidati.
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La IX puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – VII

Un ballo al tramonto

Un ballo al tramonto

Odalys aveva preso la mano di Simone che, sorpreso dall’audacia della ragazza cubana, si lasciava guidare per le vie di Parigi.
Il giovane catanese, euforico per l’inattesa avventura che stava vivendo, osservava la ville lumière con uno sguardo nuovo: quella che solitamente vedeva come una metropoli affollata, caotica e trafficata era diventata una romantica città capace di far convivere popoli e razze diverse in un magico equilibrio.
La forte luminosità di quell’assolato pomeriggio di maggio e lo stato di trance estatica in cui Simone era piombato, avevano conferito una luce particolare a ogni singolo elemento urbano. Fontane, statue e palazzi rilucevano di uno strano bagliore.
Un sorriso compiaciuto si era stampato involontariamente sul viso del ragazzo che rivolgeva sguardi languidi ai passanti.
Dopo un periodo tormentato e difficile, Simone si trovava a passeggiare tra le vie di Parigi senza meta, in compagnia di una perfetta sconosciuta, e soprattutto senza pensieri negativi per la testa.
Avevano da poco superato il Pont d’Arcole, quando Odalys gli rivolse una domanda.
– Ti va se passiamo dal lungo-Senna?
– Va bene. Io adoro osservare il fiume da vicino.
– Anche io! Vado spesso a passeggiare lungo le banchine della Senna se devo prendere una decisione difficile o affrontare una situazione delicata. Le sue acque mi aiutano a calmare i miei impulsi e ad essere più razionale.
– Non sempre essere razionali aiuta a prendere la migliore decisione.
– Forse hai ragione. In ogni caso, osservare l’incessante scorrere del fiume mi aiuta a riflettere, disse Odalys assumendo un’espressione seria.
– Ti capisco perfettamente. La Senna mi fa lo stesso effetto…e mi porta anche fortuna, aggiunse Simone stimolando volutamente la curiosità della ragazza cubana.
– In che senso?
Continuando a seguire il passo deciso e gli ancheggiamenti regolari della giovane sudamericana, Simone aveva cominciato a raccontare gli eventi che lo avevano portato a occupare il posto di guida da crociera: la passeggiata sulla neve, la scoperta inattesa dell’annuncio dei Bateaux Parisiens, la chiamata di Madame Tivolier, il colloquio e la formazione con il simpatico napoletano.
– Che bella storia! Come dicono qui in Francia “le hasard fait bien les choses” (il caso fa le cose per bene), aveva esclamato Odalys rallentando il passo.
– Sembra una tela colorata tessuta dal destino.
– E io faccio parte di questa tela?
– Beh! Suppongo di si, visto che ti ho conosciuto sul posto di lavoro ovvero sul battello, rispose Simone sfidando la sfrontatezza della ragazza. Non ho fatto che parlare durante tutto il tragitto. Parlami di te, aggiunse guardandola fisso negli occhi.
– Non c’è tempo. Siamo arrivati al famoso marciapiede! Esclamò Odalys indicando una zona del lungo-Senna animata da coppie di ballerini che si scatenavano in danze indiavolate.

Erano giunti sul Quai Saint Bernard, all’altezza della piazzetta Tino Rossi decorata da sculture contemporanee, luogo prediletto dagli appassionati di salsa e tango.
Le sere di primavera e d’estate, quando un tiepido sole si riflette sui flutti della Senna, un’allegra moltitudine di ballerini invade i marciapiedi per ballare al ritmo frenetico delle musiche sudamericane.
Chi non sa ballare gusta semplicemente la frizzante atmosfera del posto contemplando una splendida cartolina vivente.
Da questa posizione privilegiata, che si estende dal ponte di Sully al ponte di Austerlitz, ballerini e spettatori godono di una splendida vista panoramica sull’isola Saint Louis.
Simone osservava incantato le pose plastiche e le posizioni simmetriche assunte dai ballerini professionisti e si rimproverava la sua totale incapacità di ballare.
– Ci lanciamo anche noi? Aveva chiesto la ragazza che aveva già cominciato a muovere il bacino a ritmo di musica.
– Veramente preferirei osservare se non ti dispiace, rispose Simone camuffando goffamente la sua avversione verso ogni tipo di ballo.
– Va bene. Accomodati sui gradini. Io devo ballare. E’ il mio corpo che me lo chiede!
Odalys aveva avuto giusto il tempo di terminare la sua frase che un ballerino dal corpo statuario l’aveva invitata a raggiungerlo sul marciapiede.
Il ragazzo, che indossava una maglietta con i colori del Brasile, guidava il corpo sinuoso della cubana con abilità facendola piroettare graziosamente da una parte all’altra della banchina.
Simone, seduto poco distante dalla piattaforma da ballo, osservava con un pizzico di gelosia il vortice sensuale creato da quei corpi che ondeggiavano in sintonia col battito frenetico della città.
Dopo circa mezz’ora e dopo aver cambiato vari compagni di ballo, Odalys si era seduta accanto a lui.
– Ho avuto la mia dose, disse la cubana alternando le parole al fiatone crescente.
– Sei fantastica quando balli! Immagino che sarai stanchissima.
– Mi servono soltanto dieci minuti per ricaricare le batterie e sarò pronta per ricominciare, rispose Odalys accennando un sorriso.
– Complimenti. Che energia! Allora vuoi restare qui e continuare a scatenarti?
– No. Andiamo via. Ti porto in un altro posto che adoro.
– Un altro marciapiede? Aveva chiesto Simone con un chiaro tono ironico.
– Lo scoprirai tra poco. Seguimi e fidati.
La frizzante sudamericana aveva ripreso la mano di Simone e aveva ricominciato a camminare tra le vie della capitale.
Attraversato il boulevard Diderot, i due si erano ritrovati sull’animata rue du Faubourg Saint Antoine, poco lontano da Bastille.
– Siamo giunti a destinazione. Ti presento il mio quartiere generale: il Barrio Latino, un’oasi cubana nel centro di Parigi, esclamò soddisfatta la ragazza.
Simone osservava con curiosità l’imponente facciata del palazzo e ne contemplava l’eleganza.
– Dentro quest’edificio di quattro piani mi sento a casa, disse Odalys.
– Cos’è esattamente?
– E’ il punto di riferimento dei sudamericani parigini: è un ristorante cubano dove gustare deliziose pietanze esotiche, è un bar che serve ogni sera centinaia di cocktail e, naturalmente, è una sala da ballo dedicata agli amanti dei ritmi latini, spiegò la ragazza accompagnando le parole con ampi gesti.
– E noi cosa siamo venuti a fare qui: mangiare, bere o ballare?
– Tutte e tre le cose senza moderazione!
–  Perfetto! Disse Simone spingendo il pesante portone d’ingresso.
Penetrato all’interno del locale, era rimasto senza fiato osservando la magnificenza delle decorazioni e la bellezza della scalinata centrale.
– La scala che stai osservando è stata realizzata dalla stessa mente che ha creato la Tour Eiffel, spiegò la ragazza osservando lo sguardo contemplativo del siciliano.
– Vuoi dire Gustave Eiffel?
– Esattamente.
– Che notizia! E’ una vera e propria perla nascosta agli occhi della maggior parte dei parigini. Mai avrei immaginato di scoprire un tale gioiello artistico in questo posto, disse Simone continuando a fissare la maestosa scalinata in legno massiccio.
– Non cominciare a parlare di storia dell’arte. Avrai tempo di farlo domani sul battello. Adesso andiamo a divertirci!

La coppia italo-cubana aveva cominciato la serata al bancone del bar alternando scambi di opinioni politiche con cocktail dall’alta gradazione alcolica.
Il loro acceso dibattito era continuato anche a tavola davanti abbondanti piatti di tapas, quesadillas, guacamole, picadillo (un piatto a base di carne accompagnata da riso e platani fritti) e una caraffa stracolma di sangria.
I due discutevano con grande accanimento della situazione cubana e ciascuno voleva convincere l’altro della propria tesi.
Simone riconosceva il valore della rivoluzione cubana del 1959 che, grazie soprattutto al carisma di Che Guevara, aveva portato al potere Fidel Castro. Il ragazzo, però, criticava duramente la situazione odierna dell’isola caraibica e affermava che, se quello era il risultato finale, la rivoluzione era stata fallimentare.
La ragazza controbatteva colpo su colpo le critiche al sistema organizzativo cubano. Il volto di Odalys, acceso dalla foga politica, si era infuocato e le parole uscivano dalla sua bocca come dal cratere di un vulcano in eruzione.
La giovane cubana difendeva con passione la sommossa popolare che aveva sottratto il potere al dittatore Batista.
– Grazie al Che, a Fidel e a migliaia di altri uomini valorosi, il popolo unito ha preso il potere, aveva esclamato Odalys alzando il tono della voce.
– E cosa hanno ottenuto alla fine? Aveva ribattuto in maniera provocatoria Simone.
– Hanno ottenuto la riforma agraria, espropriato e ridistribuito equamente le terre e fatto soffiare un vento di giustizia su Cuba.
– Certamente. Ma adesso la gente riesce a malapena a campare.
– E’ colpa degli americani! Esplose la giovane alzandosi in piedi. Sono loro che ci hanno spezzato le gambe con l’embargo. Quei bastardi ci vogliono schiacciare! Vogliono dominarci come fanno con il resto del mondo, vogliono conquistare la nostra isola e farne il loro giocattolo. Che provino a invaderci se hanno il coraggio. Resisteremo fino alla morte e li scacceremo uno a uno come abbiamo fatto alla Baia dei Porci.
– Che foga! Manca solo che ti metti a cantare El Pueblo unido jamas sera vencido.
– Non dire scemenze. Non mi piace scherzare su questo argomento.
– Va bene. Ma sei convinta che tutta la miseria della vostra isola derivi dall’embargo americano? Secondo te, il regime comunista non ha nessuna responsabilità?
Odalys non rispose all’ennesima provocazione di Simone ma lo guardò fisso mostrandogli la fiamma ardente che bruciava dentro i suoi occhi.
Quello sguardo valeva più di mille parole e bastò a far desistere il ragazzo.
– Mi hai fatto salire il sangue alla testa con le tue teorie strampalate. Adesso devo sfogarmi in qualche modo. Voglio ballare e questa volta tu vieni con me!
– Ma veramente…
– Non discutere. Ti guiderò io. Tu dovrai soltanto seguire i miei passi. Nei balli latini, e nella salsa in particolare, di solito è l’uomo che guida la donna. Ma se mi consenti di comandare la danza, ti insegnerò le basi per muoverti bene.
– Ok. Guida pure. Io non ho nemmeno la patente per ballare, rispose Simone riempiendosi un bicchierone di sangria. L’idea di ballare goffamente davanti a decine di sconosciuti lo terrorizzava e si era affidato all’alcool per sciogliere i suoi saldi freni inibitori.
Nel giro di pochi attimi si era ritrovato sulla pista da ballo e seguiva i movimenti della ragazza che lo dirigeva sorridendo.
– Segui il mio corpo e lasciati andare, lo aveva incoraggiato Odalys.
– Ci sto provando, aveva risposto il ragazzo che cercava di mascherare il suo disagio.
Simone osservava le mosse dei ballerini che lo circondavano e si rendeva conto che il suo corpo sembrava un pezzo di legno rispetto a quelle sagome snodabili dai fisici perfetti.
– Sai Odalys, penso che hai sbagliato persona. Se è un ballerino che cerchi, non sono io il tipo che fa per te.
Simone aveva avuto giusto il tempo di terminare la sua frase. La ragazza cubana aveva posato le sue labbra su quelle del giovane siciliano e lo aveva baciato intensamente.
– Non è un ballerino che cerco, stupido!
Il bacio di Odalys, l’effetto dell’alcool ingerito e l’eccitazione crescente aiutarono il ragazzo a sciogliersi e a scatenarsi sulla pista da ballo.
I due danzarono fino a notte fonda, alternando baci appassionati e balli indiavolati.
– Ora devo proprio andare, disse la ragazza intorno le tre di notte.
– Ti accompagno a casa.
– No. Grazie lo stesso. Prendo un taxi.
– Grazie per la serata. Sono stato bene con te. Ci rivedremo?
– Certo. Non abbiamo concluso la nostra conversazione su Cuba! Rispose Odalys con un sorriso fresco e luminoso. Se ti va, vienimi a prendere al lavoro domani.
– Verrei con piacere…se solo sapessi dove lavori.
– E’ vero. Non te l’ho detto. Sono infermiera al pronto soccorso dell’ospedale Saint Antoine.
– Infermiera? Non l’avrei mai detto!
– Aiutare gli altri è il mio scopo nella vita. Ballare mi aiuta a dimenticare la sofferenza che vedo durante il giorno.
– Quello che fai ti fa onore, disse Simone guardando la ragazza sotto una luce diversa.
– Ti aspetto domani.
Odalys prese un taxi e Simone tornò a casa a piedi assaporando ogni centimetro quadrato di quella città che gli aveva restituito la felicità.
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La VIII puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – VI

L'incontro

L’incontro

Era una tranquilla mattinata di maggio e Simone, a bordo del battello, stava descrivendo ai turisti i monumenti che scorrevano sotto ai loro occhi.
L’imbarcazione navigava nei pressi del museo d’Orsay, che ospita le opere dei più grandi pittori impressionisti, e la giovane guida raccontava come l’edificio fosse stato trasformato da stazione ferroviaria in spazio museale; parlava delle opere di Van Gogh custodite nel museo e si stava dilungando sul drammatico episodio in cui il pittore olandese, durante una lite con l’amico Gauguin, si era tagliato il lobo di un orecchio.
Ad un certo punto il suo racconto si era inceppato diventando lacunoso e incerto. I suoi occhi avevano incontrato uno sguardo intenso e sensuale che lo fissava insistentemente e sembrava non interessarsi affatto alla facciata del museo d’Orsay.
Il trentenne siciliano non aveva mai dimenticato le raccomandazioni di Gennaro in materia amorosa: aveva resistito alle tentazioni, evitato ogni possibile malinteso o sguardo ambiguo e mantenuto sempre una certa distanza con i passeggeri.
I consigli della guida napoletana che riecheggiavano nella sua testa e tutti i buoni propositi che si era imposto durante i primi mesi di lavoro, non bastarono a fermare la voglia di sprofondare nel verde misterioso di quello sguardo ammaliante.
Due occhi penetranti lo invitavano a oltrepassare i limiti e abbandonarsi all’inspiegabile desiderio che sentiva crescere dentro di sè.
La ragazza che continuava a fissarlo aveva evidenti origini sudamericane, labbra carnose, capelli lunghi, folti e setosi. Indossava un leggero vestito blu che lasciava intravedere forme generose e una carnagione ambrata.
Monsieur, s’il vous plait. J’ai une question, aveva esclamato una graziosa studentessa con la mano alzata.
Simone non aveva sentito la vocina flebile che cercava di strapparlo dal viaggio onirico intrapreso all’interno di quel paio di enigmatici occhi verdi.
La studentessa aveva ripetuto per la terza volta la sua richiesta e aveva progressivamente aumentato il tono della voce.
La guida fu immediatamente risucchiata dalla realtà e si rivolse verso la giovane che teneva ancora la mano alzata.
– Vous preferez le Louvre ou le musée d’Orsay? Chiese la ragazza.
– Personalmente preferisco il museo d’Orsay. E’ uno spazio più intimo e accogliente. Il Louvre è un bellissimo museo ma, a causa della sua grandezza e dell’eccessiva ricchezza delle collezioni, rischia di ubriacare di arte e cultura il visitatore. Naturalmente è solo la mia opinione.
Distratto dallo sguardo penetrante, Simone si era permesso di esprimere un’opinione personale. Solitamente rispondeva con molta riservatezza a questo tipo di domande affermando che si trattava di una questione di gusto soggettivo.
Il resto della crociera era continuato senza problemi particolari. Il giovane siciliano aveva ritrovato la compostezza e l’autocontrollo che lo contraddistinguevano e proseguito il viaggio con la solita professionalità.
Il battello era arrivato a destinazione e i passeggeri, entusiasti e carichi di ricordi indimenticabili, avevano cominciato a scendere.
Simone si stava occupando dei saluti di rito e stava scherzando con alcuni membri dell’equipaggio, quando una mano sconosciuta si posò sulla sua spalla.
Era la ragazza sudamericana che, prima di andare via, voleva immortalare il ricordo della crociera con una foto.
La guida poliglotta si sistemò la giacca, si stampò in viso il suo più bel sorriso e si mise in posa accanto a lei.
Un flash abbagliante illuminò i volti sorridenti dei due giovani e cristallizzò per sempre quel delicato attimo di tempo.
L’avvenente turista riprese la macchina fotografica, che aveva affidato ad un membro dell’equipaggio incaricato dello scatto, e porse la mano a Simone per salutarlo.
– Grazie per le interessanti informazioni su Parigi. I tuoi racconti hanno reso questa crociera unica, disse la ragazza in un italiano corretto ma segnato da un forte accento spagnolo.
– Ho fatto solo il mio lavoro, rispose la guida stringendole la mano.
– Io mi chiamo Odalys e sono cubana, aggiunse facendo scivolare discretamente un bigliettino nella mano del ragazzo.
Simone ebbe appena il tempo di accorgersi del gesto e di afferrare il biglietto che la cubana si era già allontanata verso l’uscita del battello.
Stupito dall’inaspettata svolta che avevano preso gli eventi,  aveva aperto lentamente il pezzetto di carta piegato in due.
– Vediamoci alle sei al centro Pompidou. Questa era la breve frase che la giovane cubana gli aveva lasciato. Un messaggio chiaro che gli indicava, senza troppi giri di parole, la sua volontà di conoscerlo e di passare del tempo insieme.
Lo sguardo magnetico che lo aveva fissato durante tutta la crociera, si era trasformato in un appuntamento. Simone si sentiva l’uomo più felice del mondo.
Girando ripetutamente il biglietto tra le dita, si accorse di un altro messaggio scritto sul retro del foglio.
– Vieni puntuale. Ti mostrerò il mio marciapiede.
Il siciliano rilesse più volte il secondo messaggio, scoperto quasi per caso, e si chiese cosa volesse dire.
La parola marciapiede lo disturbava e aveva riassorbito una buona parte del suo entusiasmo iniziale.
Le ipotesi più improbabili cominciarono ad affiorare nella mente del trentenne. Pensò a uno scherzo dei suoi colleghi o a una squillo venuta a cercare potenziali clienti a bordo del battello.
Dopo una breve riflessione, aveva scartato entrambe le ipotesi: non aveva un tale grado d’intimità con i colleghi per un simile scherzo e la ragazza non aveva per niente l’aspetto di una squillo.
Scacciando dalla testa i cattivi pensieri, decise che si sarebbe recato all’appuntamento e si convinse che il termine “marciapiede” era frutto di un malinteso. La cubana, che pur parlava un ottimo italiano, aveva sicuramente scambiato un termine per un altro ed era incappata in un infelice errore semantico.

Simone concluse il suo turno alle quattro e, appena sceso dal battello, si mise a correre all’impazzata, schivando turisti e passanti, in direzione del suo appartamento.
Eccitato dall’imminente appuntamento e intenzionato ad arrivare puntuale, aveva cominciato a spogliarsi durante la corsa forsennata.
Aveva disfatto il nodo della cravatta davanti la Sainte Chapelle e giunto sul portone di casa si era ritrovato con la camicia sbottonata senza neanche accorgersene.
Penetrato nel suo piccolo monolocale aveva disseminato i pezzi dell’uniforme su tutta la modesta superficie della stanza: la giacca era volata sul divano, la camicia sopra il tavolo e il cappello era atterrato sul televisore.
Si era infilato immediatamente sotto la doccia e ne era uscito rigenerato.
Indossò rapidamente un jeans e scelse con cura una camicia tra le tante custodite nell’armadietto IKEA posto accanto al letto.
Prima di uscire, gettò un ultimo sguardo allo specchio e si diede una sistemata ai capelli abbassando un paio di ciuffi ribelli.
Impegnato nella ricerca di lavoro prima e nel nuovo ruolo di guida dopo, Simone aveva sprangato la porta del cuore e da oltre un anno la solitudine era diventata la sua sola compagna.
L’ultima storia d’amore si era conclusa drasticamente lasciandogli in bocca il sapore amaro della delusione e l’attesa di quell’incontro imminente riempiva il suo cuore ferito di una nuova speranza.
Il siciliano, gasato e carico d’emozione, scese in strada e imboccò la rue de Rivoli in direzione del famoso museo d’arte contemporanea.
All’altezza dell’Hotel de Ville, prese la rue du Renard e vide comparire l’inconfondibile silhouette del Centro Pompidou, caratterizzata da enormi tubi variopinti.
Simone calpestò il sagrato della chiesa Saint Merri e raggiunse la policromatica fontana Stravinsky realizzata in onore del compositore russo.
La fretta e l’eccitazione lo avevano fatto arrivare con un quarto d’ora di anticipo e, per ingannare l’attesa, si era seduto sui gradini della fontana a osservare le sculture meccaniche: strani robot d’alluminio, dipinti con colori vivaci, che si muovono grazie ai getti della fontana per ricordare la carriera del celebre musicista russo.
Il ragazzo si era lasciato trasportare dal suono rilassante dell’acqua, dal movimento delle statue e dalle grida gioiose dei bambini dimenticando per qualche istante il motivo per cui si trovava in quel posto.
Il suo pensiero era tornato repentinamente allo sguardo magnetico della ragazza cubana e, riflettendo sul fatto che tutto sembrava troppo perfetto, aveva ripreso il biglietto dal taschino della camicia.
Osservò attentamente la parola “marciapiede”, scritta con una bella grafia e cercò ancora una volta di darsi una spiegazione sensata. Non ci riuscì e, in preda a mille dubbi, decise di aspettare senza porsi altre domande.
– Adesso ti ci porto sul marciapiede. Un poco di pazienza, disse una voce dietro di lui.
Era la misteriosa turista che lo aveva scovato tra la folla e lo aveva scoperto con il biglietto in mano.
– Ciao Odalys, disse Simone colto alla sprovvista.
– Stai ancora rileggendo il mio messaggio?
– No. Lo tenevo tra le mani aspettandoti e ripensavo all’errore che hai commesso.
– Quale errore?
– La parola che hai utilizzato. Sicuramente ti volevi riferire a qualcos’altro e hai impiegato il termine sbagliato, argomentò il siciliano.
–  Sei tu che ti sbagli. Ho studiato italiano tutta la vita e difficilmente commetto simili errori.
– Ah…quindi intendevi proprio un marciapiede, aggiunse Simone con un tono di voce chiaramente turbato.
– Certo. Ci andremo tra poco. Prima beviamo qualcosa se per te va bene.
– D’accordo, rispose il ragazzo seguendo la bella sudamericana che si dirigeva verso il vicino Café Beaubourg.
I due si sedettero in uno dei tavolini esterni per approfittare della veduta sulla facciata del museo e sul porticato animato da molti artisti di strada.
Ordinarono un mojito e una caipirinha e rimasero qualche istante a fissare il panorama urbano.
Mimi, disegnatori, caricaturisti, giocolieri e illusionisti si danno quotidianamente appuntamento in questa piazza per divertire i turisti che giungono da tutto il mondo per vedere una delle istituzioni culturali più visitate di tutta la Francia.
Voluto dal presidente Georges Pompidou, il museo è diventato oggi un tempio della cultura contemporanea e ospita puntualmente esposizioni temporanee, proiezioni cinematografiche e spettacoli.
– Sai che lo ha fatto un architetto italiano chiamato Renzo Piano? Disse Simone per rompere il ghiaccio.
– Si. Adoro il suo stile, rispose Odalys sorseggiando il cocktail a base di cachaça e limone verde. Io abito qui vicino e passo davanti al museo quasi ogni giorno.
– E’ per questo che mi hai dato appuntamento qui?
– Proprio così. E’ comodo per me e poi è un posto simpatico per bere un bicchiere insieme.
– Hai proprio ragione, rispose Simone abbracciando con lo sguardo l’atmosfera festiva che dominava la piazza.
– Volevo dirti che non ho mai fatto con nessuno quello che ho fatto oggi con te. Non ho mai lasciato un biglietto nella mano di uno sconosciuto per abbordarlo. Ma la voglia di conoscerti è stata più forte della mia timidezza, disse la cubana arrossendo.
– Allora posso ritenermi onorato di essere il primo sconosciuto della tua vita!
– Non volevo che tutto terminasse alla fine della crociera. Ti ringrazio di essere venuto.
– Ti assicuro che non deluderò le tue aspettative, rispose Simone con un espressione compiaciuta.
L’italiano e la cubana rimasero a lungo a discutere delle rispettive vite. Simone riassunse brevemente gli eventi che dalla Sicilia natale lo avevano portato a Parigi e raccontò come avesse trovato il lavoro di guida. Poi lasciò parlare la ragazza.
Odalys raccontò il suo arrivo nella capitale francese una decina di anni prima e spiegò i vincoli e le restrizioni che gli abitanti di Cuba devono rispettare.
Lei faceva parte dei pochi fortunati che avevano potuto viaggiare e lasciare i limiti territoriali. Sfruttando il fatto che i suoi genitori abitavano a Parigi, aveva ottenuto un visto familiare e si era trasferita nella ville lumière che tanto aveva idealizzato durante l’infanzia.
La vita a Parigi le piaceva, ma dalle sue parole traspariva una chiara nostalgia per la sua terra.
I suoi occhi si erano riempiti di malinconia ripensando ai paesaggi caraibici che si era lasciata alle spalle e la voce si era spezzata per l’emozione.
La giovane cubana bevve il fondo di bicchiere che ancora le rimaneva e si alzò di scatto.
– Adesso è tempo di andare. Mi accompagni al famoso marciapiede?
– Certo. Rispose Simone che, disinibito dall’alcool del mojito, azzardò una domanda che gli frullava in testa da molto tempo. Ma in questo marciapiede cosa ci fai?
– Ci ballo naturalmente, aveva risposto Odalys fissandolo dritto negli occhi. Io adoro ballare!
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La VII puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – V

I primi tours

I primi tours

La settimana di formazione in compagnia di Gennaro era trascorsa rapidamente e l’ultimo giorno Simone si presentò davanti alla guida napoletana con una scatola di macarons in mano.
La sera prima si era recato nella pasticceria Ladurée, sulla rue Royale, e aveva acquistato un assortimento dei famosi dolcetti di mandorle farciti di creme dai gusti più insoliti.
– Ma che mi hai portato, i macarons? Da un siciliano mi aspettavo una bella arancina con la carne! Disse Gennaro con la solita simpatia spensierata.
– Trovare un’arancina a Parigi non è semplicissimo e, se la trovi, la qualità è pessima e la devi pagare una fortuna!
– Stavo scherzando Simò! Adoro i macarons, ma non ti dovevi disturbare.
– Volevo solamente ringraziarti per la pazienza che hai avuto nei miei confronti. Il tuo impegno e i tuoi consigli mi hanno permesso di imparare il mestiere di guida e adesso mi sento in grado di lavorare autonomamente.
– E’ stato un piacere. Almeno avrò la certezza che il battello sarà in buone mani e che i turisti non rimpiangeranno il sottoscritto. Sei il mio degno successore.
– Grazie di cuore.
– Piano con i ringraziamenti, guagliò! La tua formazione non è ancora terminata. Devi affrontare quest’ultima giornata.
– Certo. Hai previsto qualcosa di particolare per oggi?
– Proprio così. Oggi, per la prima volta, sarai tu la guida del battello. Io mi siederò in prima fila insieme ai turisti e ascolterò i tuoi interessanti aneddoti su Parigi. Dovrai occuparti di accogliere i passeggeri, rispondere alle loro domande, verificare le misure di sicurezza e tutto ciò che ti ho spiegato durante la formazione.
– Va bene, disse Simone cercando di mascherare l’inquietudine crescente.
– Hai la stoffa per diventare un’ottima guida. Devi solo avere fiducia in te stesso e ricordare i consigli che ti ho dato, lo rincuorò Gennaro.
Erano da poco passate le dieci del mattino e il siciliano disponeva di una quarantina di minuti per fare mente locale delle informazioni apprese durante l’intensa settimana di formazione.
Poi il suo primo tour da guida sarebbe cominciato e la sola idea di non avere a fianco il suo collega napoletano gli faceva battere il cuore all’impazzata.
Fino a quel momento la fase d’apprendimento era avanzata senza troppi problemi tra pagine di storia dell’arte, nodi scorsoi e tecniche di navigazione.
Adesso era giunto il momento di passare dalla teoria alla pratica.
Gennaro si avvicinò al suo allievo e con un gesto deciso gli sistemò il colletto della camicia.
– Tieni il petto in fuori e scandisci bene le parole. Se hai un vuoto di memoria indirizza discretamente lo sguardo verso di me. Cercherò di aiutarti come posso.
– Ok. Per fortuna mi restano ancora dieci minuti per ingannare l’ansia.
– Sei sicuro? Disse la guida esperta mostrandogli la fila che cominciava a prendere forma davanti alla biglietteria.
– Forse non dieci, ma cinque minuti per l’ultima sigaretta prima della mia esecuzione capitale non me li toglie nessuno.
– Ma quale sigaretta? Te l’ho detto il primo giorno che non si fuma in uniforme! Vuoi fare scappare i passeggeri per la puzza?
– Stavo solo scherzando…aspetterò con pazienza che i primi turisti salgano a bordo.
– Così va meglio. Io mi siedo lì, concluse Gennaro indicando la prima fila.
La gente cominciò ad affluire sotto lo sguardo nervoso di Simone: gruppi di giapponesi equipaggiati di sofisticate macchine fotografiche, allegre scolaresche desiderose di godersi una rilassante crociera panoramica, comitive di americani carichi di sacchetti firmati e coppie di innamorati che avanzavano mano nella mano.

Nella sua nuova veste di guida, Simone osservava con curiosità il variegato campionario umano che sfilava davanti ai suoi occhi, una perfetta rappresentazione della diversità culturale dei milioni di turisti che ogni anno visitano Parigi.
Il battello si riempì rapidamente trasformandosi in una multietnica torre di Babele dove le diverse voci dei passeggeri si mescolavano alla poderosa voce di Edith Piaf emessa dalle casse poste agli angoli dell’imbarcazione.
Il capitano stesso aveva selezionato le musiche della crociera e aveva insistito per avere L’hymne à l’amour, uno dei pezzi più conosciuti della celebre cantante francese, come melodia per accogliere i passeggeri a bordo.
Il giovane siciliano aveva fatto accomodare i turisti e aveva spiegato loro le principali misure di sicurezza.
Seguito dall’occhio vigile di Gennaro, Simone aveva ultimato le procedure d’imbarco, e con un gesto aveva comunicato al capitano la sua disponibilità per la partenza.
Nel giro di pochi minuti il battello si era mosso lasciandosi dietro una scia spumosa che disegnava una traiettoria rettilinea sulle acque della Senna.
Il volume della musica si abbassò improvvisamente e, osservando l’inconfondibile profilo della cattedrale di Notre Dame, la guida sentì il cuore scoppiargli nel petto dall’emozione.
Gennaro attirò la sua attenzione con due sonori colpi di tosse e gli fece un occhiolino amichevole per ricordargli che era arrivato il momento di cominciare la presentazione.
Simone deglutì la pozzanghera di saliva che gli si era formata in bocca, impugnò il microfono, si schiarì la voce e cominciò a parlare mascherando abilmente l’emozione.
– Benvenuti a bordo dei Bateaux Parisiens. La crociera durerà circa un’ora e vi permetterà di apprezzare i principali monumenti parigini e di scoprire il fascino del fiume che la divide in rive gauche e rive droite.
La maestosa costruzione che vedete alla vostra sinistra è la cattedrale di Notre Dame, situata sull’Ile de la Cité. Vero e proprio tempio gotico, la chiesa fu costruita nel XII secolo e il suo rosone centrale è uno dei più grandi d’Europa. Napoleone vi fu incoronato imperatore nel 1804.
La guida esperta, seduta in prima fila, ascoltava le spiegazioni dettagliate e si compiaceva della scelta dei termini utilizzati e della chiarezza espositiva con cui le caratteristiche architettoniche e gli aneddoti storici venivano presentati.
Simone era stato un ottimo allievo e adesso svolgeva la sua missione con impegno e professionalità.
Gennaro sorrideva bonariamente ascoltando le spiegazioni in inglese marcate da un forte accento italiano.
In quel momento l’imbarcazione stava passando sotto il Pont Neuf, il ponte più vecchio di Parigi dominato dalla statua equestre di Enrico IV, e la neo-guida stava descrivendone la bellezza.
– Il giardino che vedete sotto il massiccio ponte di pietra è lo square du Vert Galant che durante la stagione estiva fa da contesto ai pic-nic dei parigini e ai baci degli amanti.
E’ uno dei punti strategici per osservare il momento in cui il tramonto infuocato avvolge la capitale francese. Nel 1314 Jacques de Molay, il grande Maestro dell’ordine dei Templari, vi fu bruciato vivo e lanciò la famosa maledizione contro i re di Francia e Papa Clemente V.
Il catanese scandiva con decisione ogni parola e accompagnava con una composta gestualità il racconto degli aneddoti che costellavano la sua narrazione.
– Alla vostra destra potete ammirare Place de la Concorde, la piazza più maestosa della città, che dà accesso agli Champs Elysées e ai giardini delle Tuileries. Anticamente si chiamava Place de la Révolution.
Dopo aver descritto alcune caratteristiche della piazza, Simone aveva effettuato una pausa per permettere ai turisti di scattare qualche foto e preparare mentalmente la descrizione dell’attrazione successiva.
Nel gruppo dei turisti americani si alzò improvvisamente una mano. Era un uomo di bassa statura e con un vistoso cappello che voleva porgere una domanda.
Why Place de la Révolution? Chiese l’uomo.
– Si chiamava così perché durante il periodo rivoluzionario era qui che si trovava la ghigliottina. Guardando la piazza oggi non si direbbe, ma molte teste sono cadute in questo posto. Anche quella di Robespierre.
– Wow! The guillotine was here! Esclamò l’americano. Does it still exist in France? Aggiunse portando il pollice al collo per simulare il gesto della decapitazione.
No. Of course not. Non si usa più la ghigliottina, rispose Simone che, infiammato dal suo fervore politico, avrebbe voluto aggiungere che in Francia, a differenza degli Stati Uniti, la pena di morte era stata abolita da molti anni.
Ma non disse nulla e si limitò a sorridere al suo interlocutore. La giovane guida aveva ancora freschi in testa i consigli del suo formatore napoletano che gli aveva raccomandato di evitare sempre gli argomenti taboo e cioè politica, religione e informazioni personali.
Simone non guardò nemmeno una volta l’orologio e si rese conto che la sua prima esperienza di guida volgeva al termine solamente quando vide apparire, per la seconda volta, la cattedrale di Notre Dame.
Poteva essere fiero di se stesso: aveva fornito informazioni storiche ai passeggeri, risposto alle loro domande, arricchito i suoi racconti con aneddoti insoliti e non aveva chiesto aiuto a Gennaro.
Il battello attraccò lentamente sul quai de Montebello e il ragazzo siciliano, dopo aver scambiato alcuni segnali con l’equipaggio di terra, cominciò a far scendere i turisti.
I passeggeri erano entusiasti di quella crociera e i loro volti sorridenti erano una stupenda manifestazione di soddisfazione.
Il catanese osservava con grande emozione il deflusso dei turisti e raccoglieva amorevolmente i sorrisi e i gesti di stima che gli indirizzavano.
Un giapponese si fermò davanti a Simone e indicando la macchina fotografica gli fece capire che desiderava una foto con lui. Il ragazzo accettò con piacere e pensò che, se il suo volto finiva in Giappone al primo tour, era già un buon inizio.
Scesi a terra gli ultimi turisti, l’attenzione di Simone fu attirata da una sagoma che restava seduta ad aspettare. Era Gennaro che lo attendeva pazientemente per felicitarlo.
– Sei stato magnifico, ragazzo mio. Uno spettacolo! Gli disse il napoletano abbracciandolo.
– Ho avuto un ottimo maestro.
– Beh, adesso il tuo maestro ti lascia e ti augura uno splendido futuro, aggiunse Gennaro indirizzandosi verso la discesa.
– Grazie ancora, amico mio.
– Il mio numero ce l’hai. Fatti sentire ogni tanto. Io sto qui ancora per un mese, poi me ne torno nella mia bella Napoli.
– Allora ti chiamerò per un caffè.
– Ciao guagliò.

Le settimane e i mesi passarono veloci e Simone cominciò ad amare profondamente il suo lavoro. Il vento che gli scorreva tra i capelli lo faceva sentire vivo e le espressioni soddisfatte dei passeggeri lo facevano sentire utile.
Il trentenne siciliano si sentiva perfettamente a suo agio in uniforme e adorava decantare pubblicamente il fascino di quella città che tanto amava.
I consigli di Gennaro erano stati preziosi e gli avevano permesso di svolgere il lavoro di guida con professionalità e serietà.
Aveva evitato di toccare gli argomenti taboo e soprattutto aveva sempre allontanato lo sguardo dalle turiste più affascinanti.
Tutto era proseguito per il meglio fino a quella tiepida mattina di maggio, quando i suoi occhi neri incrociarono uno sguardo verde marino che non smetteva di fissarlo. Come ipnotizzato, si tuffò in quel mare sconfinato in preda ad un’inebriante euforia.
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La VI puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – IV

Un amico inatteso

Un amico inatteso

La radiosveglia posta sul comodino aveva riempito la stanza di ritmi movimentati e contemporaneamente il segnale d’allarme del telefonino era scattato per avvisare Simone che era giunto il momento di svegliarsi.
La sua nuova avventura cominciava oggi. La guida dimissionaria lo aspettava per iniziare la formazione e aiutarlo a integrarsi nell’ambiente lavorativo.
Madame Tivolier gli aveva specificato che si trattava di un italiano e questo dettaglio bastava a rassicurare il catanese di belle speranze che confidava nella solidarietà tra compatrioti all’estero e nella simpatia italiana.
Come ogni mattina sintonizzò la radio sulla stazione preferita, che diffondeva prevalentemente musica pop contemporanea, e bevve frettolosamente un succo di frutta multivitaminico.
Non aveva riposato bene e aveva trascorso buona parte della nottata a cercare la migliore posizione per dormire: l’eccitazione per il nuovo lavoro lo aveva tenuto sveglio fino alle due del mattino.
Una doccia tiepida lo aiutò a scrollarsi di dosso il torpore mattutino e a ritrovare l’energia necessaria per affrontare la giornata.
Scese rapidamente in strada e decise di recarsi sul lungo-Senna a piedi, come aveva fatto il giorno in cui aveva consegnato il curriculum alla compagnia.
Si fermò davanti al bistrot Marguerite e, con una certa scaramanzia, ordinò le stesse cose che aveva scelto quel giorno fortunato: un pain au chocolat e un caffè ristretto.
Il traboccante tazzone di caffè aveva un aroma migliore dell’ultima volta.
Dopo aver pagato il conto, si precipitò fuori dal locale e percorse con grandi falcate gli ultimi metri che lo separavano dalla stazione dei Bateaux Parisiens.

Un ragazzone in uniforme, alto e di bell’aspetto, sostava davanti a un’imponente imbarcazione osservando la gente che passeggiava sulle banchine.
– Sei Simone Puglisi? Chiese il ragazzo continuando a scrutare i volti dei passanti.
– Si sono io. Vengo per il posto di guida di crociera.
– Ti aspettavo! Piacere di conoscerti. Io mi chiamo Gennaro. Sono felice di lasciare il mio lavoro a un italiano. Sono sicuro che ti troverai bene, disse l’uomo in uniforme stringendogli poderosamente la mano.
– Grazie. Il piacere è mio. Mi hanno detto che mi avresti formato al nuovo lavoro, rispose Simone rincuorato dal calore e dalla simpatia del suo connazionale.
– Certamente guagliò! Ti insegnerò tutti i trucchi del mestiere e nel giro di una settimana farò di te la migliore guida di tutta Parigi. I turisti faranno a gara per avere un posto sul tuo battello.
– Grazie Gennaro! Le tue parole mi rincuorano.
Elegante, sveglio, di chiare origini napoletane, anche lui trentenne, gioviale e molto professionale, Gennaro era un condensato di buon umore e allegria. Era proprio il tipo di persona di cui aveva bisogno Simone per ritrovare fiducia in se stesso e cominciare bene il lavoro.
– Con l’uniforme addosso sarai un figurino! Però mi raccomando poca confidenza con le turiste. Alcuni colleghi hanno perso il posto perché preferivano fare gli occhi languidi alle americane piuttosto che parlare dei monumenti. Statt’accort! Se ti beccano ti licenziano in tronco! Spiegò il napoletano accompagnando le frasi con ampi gesti.
Scorgendo lo sguardo terrorizzato di Simone che alla parola licenziamento si era immobilizzato, Gennaro lo rassicurò bonariamente.
– Ehi, tranquillo! Fuori dal battello puoi fare quello che vuoi. L’occhiolino alle turiste lo puoi fare…ma discretamente. Se vuoi un consiglio, lascia che siano loro a fare il primo passo. Eviterai malintesi e non rischierai il posto per un nulla di fatto. Ti assicuro che l’uniforme attira le ragazze come fa il miele con le api.
Simone sorrise e scorse nello sguardo complice del suo formatore i souvenirs delle tante avventure collezionate.
-Adesso basta parlare di femmine! Hai forse accettato l’incarico solo per cercare avventure piccanti?!? E’ un lavoro serio che richiede una buona conoscenza della storia dell’arte e il rispetto di tutta una serie di misure di sicurezza, esclamò il napoletano riprendendo un tono professionale.
– Non sono venuto per cercare l’anima gemella ma per lavorare come guida da crociera, rispose Simone assumendo un’espressione compunta.
– Va bene. Allora siamo d’accordo, replicò Gennaro porgendogli un librone dalla copertina rigida.
– Cos’è? Chiese incuriosito da quel mattone di almeno cinquecento pagine.
– E’ un libro di storia dell’arte che ripercorre la storia della città dalle origini fino ad oggi. Insomma, da Asterix a Sarkozy. Studiatelo bene perché è grazie a quello che guadagnerai la baguette quotidiana!

Simone prese il librone e rimase qualche secondo a contemplare la copertina colorata che riportava una fotografia della facciata principale del Louvre.
L’idea di rimettersi a studiare lo eccitava. Leggeva spesso romanzi e riviste d’attualità ma non apriva un libro per motivi di studio dai tempi dell’università.
Tra i banchi dell’ateneo catanese, si era dimostrato un ottimo studente in grado di ottenere la Laurea con il massimo dei voti e di appassionarsi con buoni risultati a discipline diverse e complesse.
Adesso, però, temeva che le sue capacità d’apprendimento si fossero arrugginite e che il tempo non gli sarebbe bastato per digerire tutte quelle pagine.
– Non ti preoccupare, intervenne Gennaro indovinando i pensieri e i dubbi del siciliano. Questo mattone è pieno di immagini! E poi non devi mica impararlo a memoria o diventare un professore universitario. Devi assimilare le informazioni principali e saperle spiegare ai turisti. E’ facile. Fidati di me: se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque!
Il sorriso riapparve sulle labbra di Simone che ringraziava il cielo di aver trovato quel simpaticone partenopeo a fargli da istruttore.
– La parte teorica dovrai studiarla da solo, continuò Gennaro. Io ti spiegherò la parte pratica del mestiere: accogliere i passeggeri a bordo, farli scendere in maniera ordinata, le disposizioni particolari per i viaggiatori in sedia a rotelle, le nozioni di primo soccorso, la verifica delle misure di sicurezza e le persone da contattare in caso di urgenza. Ti spiegherò perfino cosa fare in caso di caduta di un passeggero nelle acque della Senna. In sei anni di servizio non mi è mai successo. Ma non si sa mai cosa può accadere a bordo.
Simone ascoltava attentamente le parole della guida esperta e cominciava ad affezionarsi a quel personaggio gioviale che gli avrebbe rivelato i segreti della navigazione.
– Oggi faremo solamente una visita informativa a bordo,  riprese il napoletano invitandolo a seguirlo. Ti parlerò brevemente della storia del battello, ti illustrerò le sue caratteristiche e ti mostrerò le particolarità tecniche dell’imbarcazione. Alcune informazioni non ti serviranno direttamente per il ruolo di guida, ma è sempre meglio conoscere il giocattolo galleggiante che ti porterà a spasso per i prossimi mesi.
– D’accordo, intervenne Simone. Possiamo cominciare la visita e le spiegazioni.
Gennaro accompagnò l’aspirante guida alla scoperta delle varie parti del battello: l’ordinata cabina del capitano con i principali strumenti di navigazione, la polverosa sala macchine, la stiva contenente il materiale tecnico e il pontone.
Gli parlò dei termini marinareschi, gli spiegò l’importanza dei nodi e gli insegnò come realizzarne alcuni, gli argomentò con svariati esempi le differenti andature della barca e le manovre essenziali.
Simone aveva assorbito, come una spugna, tutti i dettagli delle spiegazioni del suo nuovo collega e si sentiva sempre più interessato al ruolo di guida.
– Fermiamoci qui per oggi, disse Gennaro. Troppe informazioni in una sola volta potrebbero confonderti. E poi io me ne vado tra una settimana. Il tempo non ci manca.
– Va bene. Ci vediamo domani alla stessa ora, rispose Simone avviandosi verso la discesa del battello.
– Mi raccomando. Non dimenticare i compiti a casa Simò! Aggiunse la guida napoletana indicando il libro di storia dell’arte poggiato sul bancone.
– Lo imparerò a memoria come se fosse una poesia, concluse Simone infilando il librone nello zaino.
– A domani!
Stanco ma soddisfatto del suo primo giorno da guida apprendista, il giovane siciliano riprese il cammino verso casa e ripensò alle emozionanti novità che avevano travolto la sua vita.
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La V puntata tra cinque giorni…