Una storia parigina – VI

L'incontro

L’incontro

Era una tranquilla mattinata di maggio e Simone, a bordo del battello, stava descrivendo ai turisti i monumenti che scorrevano sotto ai loro occhi.
L’imbarcazione navigava nei pressi del museo d’Orsay, che ospita le opere dei più grandi pittori impressionisti, e la giovane guida raccontava come l’edificio fosse stato trasformato da stazione ferroviaria in spazio museale; parlava delle opere di Van Gogh custodite nel museo e si stava dilungando sul drammatico episodio in cui il pittore olandese, durante una lite con l’amico Gauguin, si era tagliato il lobo di un orecchio.
Ad un certo punto il suo racconto si era inceppato diventando lacunoso e incerto. I suoi occhi avevano incontrato uno sguardo intenso e sensuale che lo fissava insistentemente e sembrava non interessarsi affatto alla facciata del museo d’Orsay.
Il trentenne siciliano non aveva mai dimenticato le raccomandazioni di Gennaro in materia amorosa: aveva resistito alle tentazioni, evitato ogni possibile malinteso o sguardo ambiguo e mantenuto sempre una certa distanza con i passeggeri.
I consigli della guida napoletana che riecheggiavano nella sua testa e tutti i buoni propositi che si era imposto durante i primi mesi di lavoro, non bastarono a fermare la voglia di sprofondare nel verde misterioso di quello sguardo ammaliante.
Due occhi penetranti lo invitavano a oltrepassare i limiti e abbandonarsi all’inspiegabile desiderio che sentiva crescere dentro di sè.
La ragazza che continuava a fissarlo aveva evidenti origini sudamericane, labbra carnose, capelli lunghi, folti e setosi. Indossava un leggero vestito blu che lasciava intravedere forme generose e una carnagione ambrata.
Monsieur, s’il vous plait. J’ai une question, aveva esclamato una graziosa studentessa con la mano alzata.
Simone non aveva sentito la vocina flebile che cercava di strapparlo dal viaggio onirico intrapreso all’interno di quel paio di enigmatici occhi verdi.
La studentessa aveva ripetuto per la terza volta la sua richiesta e aveva progressivamente aumentato il tono della voce.
La guida fu immediatamente risucchiata dalla realtà e si rivolse verso la giovane che teneva ancora la mano alzata.
– Vous preferez le Louvre ou le musée d’Orsay? Chiese la ragazza.
– Personalmente preferisco il museo d’Orsay. E’ uno spazio più intimo e accogliente. Il Louvre è un bellissimo museo ma, a causa della sua grandezza e dell’eccessiva ricchezza delle collezioni, rischia di ubriacare di arte e cultura il visitatore. Naturalmente è solo la mia opinione.
Distratto dallo sguardo penetrante, Simone si era permesso di esprimere un’opinione personale. Solitamente rispondeva con molta riservatezza a questo tipo di domande affermando che si trattava di una questione di gusto soggettivo.
Il resto della crociera era continuato senza problemi particolari. Il giovane siciliano aveva ritrovato la compostezza e l’autocontrollo che lo contraddistinguevano e proseguito il viaggio con la solita professionalità.
Il battello era arrivato a destinazione e i passeggeri, entusiasti e carichi di ricordi indimenticabili, avevano cominciato a scendere.
Simone si stava occupando dei saluti di rito e stava scherzando con alcuni membri dell’equipaggio, quando una mano sconosciuta si posò sulla sua spalla.
Era la ragazza sudamericana che, prima di andare via, voleva immortalare il ricordo della crociera con una foto.
La guida poliglotta si sistemò la giacca, si stampò in viso il suo più bel sorriso e si mise in posa accanto a lei.
Un flash abbagliante illuminò i volti sorridenti dei due giovani e cristallizzò per sempre quel delicato attimo di tempo.
L’avvenente turista riprese la macchina fotografica, che aveva affidato ad un membro dell’equipaggio incaricato dello scatto, e porse la mano a Simone per salutarlo.
– Grazie per le interessanti informazioni su Parigi. I tuoi racconti hanno reso questa crociera unica, disse la ragazza in un italiano corretto ma segnato da un forte accento spagnolo.
– Ho fatto solo il mio lavoro, rispose la guida stringendole la mano.
– Io mi chiamo Odalys e sono cubana, aggiunse facendo scivolare discretamente un bigliettino nella mano del ragazzo.
Simone ebbe appena il tempo di accorgersi del gesto e di afferrare il biglietto che la cubana si era già allontanata verso l’uscita del battello.
Stupito dall’inaspettata svolta che avevano preso gli eventi,  aveva aperto lentamente il pezzetto di carta piegato in due.
– Vediamoci alle sei al centro Pompidou. Questa era la breve frase che la giovane cubana gli aveva lasciato. Un messaggio chiaro che gli indicava, senza troppi giri di parole, la sua volontà di conoscerlo e di passare del tempo insieme.
Lo sguardo magnetico che lo aveva fissato durante tutta la crociera, si era trasformato in un appuntamento. Simone si sentiva l’uomo più felice del mondo.
Girando ripetutamente il biglietto tra le dita, si accorse di un altro messaggio scritto sul retro del foglio.
– Vieni puntuale. Ti mostrerò il mio marciapiede.
Il siciliano rilesse più volte il secondo messaggio, scoperto quasi per caso, e si chiese cosa volesse dire.
La parola marciapiede lo disturbava e aveva riassorbito una buona parte del suo entusiasmo iniziale.
Le ipotesi più improbabili cominciarono ad affiorare nella mente del trentenne. Pensò a uno scherzo dei suoi colleghi o a una squillo venuta a cercare potenziali clienti a bordo del battello.
Dopo una breve riflessione, aveva scartato entrambe le ipotesi: non aveva un tale grado d’intimità con i colleghi per un simile scherzo e la ragazza non aveva per niente l’aspetto di una squillo.
Scacciando dalla testa i cattivi pensieri, decise che si sarebbe recato all’appuntamento e si convinse che il termine “marciapiede” era frutto di un malinteso. La cubana, che pur parlava un ottimo italiano, aveva sicuramente scambiato un termine per un altro ed era incappata in un infelice errore semantico.

Simone concluse il suo turno alle quattro e, appena sceso dal battello, si mise a correre all’impazzata, schivando turisti e passanti, in direzione del suo appartamento.
Eccitato dall’imminente appuntamento e intenzionato ad arrivare puntuale, aveva cominciato a spogliarsi durante la corsa forsennata.
Aveva disfatto il nodo della cravatta davanti la Sainte Chapelle e giunto sul portone di casa si era ritrovato con la camicia sbottonata senza neanche accorgersene.
Penetrato nel suo piccolo monolocale aveva disseminato i pezzi dell’uniforme su tutta la modesta superficie della stanza: la giacca era volata sul divano, la camicia sopra il tavolo e il cappello era atterrato sul televisore.
Si era infilato immediatamente sotto la doccia e ne era uscito rigenerato.
Indossò rapidamente un jeans e scelse con cura una camicia tra le tante custodite nell’armadietto IKEA posto accanto al letto.
Prima di uscire, gettò un ultimo sguardo allo specchio e si diede una sistemata ai capelli abbassando un paio di ciuffi ribelli.
Impegnato nella ricerca di lavoro prima e nel nuovo ruolo di guida dopo, Simone aveva sprangato la porta del cuore e da oltre un anno la solitudine era diventata la sua sola compagna.
L’ultima storia d’amore si era conclusa drasticamente lasciandogli in bocca il sapore amaro della delusione e l’attesa di quell’incontro imminente riempiva il suo cuore ferito di una nuova speranza.
Il siciliano, gasato e carico d’emozione, scese in strada e imboccò la rue de Rivoli in direzione del famoso museo d’arte contemporanea.
All’altezza dell’Hotel de Ville, prese la rue du Renard e vide comparire l’inconfondibile silhouette del Centro Pompidou, caratterizzata da enormi tubi variopinti.
Simone calpestò il sagrato della chiesa Saint Merri e raggiunse la policromatica fontana Stravinsky realizzata in onore del compositore russo.
La fretta e l’eccitazione lo avevano fatto arrivare con un quarto d’ora di anticipo e, per ingannare l’attesa, si era seduto sui gradini della fontana a osservare le sculture meccaniche: strani robot d’alluminio, dipinti con colori vivaci, che si muovono grazie ai getti della fontana per ricordare la carriera del celebre musicista russo.
Il ragazzo si era lasciato trasportare dal suono rilassante dell’acqua, dal movimento delle statue e dalle grida gioiose dei bambini dimenticando per qualche istante il motivo per cui si trovava in quel posto.
Il suo pensiero era tornato repentinamente allo sguardo magnetico della ragazza cubana e, riflettendo sul fatto che tutto sembrava troppo perfetto, aveva ripreso il biglietto dal taschino della camicia.
Osservò attentamente la parola “marciapiede”, scritta con una bella grafia e cercò ancora una volta di darsi una spiegazione sensata. Non ci riuscì e, in preda a mille dubbi, decise di aspettare senza porsi altre domande.
– Adesso ti ci porto sul marciapiede. Un poco di pazienza, disse una voce dietro di lui.
Era la misteriosa turista che lo aveva scovato tra la folla e lo aveva scoperto con il biglietto in mano.
– Ciao Odalys, disse Simone colto alla sprovvista.
– Stai ancora rileggendo il mio messaggio?
– No. Lo tenevo tra le mani aspettandoti e ripensavo all’errore che hai commesso.
– Quale errore?
– La parola che hai utilizzato. Sicuramente ti volevi riferire a qualcos’altro e hai impiegato il termine sbagliato, argomentò il siciliano.
–  Sei tu che ti sbagli. Ho studiato italiano tutta la vita e difficilmente commetto simili errori.
– Ah…quindi intendevi proprio un marciapiede, aggiunse Simone con un tono di voce chiaramente turbato.
– Certo. Ci andremo tra poco. Prima beviamo qualcosa se per te va bene.
– D’accordo, rispose il ragazzo seguendo la bella sudamericana che si dirigeva verso il vicino Café Beaubourg.
I due si sedettero in uno dei tavolini esterni per approfittare della veduta sulla facciata del museo e sul porticato animato da molti artisti di strada.
Ordinarono un mojito e una caipirinha e rimasero qualche istante a fissare il panorama urbano.
Mimi, disegnatori, caricaturisti, giocolieri e illusionisti si danno quotidianamente appuntamento in questa piazza per divertire i turisti che giungono da tutto il mondo per vedere una delle istituzioni culturali più visitate di tutta la Francia.
Voluto dal presidente Georges Pompidou, il museo è diventato oggi un tempio della cultura contemporanea e ospita puntualmente esposizioni temporanee, proiezioni cinematografiche e spettacoli.
– Sai che lo ha fatto un architetto italiano chiamato Renzo Piano? Disse Simone per rompere il ghiaccio.
– Si. Adoro il suo stile, rispose Odalys sorseggiando il cocktail a base di cachaça e limone verde. Io abito qui vicino e passo davanti al museo quasi ogni giorno.
– E’ per questo che mi hai dato appuntamento qui?
– Proprio così. E’ comodo per me e poi è un posto simpatico per bere un bicchiere insieme.
– Hai proprio ragione, rispose Simone abbracciando con lo sguardo l’atmosfera festiva che dominava la piazza.
– Volevo dirti che non ho mai fatto con nessuno quello che ho fatto oggi con te. Non ho mai lasciato un biglietto nella mano di uno sconosciuto per abbordarlo. Ma la voglia di conoscerti è stata più forte della mia timidezza, disse la cubana arrossendo.
– Allora posso ritenermi onorato di essere il primo sconosciuto della tua vita!
– Non volevo che tutto terminasse alla fine della crociera. Ti ringrazio di essere venuto.
– Ti assicuro che non deluderò le tue aspettative, rispose Simone con un espressione compiaciuta.
L’italiano e la cubana rimasero a lungo a discutere delle rispettive vite. Simone riassunse brevemente gli eventi che dalla Sicilia natale lo avevano portato a Parigi e raccontò come avesse trovato il lavoro di guida. Poi lasciò parlare la ragazza.
Odalys raccontò il suo arrivo nella capitale francese una decina di anni prima e spiegò i vincoli e le restrizioni che gli abitanti di Cuba devono rispettare.
Lei faceva parte dei pochi fortunati che avevano potuto viaggiare e lasciare i limiti territoriali. Sfruttando il fatto che i suoi genitori abitavano a Parigi, aveva ottenuto un visto familiare e si era trasferita nella ville lumière che tanto aveva idealizzato durante l’infanzia.
La vita a Parigi le piaceva, ma dalle sue parole traspariva una chiara nostalgia per la sua terra.
I suoi occhi si erano riempiti di malinconia ripensando ai paesaggi caraibici che si era lasciata alle spalle e la voce si era spezzata per l’emozione.
La giovane cubana bevve il fondo di bicchiere che ancora le rimaneva e si alzò di scatto.
– Adesso è tempo di andare. Mi accompagni al famoso marciapiede?
– Certo. Rispose Simone che, disinibito dall’alcool del mojito, azzardò una domanda che gli frullava in testa da molto tempo. Ma in questo marciapiede cosa ci fai?
– Ci ballo naturalmente, aveva risposto Odalys fissandolo dritto negli occhi. Io adoro ballare!
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La VII puntata tra cinque giorni…

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