Una storia parigina – VIII

Un incontro inaspettato

Un incontro inaspettato

Simone aveva terminato il suo turno nel primo pomeriggio e, come convenuto con Odalys, si era recato all’ospedale Saint Antoine.
Percorrendo a piedi le vie di Parigi, che si dipanavano come arterie sanguigne, aveva raggiunto il dodicesimo arrondissement.
L’ospedale si trovava sulla stessa strada che ospita il Barrio Latino e, passando davanti all’imponente facciata del locale cubano, i ricordi della serata precedente erano riaffiorati nella mente del ragazzo: le danze, gli sguardi, i ritmi frenetici, l’atmosfera frizzante e soprattutto i baci appassionati con la sudamericana.
Giunto in prossimità della struttura ospedaliera, lo stato d’animo di Simone cambiò radicalmente.
Attraversando i lunghi corridoi che collegano la rue du Faubourg Saint Antoine all’edificio principale dell’ospedale, Simone osservava lo scenario desolante che si presentava ai suoi occhi.
Numerosi ammalati deambulavano negli spazi aperti al pubblico trascinandosi dietro le flebo gonfie di liquidi necessari alla cura, gruppi di barboni riposavano sulle panchine dopo un lungo peregrinare in cerca di misericordia, alcuni membri del personale medico stavano seduti nel parco vicino per consumare un panino o fumare una sigaretta.
Incalzato da un crescente senso di solitudine, Simone accelerò il passo e raggiunse il banco informazioni dove si trovava una ragazza intenta a fissare lo schermo di un computer.
Assorta nel suo lavoro, la giovane non si era accorta della presenza di un visitatore in attesa di risposte. Il siciliano era rimasto qualche istante a osservarla: capelli neri, corti e lisci, viso piccolo, quasi non truccata e senza gioielli.
Di tanto in tanto, piccole rughe comparivano tra le sue sopracciglia conferendogli un’espressione seria.
– Buongiorno.
– Buongiorno, rispose la receptionniste interrompendo il suo lavoro.
– Cerco una ragazza chiamata Odalys. Mi ha detto che lavora al pronto soccorso.
– Si, la conosco. E’ la ragazza cubana. Non l’ho ancora vista uscire. Sicuramente ha dovuto prolungare il turno per un’urgenza. Le consiglio di aspettare. Può sedersi qui se vuole, disse la ragazza indicando un paio di sedie poco distanti dalla sua postazione.
– Grazie mille. Aspetterò che esca.
Simone si mise a camminare lungo il corridoio interno per ingannare l’attesa e osservò attentamente il viavai di medici, infermieri, assistenti, pazienti e parenti,
un flusso incessante di persone che si spostava da una parte all’altra dell’edificio lottando contro il tempo.
Non si sentiva a suo agio all’interno dell’ospedale. Da bambino, a soli sette anni, era stato ricoverato per circa un mese a Catania per un’infezione polmonare e, da allora, aveva sviluppato una vera e propria fobia. Ogni volta che metteva piede in un ospedale i ricordi sgradevoli di quel periodo riaffioravano dal passato.
I prelievi sanguigni quotidiani, l’obbligo di restare chiuso in una stanza angusta, l’odore pungente dell’alcool etilico e gli sguardi severi degli infermieri avevano segnato un mese della sua infanzia.

L’attenzione di Simone fu attirata dalla vibrazione del suo cellulare che lo avvisava dell’arrivo di un nuovo messaggio.
Era Odalys che lo informava del ritardo a causa di un’emergenza e lo invitava ad aspettare.
Il catanese era ritornato sui suoi passi e, attraversata la porta automatica, era uscito nell’area esterna al complesso ospedaliero.
Si era seduto sulla panchina vicina al parco per osservare il panorama umano che scorreva davanti ai suoi occhi.
Il numero dei clochards sembrava essere aumentato e Simone rifletteva sulla triste condizione di chi non ha più un tetto sopra la testa.
Parigi è piena di anime invisibili agli occhi della città, avvolte in un cerchio di solitudine, abbandonate al loro destino, ignorate dai passanti indaffarati a fare shopping e confusi dal turbine vorticoso della metropoli.
Persone sole e alienate, vittime dell’accanimento del destino, beffate dalla vita che gli ha tolto tutto, si affidano alla solidarietà umana per sopravvivere e salvaguardare le briciole di dignità rimaste.
Il suo sguardo si era posato su un senzatetto seduto poco lontano. Un uomo di una settantina d’anni, robusto, con una barba folta, un poco trasandato e con un cagnolino sotto il braccio. Sparsi accanto a lui si trovavano i suoi soli averi: uno zainetto, un piattino destinato alle offerte dei passanti, una coperta e un paio di libri.
L’uomo aveva una penna in mano e stava scrivendo qualcosa sulla panchina su cui sedeva.
Il giovane siciliano aveva fissato per una decina di minuti la sagoma di quell’umile personaggio e si era avvicinato per depositare qualche moneta nel piattino.
– So che non è tanto, disse Simone fissando il clochard che continuava a usare la penna sulla panchina.
Gli occhi vivaci del barbone incrociarono rapidamente lo sguardo di Simone che sembrò interpretare un cenno di ringraziamento.
– Spero che ti permetterà di mangiare, aggiunse invitando il suo interlocutore al dialogo.
Il vagabondo sconosciuto non rispose e mantenne lo sguardo fisso sui simboli che nascevano dalla sua scrittura.
Incuriosito da quella strana occupazione, il ragazzo si avvicinò ulteriormente per carpire il messaggio o il significato dei tratti che prendevano forma dai movimenti frenetici della mano del clochard.
Disseminati sull’intera superficie della panchina, centinaia di simboli matematici si rincorrevano tra loro e disegnavano una trama misteriosa.
La matematica non era mai stata il suo forte, ma antiche reminiscenze liceali gli consentirono di identificare alcune equazioni, simboli algebrici e formule di vario tipo.
Tuttavia non sapeva cosa potesse significare quella successione di simboli e numeri.
– Ti piace la matematica a quanto pare, disse Simone sperando in una risposta chiarificatrice.
Il senzatetto, intento a disegnare una serie di radici quadrate, non gli rivolse nemmeno uno sguardo.
– Comunque io mi chiamo Simone. E tu? Chiese il catanese azzardando un ennesimo tentativo di comunicazione.
La sua domanda si perse nel vuoto. Cominciò a pensare che quell’uomo fosse fuori di testa e che i simboli sparsi sulla panchina fossero solamente il frutto di una patologia mentale.
– Si chiama Philippe, disse una voce dietro di lui.
Era un altro clochard. Molto più giovane del primo, meno trasandato e seguito da un piccolo dalmata.
– Io mi chiamo Jacques ma gli amici mi chiamano Verlaine, aggiunse il giovane.
Alto, biondo, dai tratti regolari, a prima vista non sembrava un senzatetto.
– Piacere di conoscerti Verlaine. Sai cosa sta scrivendo?
– Passa le giornate a scarabocchiare strani geroglifici. Non ho idea del loro significato.
– Non parla?
– Parla pochissimo e, prima di farlo, deve fidarsi della persona che ha davanti.
Io so soltanto che si chiama Philippe e che è un tipo in gamba, non ha mai dato fastidio a nessuno.
– Capisco. Tu, invece, come mai ti trovi in questa situazione? Sei così giovane.
– La mia storia non ha nulla a che vedere con i tanti barboni che vedi intorno.
– Che vuoi dire?
– La mia è una scelta. So che una persona normale e integrata nel sistema sociale, non capisce e non accetta il mio modo di pensare. Ho deciso consapevolmente di fare questa vita e di lasciarmi tutto alle spalle.
– Io rispetto la tua decisione, disse Simone con un espressione benevola.
– I miei genitori sono vivi, benestanti e abitano nel sud della Francia. Mio padre dirige un’importante azienda di alta moda. E’ molto conosciuto nel suo ambiente. Il mio futuro sarebbe stato brillante se avessi accettato di riprendere le redini dell’azienda e gestire il patrimonio familiare.
– E invece sei scappato dal benessere e dalla vita in discesa che la tua famiglia ti offriva.
– Non sono scappato! Come ti ho appena detto, la mia è stata una scelta lucida. Sono cresciuto a contatto di gente superficiale e frivola, gretti personaggi capaci di giudicarti sulla base del tuo conto in banca, interessati solamente a quello che hai e non a quello che sei.
I sorrisi falsi e ipocriti, l’avido materialismo, la povertà spirituale di queste persone mi ha disgustato. Mi sono reso conto che la società capitalistica odierna è una realtà fallimentare. L’ho rifiutata e ne sono uscito.
Verlaine aveva interrotto il suo racconto per rullarsi una sigaretta.
– La odi così tanto questa società?
– Non la odio. Semplicemente non la accetto. Lo squallido risultato di una società basata sul consumismo e sul Dio denaro è sotto gli occhi di tutti: il misero spettacolo di milioni di esseri umani che fanno a gara per avere tra le mani il telefonino all’ultimo grido, una moltitudine di figli di papà che aspetta avidamente il fatidico momento in cui l’ultimo modello dell’Iphone sarà finalmente in vendita ignorando la miseria che li circonda.
Il modello sociale creato a suon di marketing lobotomizzante e pubblicità scintillanti ha partorito dei mostri che pensano di valere più per quello che possiedono che per quello che sono, più per l’avere che per l’essere, più per gli oggetti che sfoggiano che per le proprie idee. Questo schifo non fa per me, fratello. Lo lascio a voi, concluse Verlaine portando alla bocca la sigaretta.
– Capisco perfettamente le tue ragioni. Ma non pensi che con la scelta che hai fatto continui a far parte passivamente della società che hai rifiutato in blocco? In questo modo la subisci e diventi vittima delle scelte degli altri. Non sarebbe meglio impegnarsi e lottare per cambiarla questa società che tanto disprezzi?
– La fai troppo semplice, amico. Però mi piace il tuo modo di pensare. Se ci incontriamo di nuovo potremo continuare a scambiare il nostro punto di vista.
Il catanese aveva risposto con un sorriso accondiscendente all’invito del giovane clochard.
– Ti sei fatto dei nuovi amici?  Chiese Odalys che arrivava da dietro.
– Ciao bella! Ti presento Verlaine e Philippe.
Il più giovane dei due aveva alzato una mano per salutare, Philippe era rimasto assorto nei suoi calcoli matematici.
– Ciao. Piacere di conoscervi, disse Odalys che indossava ancora il camice bianco.
Poi rivolgendosi a Simone con un’aria stanca lo invitò ad allontanarsi.
– Sono distrutta. Ho avuto una giornata durissima. Ho bisogno di svagarmi per somatizzare tutto il dolore che ho visto oggi.
– Tranquilla. Conosco un posto che ti farà rilassare. Questa volta sarai tu a seguire me, disse Simone prendendole la mano.
– Dove andiamo?
– Seguimi e fidati.
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La IX puntata tra cinque giorni…

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