Una storia parigina – IX

Un pomeriggio ai giardini

Un pomeriggio ai giardini

Simone e Odalys erano usciti dall’ospedale Saint Antoine e si erano fermati alla stazione di taxi più vicina.
– Non oso proporti di prendere un Velib’, disse il ragazzo mettendo una mano sulla spalla della giovane cubana. Suppongo che non avresti le forze di pedalare fino al quartiere latino.
– Supponi male, caro mio, rispose la ragazza ritrovando la sua naturale freschezza. Fare un pò di movimento fisico mi farà bene. In più oggi il cielo è terso e la giornata tiepida.
– Perfetto. Allora montiamo in sella!
Il siciliano eseguì un paio di operazioni sullo schermo tattile della postazione di noleggio, diede una rapida occhiata alla mappa dell’arrondissement e staccò due biciclette grigie dalle colonnine d’attracco.
Si occupò di regolare l’altezza dei sellini, mentre la sudamericana si tolse il camice bianco e lo sistemò nel cestino metallico.
– Seguimi. Ho studiato il percorso per arrivare velocemente a destinazione, disse il catanese.
– Quale destinazione? Chiese Odalys prima di montare in sella alla bici.
– I giardini del Lussemburgo. E’ il luogo ideale per rilassarsi e togliersi di dosso una dura giornata di lavoro.
– Ottima scelta. Adoro quel parco e tra l’altro non ci vado da molto tempo.
Il ragazzo aveva cominciato a pedalare e, di tanto in tanto, si voltava per controllare la sua compagna. Le aveva raccomandato di procedere in fila indiana ricordandole che guidare una bicicletta nel bel mezzo del traffico parigino può rivelarsi pericoloso.
L’affascinante cubana aveva rispettato quella regola per i primi dieci minuti di tragitto.
Poi, spinta dalla voglia di dialogare, si era affiancata a Simone e lo aveva interrogato sull’incontro precedente.
– Chi erano quei due senzatetto con cui parlavi?
– Due tipi particolari che ho conosciuto mentre ti aspettavo. Il ragazzo, quello che si fa chiamare Verlaine, è un tipo molto eccentrico. E’ diventato clochard per scelta. La sua è una sorta di protesta contro la società, un rifiuto estremo del sistema, il suo modo di opporsi alle ingiustizie sociali e al consumismo dilagante. Le sue idee possono essere condivise, ma la sua scelta è eccessivamente radicale. Ho cercato di farlo riflettere e gli ho spiegato che la sua presa di posizione non contribuirà a cambiare le cose. E’ molto giovane e sta attraversando una fase rivoluzionaria della sua vita. Penso che il tempo lo porterà a riflettere in maniera più razionale sul peso della sua scelta e tornerà sui suoi passi.
– E l’altro? Aveva chiesto Odalys mostrando grande interesse per il racconto di Simone.
– L’altro si chiama Philippe. Un tipo stranissimo. E’ rimasto per tutto il tempo seduto sulla panchina a scrivere strane formule matematiche e simboli algebrici. Ho provato a instaurare un dialogo con lui ma non ha funzionato. Verlaine mi ha spiegato che parla pochissimo e lo fa solamente con le persone di cui si fida ciecamente.
– E’ assurdo. Disse la ragazza approfittando di una sosta a un semaforo. Incrocio queste persone tutti i giorni e non mi sono mai interessata alle loro vite. I medici, gli infermieri, i parenti dei pazienti e i semplici passanti non fanno caso ai tanti disperati che sostano nel parco davanti all’ospedale. La colpa è del ritmo frenetico che questa città ci impone. La gente, accecata dagli impegni di lavoro e dal proprio egoismo, va sempre di fretta e con il suo atteggiamento trasforma queste povere persone in sagome invisibili.
Tu, invece, sei diverso. Sei stato capace di andare verso di loro e di interessarti alle loro vite.
– Non esagerare adesso. Ho solo scambiato due parole.
– Sei dotato di una grande sensibilità. Ho percepito subito questa tua splendida qualità quando ti ho visto sul battello. Non so come spiegartelo, te l’ho letto negli occhi, nel tuo sguardo puro, nella tua espressione limpida. Ho sentito una sorta d’affinità elettiva nei tuoi confronti.
Magari non credi che certe cose siano possibili, ma è ciò che ho provato quando ti ho visto.
– Si, ci credo. Altrimenti non sarei nemmeno venuto all’appuntamento al centro Pompidou. Adesso risparmia il fiato per il resto del tragitto e dammi un bacio, disse il ragazzo che si era fermato a un ennesimo semaforo rosso.
I due innamorati si scambiarono un lungo bacio carico di sentimento fino allo scattare del verde. Incalzati dai clacson delle auto, staccarono di malavoglia le loro labbra saldate.
Posteggiarono le bici in una stazione del boulevard Saint Michel e percorsero a piedi i pochi metri che li dividevano dal parco.
– Eccoci ai giardini del Lussemburgo, un angolo di paradiso nel cuore di Parigi. Vedrai che ti dimenticherai di tutto passeggiando all’ombra di questi enormi alberi.
– Ne ho proprio bisogno. Ho avuto una giornata da incubo.
Simone e Odalys entrarono a braccetto dall’ingresso principale e sostarono qualche istante davanti alla statua del fauno Pan intento a suonare un corno.
Attraversarono il viale centrale osservando con spensieratezza le decorazioni, le statue rappresentanti figure della mitologia greca, i busti di regine e principesse francesi, gli omaggi scultorei a personaggi illustri come Beethoven e Baudelaire e la vegetazione lussureggiante.
La ragazza sudamericana si era seduta sul bordo della grande fontana centrale e aveva chiesto a Simone di fare una piccola sosta.
Erano tantissimi i parigini che in quel tiepido pomeriggio di maggio si erano recati ai giardini per distrarsi e rilassarsi: molti leggevano un giornale o un libro, altri fissavano semplicemente il gradevole paesaggio, altri ancora consumavano uno spuntino frugale.
L’attenzione del giovane siciliano era stata attirata dalle barchette colorate che solcavano le acque della fontana zigzagando tra cigni e papere.
Tante imbarcazioni a vela, spinte da un leggero vento primaverile, attraversavano il piccolo bacino da una parte all’altra.
Un gruppo di bambini festanti teneva in mano lunghi bastoncini di legno e aspettava pazientemente l’arrivo della propria barchetta. Ogni bambino si avvicinava alla sponda della fontana e, con un movimento rapido e preciso, spingeva il proprio giocattolo galleggiante affidandolo al soffio del vento.
Ipnotizzato da quello spettacolo fatto di allegre grida di incitamento e colori, Simone aveva dimenticato il caos cittadino.
– Se vuoi possiamo spostarci. Qui c’è troppa gente, disse Odalys indicando la moltitudine di famiglie, studenti e passanti che sfilava davanti ai loro occhi.
– Hai ragione. Continuiamo a camminare. La parte più interna dei giardini è più tranquilla.
Passarono davanti ai campi da tennis, sorrisero ai bambini che cavalcavano felici i cavalli delle giostre, salutarono un gruppo di pensionati che giocava a bocce e si fermarono davanti a una statua isolata.
– Hai visto Simone? Disse la ragazza. E’ una copia della statua della libertà.
– Si. La conosco. E’ stata regalata alla Francia dallo scultore Augusto Bartholdi, l’autore della statua di New York. Sai non è la sola statua della libertà di Parigi: un’altra riproduzione, ben più grande di quella che vedi qui, si trova sull’ile des cygnes, all’altezza del ponte di Grenelle.
– Se ne imparano di cose con te!
– Ho dovuto ingoiare un librone di storia dell’arte per ottenere il posto di guida da crociera.
– I risultati dei tuoi studi sono ottimi. Conosci la città a menadito!

Seduti all’ombra di un grande platano, i due ragazzi parlarono a lungo e il discorso tornò sulla situazione cubana.
Odalys aveva parlato della sua infanzia spensierata lungo le spiagge della Havana sorseggiando latte di cocco e gustando manghi freschi, aveva vantato la semplicità e la dignità del suo popolo e aveva concluso deplorando la situazione attuale del paese.
La ragazza, che inizialmente aveva difeso a spada tratta il regime comunista vigente, aveva assunto una posizione più lucida e ammetteva le pecche di quel sistema.
– Sono contento che anche tu sia consapevole delle evidenti falle della struttura governativa. Immaginare un progetto politico socialista che permetta una società più equa è una cosa, realizzarlo concretamente è un’altra, aveva spiegato Simone.
– Si. E’ come dici tu. Cuba trabocca di contraddizioni: il governo ci garantisce l’istruzione, i servizi sanitari e l’alimentazione gratuita ma i cittadini sono privati delle libertà fondamentali e dei diritti essenziali.
Ai cubani non è permessa la libera impresa perché ogni attività è gestita dallo Stato, non possono uscire dal territorio senza un permesso speciale, entrare nei luoghi riservati ai turisti, accedere alla maggior parte dei siti internet, acquistare una casa o un’auto perché il loro costo è inaccessibile a ogni cittadino, i dissidenti vengono arrestati e imprigionati per anni.
La povertà dilaga come un cancro lasciandosi alle spalle miseria e disperazione. Esistono due monete, il pesos cubano e il dollaro americano, ed esistono due pesi e due misure. I cubani guadagnano pochi pesos al mese e il loro potere d’acquisto è irrisorio per usare un eufemismo.
– Però i cubani sono un popolo fantastico, disse Simone cercando di infondere un pò di ottimismo alla ragazza. Sono sempre cordiali, allegri, sorridenti e socievoli.
– Adoro la mia gente. Sai, il mio sogno è quello di tornare a Cuba, almeno per qualche anno, è realizzare un grande ospedale per aiutare il mio popolo. Naturalmente non ho i soldi per farlo.
–  E’ un bellissimo progetto! Magari un giorno avrai la possibilità di realizzarlo. Devi solo sperare.
– Si dice che la speranza è l’ultima a morire, aggiunse la ragazza con un certo fatalismo.
– Preferisco pensare che la speranza sia un’alba incerta, una luce lontana; rispose Simone con una luce particolare nello sguardo.
– Bella frase! E’ tua?
– Non proprio. Diciamo che è di un mio amico.

Sei mesi erano passati rapidamente e i gelidi soffi invernali erano arrivati puntuali. La relazione amorosa tra Simone e Odalys si era rafforzata con il passare del tempo e il solo fatto di passeggiare, mano nella mano, tra le vie di Parigi li rendeva felici.
Un sentimento dolce e inaspettato aveva sorpreso i due ragazzi diventati inseparabili e dipendenti l’uno dell’altro.
Le passeggiate lungo i viali dei giardini del Lussemburgo, le banchine del canale Saint Martin o l’isola dei cigni erano un piacere al quale non avrebbero rinunciato per nulla al mondo.
Terminato il lavoro di guida a bordo del battello, Simone si recava sistematicamente davanti all’ospedale ad aspettare la sua compagna.
Odalys terminava le sue giornate di lavoro con l’impressione che il dolore dell’umanità gravasse sulle sue spalle, ma riusciva a scrollarsi questo peso di dosso e a ritrovare il sorriso dentro l’abbraccio del giovane siciliano.
Le lunghe attese davanti all’ingresso dell’ospedale Saint Antoine, avevano permesso a Simone di conoscere meglio i personaggi che popolavano il parco vicino.
Il ragazzo aveva avuto modo di discutere nuovamente con Verlaine, il giovane diventato clochard per scelta. Aveva scoperto che il suo soprannome derivava dalla passione per l’assenzio che si faceva recapitare direttamente da un amico di Praga.
Seduti all’ombra di un maestoso pino, avevano discusso a lungo dei valori dissoluti della società odierna e della necessità di rivoluzionare il sistema vigente. Nessuno dei due aveva cercato di convincere l’altro della propria opinione, ma avevano trovato numerosi punti in comune nel loro modo di vedere le cose. Entrambi identificavano la patologia sociale nella sconsiderata accumulazione capitalistica e nella mancanza di rispetto degli uomini verso i propri simili: un miscuglio letale d’egoismo e avidità alimentato da cattiveria e indifferenza.
Simone si era legato particolarmente a Philippe e, giorno dopo giorno, aveva guadagnato la sua fiducia.
Il ragazzo aveva imparato il linguaggio del senzatetto, fatto di sguardi ed espressioni facciali, e lo aveva osservato con interesse mentre ricopriva di simboli matematici le panchine del parco.
Aveva scoperto che le sue origini erano italiane. Il clochard barbuto, infatti, non parlava quasi mai, ma quando lo faceva utilizzava la stessa lingua madre di Simone.
Il catanese aveva preso l’abitudine di dividere il suo pasto con Philippe e lui aveva proferito le sue prime parole “Grazie”, “Buono” o ancora “Sei gentile”.
Tuttavia quel misterioso personaggio sembrava preferire il linguaggio gestuale alle parole.
Non aveva mai risposto alle domande relative alla sua identità e agli eventi che lo avevano portato alla situazione di degenza.
Le uniche parole uscite dalla sua bocca erano gli apprezzamenti per il cibo ricevuto, un timido “Ciao” con cui salutava il suo amico siciliano e “Filou” il nome del suo inseparabile bassotto.
Il ragazzo aveva rispettato il suo silenzio e non aveva insistito con gli interrogativi sulla sfera privata. Era una questione di rispetto della dignità umana. Se non voleva parlare sicuramente aveva i suoi buoni motivi.
Philippe parlava poco, ma ascoltava molto. Il giovane siciliano gli aveva aperto il cuore e gli aveva raccontato gli eventi salienti della sua vita: l’abbandono doloroso dell’odiata-amata isola, l’arrivo a Parigi, le difficoltà dei primi anni, i primi amori tormentati, le esperienze lavorative, le differenze culturali con i francesi, l’incontro con Odalys, le speranze e i progetti per il futuro.
Le parole del catanese rallegravano e riempivano le giornate del senzatetto poggiandosi sulla panchina di pietra come pioggia sulla terra arida.
Philippe non rispondeva con le parole ai racconti del suo amico, ma esprimeva interesse e partecipazione con sguardi che valevano più di mille frasi.
Simone si era affezionato a quell’uomo umile, capace di comunicare con gli occhi, che condivideva con lui i pomeriggi trascorsi in attesa di Odalys.
Oltre al pasto quotidiano, il ragazzo gli aveva fatto dono di tante altre cose, nei limiti delle sue possibilità: una coperta di lana per ripararsi dal freddo, una cartina dell’Italia sperando che stimolasse i suoi ricordi, numerosi libri di matematica e algebra, una radio e varie scatole di croccantini per il cagnolino.
Una vera e propria relazione simbiotica si era instaurata tra loro. Appena entrato nell’area del complesso ospedaliero, Simone cercava la panchina su cui sedeva il suo amico intento a scrivere indecifrabili sistemi alfanumerici.
Fino a quella calda mattina di Agosto quando la panchina rimase vuota…
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La X puntata tra cinque giorni…

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