Una storia parigina – X

La scomparsa

La scomparsa

Arrivato puntuale in prossimità del parco, Simone non aveva visto la sagoma curva del senzatetto e si era subito impensierito. Si era seduto una decina di minuti aspettando invano il suo arrivo.
Assalito da una crescente preoccupazione, aveva cominciato a percorrere in lungo e in largo il corridoio esterno dell’ospedale e il parco. Dove era finito il suo amico dagli occhi espressivi? Non se ne faceva una ragione. Quell’uomo era solito riposare in quel posto e la sua assenza lo inquietava. Aveva cominciato a chiedere informazioni agli altri barboni presenti in zona, ma nessuno sembrava avere notizie di Philippe.
– Posso sapere cosa stai facendo? Chiese Odalys sorpresa di trovarlo in un evidente stato di agitazione.
– Philippe è scomparso, rispose il ragazzo alzando le braccia in segno di disperazione.
– Non ti sembra di esagerare? Starà sicuramente schiacciando un pisolino sotto un albero o si starà facendo un goccetto lontano da qui.
– No, non è possibile. E’ il tipo più abitudinario che conosco e a quest’ora sta sempre seduto su quella panchina a scarabocchiare qualcosa. Anche la tua seconda ipotesi non sta in piedi perché non l’ho mai visto bere alcool o vino, replicò Simone cercando di razionalizzare la situazione e di considerare tutte le eventualità.
– Secondo me, stai precipitando le cose. Ci sarà sicuramente un ottimo motivo che giustifica la sua assenza.
– Se lo dici tu. Io, però, ho un cattivo presentimento; concluse il catanese pensieroso.
La sua apprensione si placò leggermente alla vista di Verlaine che si avvicinava in compagnia del suo inseparabile dalmata.
– Ciao amico mio, gli disse il siciliano contento di incontrarlo. Non è che per caso hai notizie di Philippe? Non si è fatto vivo tutto il giorno e nessuno sembra averlo visto.
– Cercavo proprio te, Simone. Ho due notizie da darti, una riguarda me e l’altra Philippe.
Per quanto mi riguarda, ho riflettuto a lungo alle discussioni che abbiamo fatto insieme e sono giunto alla conclusione che hai ragione tu. Non si può sperare di cambiare la società ponendosi ai suoi margini e rifiutandola in blocco. Bisogna impegnarsi, raccogliere critiche edificanti e trasformarle in azioni concrete, incontrare altra gente, confrontare punti di vista diversi, pianificare le tappe di una radicale riforma del sistema. Ho deciso di abbandonare la vita da escluso e alienato che ho intrapreso e di collaborare con quegli uomini che credono che un mondo migliore sia possibile. La mia idea è quella di creare un’associazione di persone capaci di partorire idee innovative finalizzate al bene della collettività e, magari, un domani ostacolare le politiche vigenti, figlie di loschi personaggi corrotti e senza scrupoli.
La mia maturazione mentale è stata graduale e si è realizzata soprattutto grazie a te. Sei tu il demiurgo che ha plasmato le idee confuse nella mia testa e ha creato un uomo nuovo in grado di ragionare e di credere in un possibile cambiamento. Grazie!
– Sono felicissimo! Sapevo che saresti ritornato sui tuoi passi. Sei un tipo troppo intelligente per rinunciare a lottare. Adesso ti prego dammi notizie di Philippe.
– Ah si, quasi dimenticavo. Ho incontrato ieri sera il tuo amico, seduto sulla solita panchina. Mi ha chiesto di darti questa busta.  Ho cercato di ottenere maggiori informazioni, ma non ha detto niente a parte il tuo nome. Lo sai meglio di me, parlare con lui è quasi impossibile.
Simone aprì il plico e lo esaminò attentamente. Si aspettava di trovare una lettera o un messaggio che giustificasse l’assenza del suo compagno. La busta bianca, invece, conteneva una chiave e un foglietto che il ragazzo prese tra le mani in cerca di risposte.
Era un indirizzo: 12 rue du Petit Musc, 75004, codice AB25A, scala C, sesto piano, porta centrale.
– Grazie Verlaine, sei stato prezioso. Devo scappare adesso. In bocca al lupo per la tua nuova avventura, disse Simone prendendo per mano Odalys e dirigendosi velocemente verso la rue du faubourg Saint Antoine.

Il siciliano aveva fermato un taxi e aveva mostrato al conducente l’indirizzo impresso sul cartoncino.
– E’ molto distante? Chiese Simone all’attempato taxista.
– Non è molto lontano da qui. Arriveremo in un quarto d’ora, rispose il conducente mostrando il tragitto sullo schermo del navigatore.
– Non perdiamo tempo. Vada più veloce che può, per favore. E’ importante.
La Mercedes grigia era partita sgommando e, zigzagando nel caos del traffico parigino, aveva raggiunto la rue du Petit Musc in breve tempo.
– Grazie per la corsa, disse il catanese porgendo un banconota da venti euro.
– In bocca al lupo, ragazzo.
Simone e Odalys si ritrovarono davanti a un portoncino verde affiancato da una tastierina in metallo.
Dopo aver verificato che si tr attasse del numero civico esatto, Simone  compose il codice sulla tastiera del digicode e spinse il portone che sbarrava l’accesso.
Penetrati all’interno, si guardarono intorno e osservarono con stupore la ricchezza delle decorazioni che abbellivano l’ingresso: rigogliose fioriere, eleganti specchi, mobili in legno pregiato, lampadari finemente rifiniti e tappeti variopinti.
La scala C era la scala di servizio e non era dotata dello stesso fasto che caratterizzava l’entrata del palazzo.
Una malandata rampa di scale in legno permetteva l’accesso a una zona dell’edificio occupata da piccoli appartamenti.
Come la maggior parte degli edifici nobiliari risalenti agli inizi del XIX secolo, il palazzo comprendeva una zona destinata alle chambres de bonne, minuscole stanze utilizzate per ospitare la servitù che all’epoca lavorava nelle ricche case adiacenti.
Quelle insalubri camerette, che un tempo ospitavano i domestici reclutati per occuparsi delle mansioni domestiche, accoglievano adesso studenti squattrinati e lavoratori sottopagati in grado di permettersi solo quel tipo di alloggio.
I due ragazzi arrivarono al sesto piano con il fiatone. Simone recuperò velocemente la chiave che custodiva nella tasca anteriore del jeans e la infilò nella serratura della porta centrale; una porta anonima, semplice e priva di ogni indicazione relativa all’identità dell’occupante.
Il ragazzo aprì la porta. La stanza era immersa nella penombra.
Cercò l’interruttore sul muro ma il contatto elettrico sembrava non funzionare e la
camera rimase avvolta dall’oscurità.
Si diresse verso la finestrella da cui penetravano fiochi raggi di sole e la spalancò per permettere alla luce di illuminare l’appartamento.
Simone e Odalys rimasero a bocca aperta alla vista dell’insolito spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi increduli.
Le pareti bianche, il parquet del pavimento, il soffitto, le finestre e persino i mobili erano ricoperti di strani simboli.
Avvicinandosi alla parete, Simone riconobbe le enigmatiche formule matematiche che Philippe era solito scrivere sulla panchina dell’ospedale.
Parentesi tonde, quadre e graffe, polinomi a più variabili, equazioni e funzioni algebriche ricoprivano l’esigua superficie della stanza e le conferivano l’aspetto di un mausoleo egizio tappezzato da geroglifici indecifrabili.
Oltre alle formule matematiche, il giovane catanese riconobbe anche alcuni legami chimici e varie leggi della fisica che aveva studiato in gioventù; tuttavia i suoi ricordi liceali non erano tali da permettergli di capirne il significato.
La stanza, che misurava una quindicina di metri quadrati, era dotata di un ridottissimo angolo cucina che si traduceva in un cucinino elettrico e un minuscolo lavandino.
Lo scarno arredo era costituito da un divano polveroso, un comodino, una sedia pieghevole e un tavolo posto al centro dello spazio abitabile.
L’attenzione di Simone fu attirata da un biglietto posto sopra il tavolo, un cartoncino bianco situato perfettamente al centro.
A parte i pochi elementi d’arredamento, quel biglietto era l’unico oggetto di tutta la stanza.
Non c’erano libri o quaderni, non c’era una televisione o una radio, non c’erano vestiti o scarpe, non c’erano quadri, non c’erano lampade. Solamente un cartoncino bianco.

Simone prese il biglietto fra le mani e si rese conto che si trattava di un biglietto da visita:
Fabien Lemaitre – Notaire – 25, rue de Turenne – 75004 Paris.
– Cosa c’è scritto? Chiese Odalys fissando il cartoncino.
– E’ l’indirizzo di un notaio. Philippe lo ha lasciato sopra il tavolo affinché lo trovassimo. E’ la nostra prossima destinazione, rispose Simone con un’espressione interrogativa.
– Ma che c’entra un notaio con un senzatetto? Sembra tutto così assurdo!
– Io pensavo che Philippe non avesse nemmeno una casa. Invece possiede questo piccolo monolocale.
– Ma dove si è andato a cacciare? E perché l’indirizzo di un notaio?
– Sono le stesse domande che mi pongo. L’unica soluzione è andare subito in rue de Turenne. Possiamo raggiungerla a piedi in poco tempo.
Sulla soglia dell’appartamento, Simone e Odalys furono incuriositi da un rumore proveniente da una porticina a cui non avevano fatto caso fino a quel momento.
Era la porta del bagno che includeva solamente il water e il lavandino. Rannicchiato ai piedi del gabinetto, un bassotto scodinzolava di gioia per l’arrivo dei due ragazzi.
– E’ Filou! Esclamò Simone prendendolo in braccio.
– Povero cucciolo! Aggiunse Odalys inteneritasi davanti al cagnolino. Portiamolo con noi. Non possiamo lasciarlo qui.
– D’accordo. Ora muoviamoci, non c’è tempo da perdere.
– Immagino che stiamo correndo dal notaio, lo interrogò in maniera retorica la ragazza.
– Certo. Voglio sapere cosa è successo.
– Mi dispiace arrestare la tua emozionante caccia al tesoro, ma a quest’ora il tuo notaio ha lasciato lo studio già da un pezzo. Dovrai aspettare fino a domani per svelare l’arcano mistero.
– Che stupido! Non mi ero reso conto che si è fatto tardi.
– Calmati e sii paziente. Tra poche ore otterrai le risposte che cerchi.
– Hai ragione. In ogni caso non possiamo far niente fino a domani.
– Si, torniamo a casa. Dicono che la notte porti consiglio.
– Allora andiamo a farci consigliare dalla notte.
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La XI puntata tra cinque giorni…

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