Un lupo mannaro americano a Parigi

Un lupo mannaro a Parigi

Tre ragazzi americani vanno in vacanza a Parigi. Andy (T.E. Scott), uno dei tre, decide di sperimentare il lancio con corda elastica dalla Torre Eiffel e acchiappa al volo una infelice biondina, suicida perché stanca di essere una lupa mannara in combutta con una banda di licantropi neonazisti. Basato sui personaggi creati da John Landis, dicono i titoli di testa, e scritto dal regista Waller, ex pubblicitario, con Tim Burns e Tom Stern.

È un chiassoso, ripetitivo e strampalato pastrocchio, fondato sul principio dell’accumulazione in cui, oltre a qualche motivo di Landis, A. Waller cita e scopiazza F. Coppola, N. Jordan, Il gobbo di Nôtre-Dame e persino la Pantera rosa di B. Edwards. (fonte: mymovies)

Un film di Anthony Waller. Con Pierre Cosso, Julie Delpy, Tom Everett Scott Anno: 1997 – Durata: 90 min.

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Julie & Julia

Julie & Julia

1949. Julia Child si è appena trasferita a Parigi per seguire il marito addetto culturale dell’ambasciata americana. Nella nuova città è ammaliata dalla cucina francese e per combattere la noia inizia un corso professionale per diventare cuoca.
La passione la travolgerà, tanto da scrivere un libro che, dopo le tortuose vicende per pubblicarlo, diventerà la Bibbia per qualsiasi americano che voglia imparare a cucinare. Tutt’oggi la Child è una leggenda negli Stati Uniti.

Nel 2002, Julie Powell si è appena trasferita nel Queens, sopra una pizzeria.
All’università era tra le più promettenti ma la sua vita, alla soglia dei 30 anni, è in un limbo da quando ha rinunciato a completare il suo romanzo. Riuscirà a trovare un senso alla sua esistenza grazie al libro di Julia Child, aprirà un blog e racconterà la sua sfida: completare le 524 ricette della sua eroina in 365 giorni.
Ha fortissimi toni femminili Julie & Julia. Nora Ephron lo ha tratto dal libro autobiografico della Powell, facendone un film che segue in parallelo le esistenze di due personaggi che, benché siano separati da 50 anni, hanno moltissimi punti di contatto. Ne esce fuori una commedia dai tempi comici perfetti, sostenuta da due interpretazioni sontuose: la Streep ormai non sorprende più, se non fosse per l’accento straordinariamente divertente, il francese incerto e una verve ironica che rappresenta la novità assoluta della stagione.

Mentre Meryl ha un personaggio senza lati oscuri e forse fin troppo solare, alla Adams è affidata Julia Powell, una donna del nostro tempo, con tutti i dubbi, le paure e l’esigenza di esprimersi. Se la Street/Child è semplicemente innamorata del cibo e piano piano si immerge con la sua energia in questa nuova missione, la Adams/Powell cerca e trova nelle ricette di mezzo secolo prima il nutrimento adatto per il suo animo insoddisfatto.
Il risultato finale è un piatto in cui non tutti gli ingredienti sono nella giusta proporzione ma dal sapore godibilissimo. (fonte: mymovies.it)

 

Un film di Nora Ephron. Con Meryl Streep, Amy Adams, Stanley Tucci, Chris Messina, Linda Emond – Anno: 2009 – Durata: 123 min.

Il Concerto

Il Concerto

Andreï Filipov è un direttore d’orchestra deposto dalla politica di Brežnev e derubato della musica e della bacchetta. Rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta principalmente da musicisti ebrei, è costretto da trent’anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Bolshoi. Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza.
Il Théâtre du Châtelet ha invitato l’orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell’invito concepisce il suo riscatto di artista, riunendo i componenti della sua vecchia orchestra e conducendoli sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie.

Scordati e ammaccati dal tempo e dalla rinuncia coatta alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato.
Con Train de vie Radu Mihaileanu “addolcì” la Shoa, circondandola di un’aura pienamente fantastica e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno carico di ebrei fintamente deportati ed ebrei fintamente nazisti riusciva a varcare come in una favola il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihaileanu, musicisti usurpati del palcoscenico e della musica a causa della loro ebraicità.

È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant’anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell’onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l’accusa di aver commesso atti antisovietici.
Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent’anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l’occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo.

Come Gorbaciov, Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell’epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l’Andreï Filipov di Alexeï Guskov è un fool, un’anima gentile dotata come lo Shlomo di Train de vie di un talento per l’arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l’impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male.
Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un’amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un’irrinunciabile unità emozionale. (fonte: mymovies.it)

 

Un film di Radu Mihaileanu. Con Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov – Anno: 2010 – Durata: 120 min.

Baby love

Baby love

Emmanuel e Philippe sono una coppia solida e innamorata, ma il desiderio di paternità di Emmanuel è talmente forte e la resistenza di Philippe talmente salda che la loro relazione si spezza. Una ragazza argentina incontrata per caso, in occasione di un tamponamento stradale, pare risolvere ciò che sembrava infattibile: farà lei un figlio a Manu, in cambio di un matrimonio di convenienza che la tolga dallo stato di clandestinità. Eppure i tre non hanno fatto i conti con gli imprevisti del caso, vale a dire dell’amore.

L’opera prima di Vincent Garenq è uno specchietto per le allodole. Il tema della possibilità di una famiglia omoparentale si trasferisce dal dibattito etico-politico allo schermo cinematografico senza che questa traduzione comporti un reale cambio di registro: preoccupato di raggiungere un ampio target, Baby Love lascia dialogare tra loro le diverse posizioni, alterna slanci e pudori, mima una profondità di sguardo che non possiede. Garbato, sensibile, romantico è tutto ciò che la realtà in questi casi non sarebbe; cinema di evasione in senso letterale, fuga nella favola, tesi. Il campanello d’allarme, in questo senso, lo offre l’ambientazione: il pediatra Manu abita a Belleville, quartiere-laboratorio di integrazione multietnica, e ci tiene a farlo presente all’assistente sociale che esamina la sua candidatura a genitore adottivo, ma non c’è ragione nel film perché abiti lì piuttosto che altrove. È l’insolito per l’insolito, il detto al posto del mostrato.

Tutto ciò non toglie nulla ad una pellicola che procede spedita, forte di ottimi attori –la coppia Lambert Wilson e Pascal Elbé, la bella intrusa Pilar Lopez De Ayala-, con una matematica dei sentimenti che nulla tralascia e nulla storpia e un unico neo di superficie nel doppiaggio. Tuttavia, in questo cinema dove l’amore omosessuale è uno sguardo rubato e quello del regista uno sguardo moderato, lo sguardo che emoziona di più è quello mancato, quello che la coppia felice sottrae alla madre surrogata: umano e disumano, credibilmente vero. Garenq raccoglie la sfida di raccontare una possibilità, ma non solo non ha il coraggio di scegliere se far star in piedi o meno il suo triangolo non euclideo, ma di fatto non cerca un’idea -non si pretende di regia ma almeno di sceneggiatura- per narare quella che in fondo è esattamente una ricerca d’identità. Sceglie la medietas della commedia dal retrogusto amaro, del divertimento rigato di dramma, pecca, in fondo, di prodigalità: dà un po’ a ciascuno per piacere a tutti. Peccato che l’amore sia un sentimento esclusivo. (fonte: mymovies.it)

Un film di Vincent Garenq. Con Lambert Wilson, Pilar López de Ayala, Pascal Elbe, Anne Brochet, Andrée Damant – Anno : 2008 – Durata : 90 min.

Il mio migliore amico

Il mio migliore amico

François (Daniel Auteuil) è un antiquario, ha una socia nel business, e ha quindici appuntamenti al giorno. Ha un solo problema: non ha un amico. Per provare il contrario fa una scommessa: entro dieci giorni dovrà presentare alla sua socia il suo migliore amico.
L’amicizia è un tema spesso affrontato dal cinema, in modo profondo o superficiale, in quanto valore unico e insostituibile e fondamento delle relazioni che legano gli uomini. Patrice Leconte, sulla base di un soggetto di Olivier Dazat, non si limita a raffigurare il senso dell’amicizia, ma parte dall’ipotesi di negarla, dichiarando nella figura di François che sia possibile vivere solo con l’obiettivo di ottenere soddisfazioni dal lavoro.

Il problema del protagonista è quello di non sapere realmente cosa sia un amico. Tutte le conoscenze, le relazioni d’affari, fredde e fugaci, sono l’unica sua fonte di vita sia umana che professionale. Anche la sua donna (incredibile che ne abbia una), è probabilmente presente per questioni sociali, vittima di una precarietà affettiva (“L’amore si può anche vendere, l’amicizia no”). In questo il ruolo di Auteuil ricorda alla lontana Un cuore in inverno, dove interpretava un uomo incapace di amare.
La situazione in cui l’antiquario si trova è quindi una solitudine mai accettata, che il regista esprime con leggerezza e ironia, in un parallelo con la vita di Bruno, un tassista (Danny Boon, in un’ottima interpretazione) che in apparenza è affabile e parla con tutti, ma che in realtà è solo, come François. La differenza di classe, in alcuni casi non conta. (fonte: mymovies.it)

Un film di Patrice Leconte. Con Daniel Auteuil, Dany Boon, Julie Gayet, Julie Durand, Jacques Mathou – Anno : 2006 – Durata : 95 min.

Love, etc.

Love etc.

Pierre (C. Berling), professore eccentrico e seduttivo, e Benoît (Y. Attal), impiegato introverso e tranquillo, sono amici da vent’anni. Benoît incontra Marie (C. Gainsbourg), timida restauratrice di quadri, e la sposa. Pierre se ne innamora, la corteggia, la conquista.
Quando scopre la relazione, Benoît lascia Marie. I tre si ritrovano anni dopo, nelle prime ore del nuovo millennio, su una spiaggia del Nord.

Marie e Pierre stanno insieme; Benoît dice di aspettare un figlio da una ex prostituta in Russia dove ha fatto fortuna. Festeggiano con una bottiglia di champagne. Il 3° film di M. Vernoux (dopo Pierre qui roule, 1991, e Personne ne m’aime, 1992) deriva dal romanzo Talking It Over (Parliamone, 1991) di Julian Barnes dove Jules e Jim di Truffaut è un ribadito termine di riferimento. Lo è anche nel film che, però, s’ispira anche al cinema di Rohmer e di Sautet in un amalgama personale, specialmente nell’anomalo e ambiguo finale, sospeso come in un sogno. Attal, attore prediletto dal regista E. Rochant, e la Gainsbourg fanno coppia anche nella vita. (fonte: mymovies.it)

Un film di Marion Vernoux. Con Charlotte Gainsbourg, Yvan Attal, Charles Berling Anno: 1996 Durata 105 min.

Mia moglie è un’attrice

Mia moglie è un'attrice

Yvan, giornalista sportivo, vive con Charlotte, un’attrice. Tutto sembra andare bene, finchè in Yvan non si instilla un’immotivata gelosia per il mestiere della compagna, che la porta a fingere di baciare ed avere rapporti fisici con altri uomini.
La situazione precipita quando anche i suoi amici cominciano a stuzzicarlo sulla questione, e soprattutto quando Charlotte si deve trasferire per qualche tempo a Londra, per girare un film con un famoso sex-symbol.

L’esordio alla regia di Attal, che fa coppia con la Gainsbourg anche nella realtà, si inserisce nel tipico filone della commedia degli equivoci transalpina; per questo motivo, ne possiede la godibilità e i dialoghi scoppiettanti, grazie anche alla verve dei due attori protagonisti. Deve peraltro scontare, purtroppo, una superficialità di fondo ed una sterile sensazione di deja vu, che alla lunga stanca e non fa decollare una pellicola che avrebbe avuto bisogno di ben altra mano per diventare davvero interessante. (fonte: mymovies.it)

Un film di Yvan Attal. Con Charlotte Gainsbourg, Terence Stamp, Yvan Attal Anno: 2001 – Durata: 95 min.