Le Parisien, il vaut mieux l’avoir en journal

I parigini non sono uno dei popoli più simpatici del mondo.
Non è solamente il sottoscritto a pensarlo ma una cattiva reputazione che grava sulla testa degli abitanti della capitale da diversi anni.
Camerieri scorbutici, taxisti stressati, cittadini incivili, un selvaggio campionario umano che rende acide le vie della ville lumière.
Da quando ho iniziato a scrivere questo blog ho cercato di stigmatizzare ed enfatizzare i difetti dei nostri amici parigini attraverso vari articoli che li riguardano.
Il giornale Le Parisien in una famosa campagna pubblicitaria riesce perfettamente a rendere visualmente ciò che ho cercato di fare a parole.
Lo slogan azzeccatissimo della campagna è Le Parisien, il vaut mieux l’avoir en journal ovvero “Il parigino, meglio averlo come giornale (che come essere umano)”.

Uno di loro

Non vedo, non sento, non parlo

E’ un lunedì d’Agosto in una Parigi inverosimilmente semi-deserta e attendo sulle banchine della linea 9, alla stazione Chaussée d’Antin – La Fayette, la metropolitana che mi riporterà a casa dopo una giornata di lavoro.
Il biscione metallico si presenta puntuale dopo tre minuti, come prontamente annunciato dal tabellone luminoso, e apre le sue fauci per fare scendere i passeggeri e inghiottirne nuovi.
Una coppia di signore abbastanza attempate si affretta per salire rapidamente, forse in cerca di posti a sedere o forse soltanto per la fretta che contagia i frequentori dei corridoi della metro.
Le due signore avanzano impetuosamente verso le porte appena aperte del vagone continuando a  dialogare tra loro in una lingua che, con tutta probabilità, sembra essere russo.
Una delle due è truccatissima, vestita di nero (al limite del gotico) e porta vari bracciali e anelli, l’altra ha un aspetto più curato e meno appariscente della prima.
Le due russe con un balzo entrano repentinamente nel vagone della metropolitana non rispettando il primo comandamento del buon pendolare RATP ovvero “Lascia scendere, prima di salire”.

Nel loro impeto incontrollato per accaparrarsi i posti migliori, le due arzille signore urtano un signore di bassa statura che si accingeva a scendere dal vagone.
Il signore, dai chiari lineamenti magrebini, infastidito dallo spintone ricevuto dalla coppia appena salita fa notare la mancanza di rispetto gridando “Il faut pas pousser comme ça, quand même. Il faut laisser descendre les gens avant de monter comme des moutons!”.
La signora più trasandata, che a quanto pare capisce perfettamente il francese, si sporge dalle porte ancora aperte e grida in faccia al tipo un sonoro “Ta gueule”.
Il buontempone magrebino non se lo fa ripetere due volte e, tornato sui suoi passi, sputa addosso alla russa gotica un altrettanto fragoroso “Salope” e sputa (non parole ma saliva) sulla seconda signora che non aveva nemmeno partecipato al diverbio.
L’incazzato nord-africano, per concludere in maniera gloriosa la sua performance, saluta la partenza della metro insultando tutti i passeggeri con coloriti epiteti e rifila un potente calcione alle porte ormai chiuse del vagone per sfogare la sua rabbia.
Una scena di quotidiana e selvaggia follia come se ne vedono tante prendendo la metropolitana parigina.
Chi non utilizza la metropolitana tutti i giorni forse non capirà ma chi, invece, utilizza la metro quotidianamente si sarà di certo imbattuto in situazioni simili.

Perché ci racconti tutto questo? Direte voi, cari amici internauti.
Effettivamente non c’é nulla di eccezionale in questa descrizione di una lite cruenta avvenuta in pieno giorno nella metropolitana parigina.
Il nocciolo del racconto sta nella mancanza di emozioni che questo episodio ha suscitato nel sottoscritto.
Nonostante il fattaccio si sia sviluppato a pochi metri dal posto in cui stavo comodamente seduto, non ho minimamente reagito a quello scontro verbale ma sono piombato nell’atarassia più totale continuando a leggere il mio libro come facevano tutti gli altri passeggeri.
Nel momento stesso in cui due persone si stavano insultando, spingendo, sputando addosso e umiliando pubblicamente, tutti gli altri passeggeri del vagone (me compreso) erano troppo occupati a leggere, ascoltare musica o completare griglie di Sudoku.
Mentre sfogliavo le pagine del libro, mi sono reso conto che qualcosa stava succedendo davanti le porte della metro, ma appena ho capito di cosa si trattasse ho subito ripreso a leggere. Nessuna reazione.
Quando sottolineo il fatto che non ho avuto nessuna reazione non parlo di una reazione fisica ma mi riferisco al fatto che interiormente non ho provato nessuna emozione di disgusto, pena, compassione o disappunto.
La mia reazione é stata l’indifferenza totale.
Quelle persone che si dimenavano davanti ai miei occhi, e a quelli degli altri parigini presenti, erano improvvisamente diventate invisibili.
Scendendo dalla metro, ripenso all’indifferenza di tutti i presenti e tirando le somme dell’esperienza appena vissuta esclamo “Cazzo, sto diventando come loro!

Il mese ideale: Parigi in Agosto

Parigi in Agosto

Le vacanze estive sono oramai lontane per il sottoscritto che, dopo aver respirato un pò di brezza marina sicula e sguazzato tra le onde di un mare indimenticabile, è tornato a vivere nella giungla metropolitana parigina.
Il ritorno a Parigi, dopo le vacanze estive trascorse in Sicilia, rappresenta sistematicamente un trauma dolorosissimo che richiede almeno una settimana di somatizzazione per essere pienamente assorbito.
Lo sbalzo è enorme: si passa da un clima prettamente estivo e vacanziero a uno, quello parigino, instabile e imprevedibile (si dice che ogni giornata d’agosto a Parigi racchiuda in se le 4 stagioni!) ma soprattutto si viene violentemente trasportati dal calore di una mentalità gioiosa e festiva come quella mediterranea al grigiore e alla grettezza d’animo dei parigini che vedono il mondo in bianco e nero.
Mi sono gradualmente abituato al clima di Parigi ma non riesco a fare lo stesso riguardo la diffidenza e l’ipocrisia della maggior parte dei suoi abitanti.

Mi capita spesso di partire durante il mese di Luglio per le vacanze estive.
Si tratta di una scelta strategica che mi permette da una parte di godere pienamente della mia bella isola che in questo mese dell’anno non è eccessivamente invasa dai turisti e risplende di colori e sapori estivi, dall’altra di alleviare gli effetti del succitato sbalzo meteo/culturale.
Parigi diventa infatti meno “parigina” ad agosto: i parigini abbandonano le loro abitazioni e la routine quotidiana per svagarsi per qualche giorno al mare o nella loro provence natale.
La ville lumière cambia pelle e indossa, per un mese, una veste piú umana e rilassante.
I pochi luteziani rimasti si concentrano lungo le banchine della Senna per concedersi una pseudo-abbronzatura, mangiando pseudo-gelati, nella pseudo-spiaggia di Paris Plage.
Chi, come me, lavora durante il mese di agosto si accorge fin dal mattino del cambiamento avvenuto.

La metropolitana non è piú popolata esclusivamente da sagome umane impenetrabili perché troppo occupate a leggere o a trapanarsi le orecchie con musica ad alto volume ma si incontrano turisti che, eccitati dalla loro vacanza, riempiono i vagoni di una strana atmosfera festiva.
Visitare la cittá diventa piacevole e si puó passeggiare da un punto all’altro della cittá con grande facilitá, a piedi o in auto, assaporando con calma ogni metro quadrato di storia e di bellezze architetturali che ci circondano.
I camerieri delle brasserie, tristemente conosciuti per la loro mancanza di buon umore e buone maniere, sorridono piú spesso e si mostrano piú gentili.
Vi state chiedendo ancora quale sia il miglior mese per visitare Parigi?

L’erba del vicino…parigino

Due simpatici vicini di casa

Il parigino ha un rapporto particolare con i vicini.
Se nella mia Sicilia natale i vicini fanno quasi parte della famiglia, qui a Parigi il vicino è un entità amorfa e indefinibile.
In una città in cui le relazioni umane sono costantemente bloccate dalla diffidenza che aleggia sovrana sui rapporti interpersonali, il vicino viene visto come un nemico da allontanare ed evitare.
Da quando abito a Parigi ho cambiato casa parecchie volte e in tutti i posti in cui ho abitato non ho mai simpatizzato o conosciuto i miei vicini.
Pur ritenendomi una persona mediamente socievole, non sono mai riuscito a rompere quel resistente muro fatto di pregiudizi, diffidenza e indifferenza che separa ogni parigino dal proprio dirimpettaio.
I vicini vengono visti come potenziali nemici che vivono barricati dietro mura ostili e che tramano nell’ombra, loschi personaggi che cospirano contro di noi e che possono metterci in pericolo in ogni momento.

In Italia, soprattutto nel Sud, il vicino è un punto di riferimento su cui poter contare e con cui condividere piccoli momenti di quotidianità.
Se avete fatto un dolce vi viene istintivo portarne una parte al vicino, se dovete assentarvi per qualche giorno pensate immediatamente al vostro vicino per occuparsi dei pacchi e della posta o per dare da mangiare al gatto, se non avete più sale per terminare la ricetta che stavate realizzando vi recate immediatamente dall’inquilino della porta accanto.
Se fai un dolce e vuoi farlo assaggiare a qualcuno il vicino parigino è l’ultima persona a cui vai a pensare perché non sai come potrebbe prendere il tuo gesto.
Se hai bisogno di un pizzico di sale per finire la ricetta che stavi preparando, preferisci scendere a comprarlo dall’arabetto del quartiere (che te lo vede il triplo del prezzo normale) piuttosto che bussare alla porta del vicino.
Qui a Parigi, vai a bussare dal vicino soltanto se un’infiltrazione d’acqua proviene da casa sua e devi andare a chiedere la constatazione “amichevole”.
Le conseguenze di quest’enorme diffidenza, che caratterizza Parigi come tutte le grandi città, si sono palesate nel 2003 in occasione della grande ondata di caldo afoso (la famosa canicule) che ha tristemente segnato l’estate di quell’anno.
Quasi ventimila persone hanno perso la vita in quell’occasione: si é trattato nella maggior parte dei casi di persone anziane, abbandonate a se stesse, che da anni vivevano nella solitudine piú totale e che non hanno trovato nessun aiuto.

Il vicino parigino non é solitamente un personaggio su cui potete contare in caso di bisogno ma resta inaccessibile e costantemente nascosto nella sua casa-trincea.
Tuttavia, esiste un giorno dell’anno in cui il vicino diventa simpatico e accessibile: il giorno della festa dei vicini.
In quest’occasione la metamorfosi che non ti aspetti si compie: quello che fino a pochi giorni fa era un eremita che viveva rintanato nella sua abitazione diventa una persona umana e vuole venire verso di noi, quello che sembrava essere un orco solitario che si nascondeva dietro una porta blindata si rivela essere un simpaticone.
Quando ho visto che il condominio in cui abito attualmente organizzava una festa dei vicini, mi sono detto che nessuno avrebbe partecipato talmente era bassa la considerazione che avevo dei miei vicini.
Fortunatamente ho dovuto ricredermi: la gente era allegra e disposta al dialogo e tutti, stimolati dall’atmosfera festiva e dall’alcool, volevano raccontare la propria vita e conoscere gli altri.
Mi sono reso conto che in quel condominio che mi ospita da diverso tempo, abitano persone interessanti, di nazionalità e culture diverse, che durante il resto dell’anno vivono mimetizzate nell’anonimato parigino.
E’ stata davvero una bella occasione di convivialità e condivisione.
Peccato che il giorno dopo siamo tutti ritornati a nasconderci nelle nostre case e che bisognerà aspettare la prossima festa dei vicini per poter scambiare nuovamente qualche parola con quelle entità misteriose che abitano la porta accanto.

Sciovinismo parigino

Sciovinismo parigino

Un altro tratto distintivo del parigino tipico è il patriottismo smisurato che lo porta a denigrare tutto ciò che è straniero, esotico e, in ogni caso, non francese.
Questo voler dipingere tutto di blu-bianco-rosso e proclamare costantemente la propria superioritá franco-francese mi  ha immediatamente stupito al mio arrivo a Parigi.
Ho sempre guardato con un pizzico d’invidia questo atteggiamento dei nostri cugini francesi, anche se bisogna dire che spesso eccedono nei loro slanci nazionalistici.
La mia invidia scaturisce dal fatto che questo loro attaccamento al paese, alla nazione e alla bandiera è qualcosa che non esiste in Italia (forse è esistito in un tempo lontano) dove chi sta attualmente al potere straccerebbe volentieri il tricolore e si arrovella quotidianamente per cercare la migliore soluzione per dividere il Paese che sia il federalismo o la reintroduzione dei dialetti a scuola.
L’italiano sente la sua appartenenza al paese solo durante i mondiali di calcio o quando è lontano dall’Italia

Lo sciovinismo parigino è talmente esagerato che supera il semplice nazionalismo: il parigino, prima ancora che alla Francia, è attaccato morbosamente alla sua città, che considera unica al mondo, e al suo arrondissement, che considera il migliore.
Il parigino ama talmente la sua città che quando va all’estero non dice di essere francese…ma parigino; l’abitante della capitale francese sarebbe pronto a tutto pur di difendere il nome e la fama di Parigi che considera come una ricchezza unica.
Ogni altro paese o città comparato alla bellezza di Parigi perde di significato e il resto della Francia passa in secondo piano rispetto alla capitale detentrice di fama e successo.
Il resto del paese, identificato dai parigini con il termine province, viene apertamente snobbato ed esiste soltanto durante i week end per una gita fuori porta o per assaggiare specialità regionali, passeggiare lungo le spiagge, respirare un pò di aria pura e rapidamente rimpiangere Parigi e rendersi conto quanti vantaggi la capitale offra rispetto al resto delle altre città francesi.

Bisognerebbe aggiungere che il nazionalismo esasperato e l’attaccamento sciovinista alla propria città non è una caratteristica prettamente parigina ma più spiccatamente francese.
Inoltre lo sdegno con cui i parigini guardano alle altre regioni francesi è reciproco e i provinciali guardano ai parigini con altrettanto disprezzo.
Numerosi sono i nomignoli dispregiativi coniati appositamente dai provinciali per etichettare negativamente gli abitanti della capitale, il più famoso recita “Parisien tête de chien !Parigot tête de veau ! “ e stigmatizza perfettamente le peggiori qualità dei parigini ritenuti, snob, acidi e sgradevoli.

Snobismo parigino

Una famosa canzone del grande Boris Vian prende in giro l’atteggiamento snob e sostenuto dei parigini.
La canzone s’intitola J’suis snob e ha il merito di enfatizzare abilmente, come solo Vian sapeva fare, uno dei più macroscopici difetti dei parigini: lo snobismo.
Per definizione lo snobismo è l’attaccamento smisurato alla forma, alle buone maniere, a tutto ciò che è in voga e alla moda, a tutto ciò che è ”in”.
Lo snob desidera appartenere a una classe elitaria e distinguersi dalla massa, per questo motivo tende a riprodurre i comportamenti e gli atteggiamenti di una classe sociale o intellettuale che reputa superiore.
Spesso imita i segni distintivi di questa classe sia nel linguaggio che nei gusti e nelle abitudini di vita e tratta con disprezzo quelli che considera appartenenti a classi inferiori.

Il parigino medio trasuda snobismo e trascorre la sua esistenza a visitare i luoghi piu branchés del momento e a rispettare le regole dettate dai guru della societá fashion.
L’abitante della ville lumière sgomita tra la folla per recarsi rapidamente al BHV e procurarsi l’ultimo Iphone, si concede una pausa in una delle tante terrasse del Marais, mangia un paio di macarons da Ladurée e si scatena in uno shopping frenetico da Zadig & Voltaire per accaparrarsi i vestiti piú trendy del momento.
Questo essere schizzinoso e con la puzza sotto il naso sorride raramente, ascolta musica lounge, mangia solo prodotti Bio e prende raramente la metropolitana che considera sudicia e affollata.
Lo snob parigino rinnova il suo guardaroba nei negozi della rue du Faubourg Saint-Honoré, fa la spesa esclusivamente al Monoprix, guida portando guanti in cuoio, prenota con largo anticipo i biglietti per il Roland Garros e il week-end si rilassa partendo a Deauville, Nantes o Londra.

Il digicode: la combinazione segreta

Il Digicode

Nell’utopica società immaginata da Thomas More, Utopia, non vi è proprietà privata e le case sono aperte a tutti, dal momento che nessuno ruba.
Si cambia casa ogni dieci anni, scegliendone un’altra attraverso un sorteggio.
“La proprietà privata non esiste” sosteneva Karl Marx, ispiratore dell’ideologia comunista, “essa è solo la causa primaria delle differenze tra classi e, di conseguenza, delle lotte che ne derivano”. Andatelo a spiegare ai parigini…..
I parigini pensano che la loro abitazione sia la cosa più preziosa di questo mondo e che per tale ragione vada protetta limitandone l’accesso a pochi eletti in possesso di un codice: il digicode.
Per avere accesso ai palazzi parigini, raramente troverete un citofono (l’interphone, come lo chiamano loro) per annunciarvi alla persona che vi aspetta, molto più spesso vi troverete di fronte una tastierina fatta di cifre e lettere che vi sbarrerà il passaggio.

Se vi siete trasferiti da poco a Parigi, dovrete imparare a convivere con questo diabolico apparecchio che vi chiederà il misterioso codice a ogni vostro passaggio.
Se l’accesso agli appartamenti resta legato all’uso di chiavi e serrature, i portoni dei palazzi, invece, si aprono soltanto grazie all’utilizzo di un codice.
Si tratta di una combinazione alfanumerica di quattro o cinque cifre (di solito tre o quattro cifre dallo 0 al 9 unite alla lettera A o B) che vi sarà necessaria per accedere al vostro appartamento o per recarvi dalla persona che vi ha invitato.
In buona sostanza, se vi capiterà di essere invitati a casa di qualcuno qui a Parigi, il vostro amico oltre all’indirizzo vi comunicherà una combinazione segreta.
Quella che il vostro amico vi ha fornito non è una parola d’ordine che un omaccione muscoloso vi chiederà all’ingresso per lasciarvi passare ma un codice che vi permetterà di aprire il portone del suo palazzo.
In questo modo i parigini si sentono più protetti nelle loro case-casseforti, al riparo da sconosciuti e intrusi indesiderati, protetti da un codice che li separa dal mondo esterno.

In realtà per poter accedere a un qualsiasi edificio parigino, basterebbe aspettare l’ingresso di un inquilino e entrare insieme a lui (dicendo che si va da un amico che abita in quel palazzo e che ha dimenticato di comunicarci il codice) senza contare che in molti edifici il codice entra in funzione soltanto la sera e durante il giorno basta premere un bottoncino posto sopra la magica tastierina.
Naturalmente i codici dei digicode parigini vengono cambiati sistematicamente per motivi di sicurezza: se vi capiterà di tornare dalle vacanze in Italia e ritrovarvi, davanti al portone del vostro palazzo, a comporre un codice che non ne vuole sapere di spalancarvi l’ingresso di casa, non imprecate! Ringraziate piuttosto i parigini e il loro amore per la tecnologia.
Personalmente preferisco il caro vecchio citofono che permette di identificare la persona che vuole accedere all’abitazione prima di trovarcela sorridente davanti la porta.

Bonjour Paris!

I parigini e le buone maniere

Un altro momento in cui la pseudo-mielosità del popolo parigino tocca il suo culmine è la pretesa del Bonjour.
Che c’ è di male a salutare la gente con un cordiale “Buongiorno”? direte Voi.
Il difetto morboso, rispondo io, sta nel pretenderlo questo sacrosanto saluto!!!
Mi spiego meglio. Il parigino medio pretende che quando gli indirizziate la parola iniziate la vostra frase salutando con un Bonjour/Bonsoir; solo allora potrete formulare la vostra domanda o richiesta.
Se sarete talmente scellerati da omettere la formula di saluto dalla vostra frase, il simpatico parigino non esiterà a farvi notare la vostra maleducata dimenticanza.
Se per esempio chiedete un’indicazione a un passante dimenticando l’indispensabile incipit di cortesia e di saluto, il gentile sconosciuto al posto di rispondere alla vostra domanda vi risponderà con un Bonjour in modo tale da sottolineare quanto siete stati maleducati a non salutarlo.

Caso paradigmatico di questa pretesa di buone maniere spinta all’eccesso è Madame Bonjour.
Si tratta di una boulangère/panettiera dove io e Valeria andavamo sistematicamente a comprare la nostra baguette quotidiana quando abitavamo nel quartiere Mouffetard.
L’arzilla signora sembrava progettata per schiaffare Bonjour/Bonsoir in faccia ai clienti, qualunque cosa essi chiedessero; il fatto che avesse una voce particolarmente acuta ha contribuito a immortalare la sua immagine nella mia memoria.
Se il cliente esordiva dicendo “Une baguette de tradition, s’il vous plait”, la vecchietta parigina, da dietro il bancone,  rispondeva “Bonjour” e il cliente doveva sistematicamente ripetere la sua richiesta per la gioia di chi stava in fila ad attendere e a godersi queste scenette quotidiane.

Grazie di esistere!

L’eccesso francese di politesse

Una delle tante cose che i parigini esigono è il (falso) Grazie.
La loro ipocrita politesse li porta a sputarsi continuamente in faccia finte formule di cortesia e ogni piccolo gesto della routine quotidiana diventa un continuo ringraziarsi, scusarsi o salutarsi.
Tali atteggiamenti pseudo–educati vengono enfatizzati ulteriormente nei trasporti pubblici dove una grande massa di  gente sconosciuta è costretta a fare il tragitto fianco a fianco.
In queste situazioni, la falsa gentilezza dei francesi raggiunge il suo parossismo, si pensi solamente al Pardon che scatta automaticamente al minimo sfioramento fisico.
Il parigino esige alcuni atteggiamenti dalle persone che lo circondano e non esita a sottolineare il suo malcontento quando questi vengono a mancare.

Un esempio tra i tanti: quando attraversate i corridoi sotterranei per prendere la corrispondenza della metropolitana, siete portati a spingere diverse porte che si chiudono automaticamente.
Il galateo dei trasporti pubblici (e in particolar modo del pendolare che usa la metropolitana) impone che la persona che sta davanti tenga aperta la porta per lasciare passare la persona che sta dietro che risponderà con l’immancabile Merci.
Se vi troverete davanti tre o piú porte da dover spingere e terrete aperta la porta sempre alla stessa persona quella vi ringrazierà tre o piu’ volte.
Se, invece, vi troverete nella situazione opposta, cioè se è la persona che vi sta davanti che vi tiene la porta per lasciarvi passare, ricordatevi di sputargli in faccia un vigoroso Merci Monsieur/Madame (se occorre anche piú volte).
Ogni dimenticanza da parte vostra sarà punita da sguardi fulminanti e smorfiette disgustose per ratificare quanto il simpatico parigino non ha gradito la vostra maleducazione.

Attenzione non voglio dare l’impressione di essere un gran maleducato, sono d’accordo sul fatto che bisogna ringraziare ma a tutto c’è un limite (un proverbio siciliano dice “u supecchiu rumpi u cupecchiu” altrimenti detto “il troppo stroppia”).

Scusi, non volevo.

Scusi…non volevo

Questa mattina mi sono reso conto che, pur sentendomi italiano al 100%, vado a poco a poco adattando le mie abitudini e il mio modo di fare a quello dei parigini. Bref, sto diventando come loro!
Mi sono accorto, proprio oggi, dello stato avanzato di questo processo di metamorfosi del mio essere: salendo in metropolitana, in maniera un pó precipitosa per evitare che la chiusura delle porte m’intrappolasse, ho appena sfiorato una ragazza. La tipa in questione non ha nemmeno fatto caso alla leggera collisione ma a me è partito un Pardon automatico.
E in quel momento che ho realizzato che i parigini mi hanno contagiato quella loro politesse estrema e spesso di facciata che li obbliga a scusarsi anche solo del fatto di esistere.
I parigini emettono Pardon costantemente, ogni minimo contatto con il vicino fa scattare il meccanismo della scusa.
Se prendete la metro Pardon sarà la parola che sentirete che dovrete pronunciare più spesso.
Una volta mi è persino capitato di ascoltare il mitico Pardon pronunciato da una donna che aveva leggermente inciampato entrando in metropolitana.
Ancora oggi mi chiedo a chi abbia chiesto scusa: al marciapiede o alla metro?