Il ritorno di Berlusconi e 5 stelle di speranza

Il ritorno di Berlusconi

Il ritorno di Berlusconi

Premessa: Italiani a Parigi non è un blog politico.
E’ un blog che ho creato per condividere con quanti amano Parigi le mie esperienze nella capitale francese.
Tuttavia, come affermava Aristotele, “L’uomo è un animale politico” e ogni uomo deve esprimere il suo pensiero politico e la sua opinione sugli accadimenti che riguardano la collettività.
Sono pienamente d’accordo con il filosofo greco che diceva che
 “non sono politici nè gli animali nè gli dei ma solo l’uomo lo è, perchè legato ad una vita comunitaria con gli altri”
Per questo motivo ritengo giusto che anche un blog di natura sociale e culturale condivida la sua visione politica.

L’ultima volta che in questo blog si è parlato di politica era il 14 novembre 2011 e nel post intitolato Addio Berlusconi si parlava della fine dell’era Berlusconi.
Il 12 novembre 2011 l’ex premier Silvio Berlusconi rimetteva il suo mandato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che avrebbe in seguito affidato le redini del governo a Mario Monti.
Le dimissioni di Berlusconi furono accolte da una folla festante che celebrava la liberazione dell’Italia da un fardello divenuto oramai intollerabile.
La piazza del Quirinale traboccava di gente in visibilio per l’abdicazione del dimissionario capo del governo e per la fine di uno dei periodi più bui della storia del Paese: decine di bottiglie di champagne furono stappate per celebrare l’evento e la folla eccitata sfilò per le vie della capitale sventolando striscioni che inneggiavano alla giustizia e alla democrazia.
Tuttavia l’articolo del 14 novembre si concludeva stigmatizzando il pericolo rappresentato dal berlusconismo, una terribile mentalità arrivista sviluppatasi a macchia d’olio grazie a una lunga e sapiente manipolazione mediatica.
Scomparso Berlusconi dalla scena politica, i tentacoli del berlusconismo hanno continuato ad avvinghiare l’Italia come le spire di un serpente a sonagli e hanno lasciato pressoché immutata la situazione del Paese.
Approfittando dell’immobilismo intellettuale e dell’assenza di una valida alternativa politica, il cavaliere senza macchia e senza paura ci riprova: Berlusconi riscende in campo.
Vomitando frasi ad effetto del tipo “molti chiedono il mio ritorno” o “il Paese è sull’orlo del baratro e ha bisogno di me”, il biscione come l’araba fenice risorge dalle proprie ceneri per riprendere quel potere da cui era stato spogliato.
E così, a poco più di un anno di distanza dall’avvento del governo Monti, ci ritroviamo a discutere ancora una volta delle stesse cose, delle stesse facce e della stessa insopportabile stagnazione politica.
Piccoli segnali positivi si sono manifestati timidamente lanciando un barlume di speranza nell’oscurantismo dominante la scena politica italiana.
Le recenti primarie del centro-sinistra, culminate con l’elezione di PierLuigi Bersani come candidato premier, hanno senza dubbio rappresentato un bel momento di democrazia per il nostro Paese.
In realtà tolta la graziosa patina di pseudo-democrazia, le primarie del PD hanno enfatizzato le gigantesche lacune della sinistra che sulla carta dovrebbe difendere i lavoratori, i proletari, le classi meno abbienti e soprattutto incarnare un cambiamento radicale rispetto alla situazione vigente che impone l’austerità.
Il risultato delle primarie è stata l’elezione di un dinosauro della politica come Bersani, un esito gattopardesco  all’insegna del “tutto cambia affinché nulla cambi”, un finale di partita simbolico e sintomatico di una classe politica attaccata alla poltrona e a una mentalità reazionaria finalizzata a mantenere lo status quo attuale in cui pochi godono di smisurati privilegi e il popolo e costretto a sacrifici, lacrime e sangue.

L’elezione di Bersani è stata giustificata dall’assenza di un’alternativa valida visto che il suo oppositore Renzi rappresentava più gli ideali di destra e una mediocre visione capitalista che non i valori di base della sinistra.
In occasione delle primarie i principali giornali hanno parlato di un grande momento di democrazia della politica italiana.
Personalmente mi è sembrata una grossa buffonata.
In primo luogo perchè chi ha votato ha dovuto pagare un obolo di 2€.
Potreste spiegarmi dove sta la logica di chiedere il pagamento di 2€ a ogni elettore quando il PD riceve cifre astronomiche di finanziamento pubblico dallo Stato?
In secondo luogo perchè il PD dovrebbe rappresentare una forza di opposizione con un programma rivoluzionario rispetto alla politica attuale di Mario Monti che da quando è salito al governo non ha fatto altro che chiedere sforzi agli italiani?
Giustificando le sue scelte con i sacrifici richiesti all’Italia dalle politiche europee e dalla BCE, il premier italiano sta facendo ingoiare una pillola (o meglio una supposta) amara agli italiani.
Monti e il suo pool di professori bocconiani hanno scelto di trovare i soldi necessari a sfamare i famelici banchieri europei frugando nelle tasche più facilmente raggiungibili, quelle dei più poveri, instaurando nuove tasse e sfoderando una crudele politica di austerità che ha messo in ginocchio il Paese.
La sinistra dovrebbe promulgare una politica radialmente opposta rispetto a quella di Monti, invece Bersani ha dichiarato di allinearsi alla visione dell’ex dirigente della banca Goldman Sachs.
Monti, ritrovatosi al governo in virtù di un vero e proprio golpe finanziario, si nasconde dietro un dito e gli sforzi che chiede agli italiani non mirano a soddisfare la comunità europea ma le banche europee e gli avidi mercati internazionali che hanno privato gli stati nazionali del loro potere.
In ultima analisi se si decantano le primarie come un sublime strumento di democrazia che permette al popolo di scegliere i suoi rappresentanti perchè la fazione politica opposta, ovvero il centro-destra non ha fatto la stessa cosa?
Perchè non appena Berlusconi annuncia di scendere in campo si fanno da parte a tutti per lasciare il posto allo spavaldo cavaliere?
Non sarebbe più giusto indire le primarie anche nel PDL a prescindere dalla posizione di Silvio il magnifico?
O forse l’intero popolo della libertà è legato alla figura di Berlusconi e pende dalle sue labbra dorate?
In questo caso si tratterebbe allora di un partito senza alcuna caratura politica e popolato da sagome informi pronte a farsi da parte per lasciare campo libero al proprio sovrano?
Si è trattata di una farsa finalizzata a mantenere lo stato attuale delle cose lasciando che la dittatura dei mercati continui a strozzare le famiglie italiane.

A distanza di un anno non è cambiato nulla.
Berlusconi cavalca fieramente l’immobilità della scena politica proponendo nuovamente la sua candidatura.
Diciassette anni di dominio sull’Italia non sono stati sufficienti per ridurla in brandelli, è necessario un nuovo intervento per darle il colpo di grazia.
Le amazzoni e i fedelissimi del cavaliere hanno già uscito le grinfie per riattaccarsi al potere e il faccione lucente dell’ex-premier ricomincia a campeggiare sulle principali reti televisive.
Berlusconi e il PDL hanno deciso di far cadere quella spada di Damocle che reggevano svogliatamente sulla testa di Monti e di staccare la spina a questa compagine temporanea fatta di tecnici e professori che per poco più di un anno ci hannno impartito una triste lezione universitaria incentrata sul tema del sacrificio e dell’austerità.
Come mai mister B. ha deciso di togliere il suo appoggio al governo Monti proprio adesso? La risposta è semplice. Berlusconi si candida per la sesta volta alla presidenza del consiglio per impedire al governo di approvare la legge sull’incandidabilità a tutte le cariche pubbliche dei condannati e di riformare la legge elettorale (e quindi andare al voto con il Porcellum).
Il PDL e Berlusconi rispolverano i vecchi slogan demagogici per tornare a portare avanti i propri squallidi interessi a discapito di quelli degli italiani.
Il cavaliere afferma che l’Italia sull’orlo dell baratro ha bisogno di lui per risollevarsi ma sarebbe più opportuno che il leader del PDL si ponesse la domanda retorica riguardo a chi ha ridotto il Paese in questo stato pietoso?

In questo scenario di desolazione politica dove veline, portaborse, letterine, olgettine e altri biechi personaggi ricominciano a uscire dalle tane dove si erano nascosti, l’unica valida alternativa sembra essere il movimento cinque stelle di Beppe Grillo.
Da quando il movimento è nato, il mondo politico e i giornalisti hanno tentato in tutti i modi di screditarlo facendo leva sull’inesperienza dei suoi componenti.
In realtà l’unica forza politica che sembra essere foriera di un rinnovamento politico e che presenta finalmente volti nuovi da inserire nel panorama politico italiano è proprio il movimento di Grillo.
Un famoso proverbio recita “meglio il cattivo conosciuto che il buono da conoscere” ma in questo caso la saggezza popolare non ha ragione.
Penso che sia giusto dare una possibilità a questa nuova forza politica che si presenta agli italiani partendo da principi elementari che tuttavia gli altri partiti ignorano come, per esempio, il fatto di essere incensurati.
Gli attivisti del movimento propugnano una politica anti-partitica, rifiutano i contributi elettorali statali, promuovono la partecipazione diretta dei cittadini alla vita politica attraverso Internet, mirano al rispetto dell’ecologia e a una maggiore giustizia sociale.
I media cercano di infangare Grillo definendolo un padre-padrone che comanda tirannicamente il movimento o come uno sprovveduto che si fa guidare dal guru Casaleggio.
Grillo, spogliatosi dalle vesti di comico, sa bene quello che sta creando e fa bene a vietare ai membri del movimento di andare in televisione dove sarebbero facili prede della demagogia e dei politicanti da quattro soldi molto più avvezzi a sgomitare nei dibattiti politici.
Quando Berlusconi scese in campo per la prima volta nel 1994, gli italiani decisero di dargli fiducia e testare le qualità politiche di quest’uomo che si era fatto da solo.
Accecato dalle paillettes e dalle luci policrome dei programmi Mediaset, il popolo italiano si affidò al selfmade man per risollevare le sorti del Paese auspicando che Berlusconi facesse in politica quello che era stato capace di fare come imprenditore.
Il drammatico risultato di questo esperimento e di questa fiducia riposta in uomo carismatico interessato più ai suoi interessi che a quelli dell’Italia lo conosciamo tutti.
Perchè non fidarsi adesso di volti nuovi, di gente che ha deciso di mettere la propria faccia e le proprie energie a disposizione del Paese, di un movimento che si propone di cambiare radicalmente lo stato delle cose?
L’unica fioca brezza di cambiamento soffia in direzione del movimento 5 stelle, l’Italia sarà in grado di cogliere questo vento di novità o dominerà la mentalità reazionaria che fino adesso si è rivelata fallimentare?

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Presidenziale 2012: Sarkozy vs Hollande

Sarkozy vs Hollande

Mercoledì sera si è consumata l’ultima cruciale tappa della campagna presidenziale 2012, il dibattito televisivo tra il candidato socialista François Hollande e il presidente uscente Nicolas Sarkozy.
Quasi diciotto milioni di francesi hanno assistito al dibattito tra i due candidati trasmesso da TF1 e France2, un duello televisivo studiato nei minimi particolari dallo staff dei due uomini politici.
Questa mattina sulla metropolitana non si parlava d’altro e gettando un’occhiata all’edicola vicino al mio ufficio ho potuto costatare che le prime pagine di tutti i quotidiani francesi ritraevano i volti accesi dall’antagonismo politico dei due candidati.
Personalmente sono rimasto positivamente stupito da Hollande che ha saputo controbattere colpo su colpo alle accuse di Sarkozy e ha mostrato un carisma politico che in molti avevano messo in discussione.
Il dibattito è stato dominato da un’atmosfera di tensione e i toni dei due uomini politici sono spesso diventati aspri richiedendo un attento lavoro di mediazione ai due giornalisti chiamati a moderare la discussione.

I due contendenti si sono affrontati senza esclusione di colpi mostrando una sprezzante aggressività già dalle battute iniziali del confronto.
Hollande ha criticato l’operato dell’attuale presidente della repubblica francese sottolineando il bilancio negativo del suo mandato che ha portato alla divisione fratricida del popolo francese.
Sarkozy ha replicato accusando il candidato socialista di utilizzare argomenti scontati e poco concreti per contrastare la sua caratura politica.
Infiammati dal dibattito, i due si sono rinfacciati reciprocamente le critiche e gli insulti che hanno caratterizzato la campagna presidenziale.
Sarkozy si è vantato di non avere registrato alcuna manifestazione violenta del popolo durante il suo quinquennio e di non avere mai dovuto ritirare una riforma a causa delle proteste della piazza.
Le strategie dei due candidati si sono palesate fin dall’inizio: Hollande ha sistematicamente rinfacciato al presidente in carica gli obiettivi non raggiunti durante il suo mandato, Sarkozy ha enfatizzato le ambiguità del candidato socialista come la sua posizione riguardo al tema dell’immigrazione (Hollande propone di estendere il diritto di voto agli immigrati, anche non comunitari, mentre Sarkozy non è d’accordo).
La tensione è stata palpabile durante tutto il dibattito e le parole “menzogna”, “falso” e “calunniatore” sono state ripetutamente e provocatoriamente pronunciate dal presidente candidato.
Sarkozy ha sottolineato con cinismo la mancanza di esperienza di Hollande che non ha mai avuto un ruolo politico importante, l’ex-marito di Segolène Royal ha risposto accusando Sarkozy di nascondersi troppo facilmente dietro il capro espiatorio della crisi economica per giustificare i suoi fallimenti.

Tutti i temi scottanti della campagna sono stati affrontati dall’affare DSK (Dominique Strauss-Kahn) al nucleare, dall’aumento della disoccupazione a quello delle tasse, e le divergenze tra i due diversi punti di vista sono emerse chiaramente.
Tra le varie tematiche discusse è saltato fuori anche il nome di Silvio Berlusconi, citato da Hollande come personaggio vicino a Sarkozy ed esempio negativo di gestione politica.
Sarkozy ha tenuto a precisare che non considera Silvio Berlusconi come un suo amico.
Il grande comunicatore Sarkozy è apparso teso e nervoso di fronte a un François Hollande inaspettatamente aggressivo e già proiettato nel futuro ruolo di presidente della repubblica (il candidato socialista ha ripetuto varie volte “moi, President de la Republique” nel corso del dibattito).
In ogni caso l’ombra del Fronte Nazionale volteggia beffarda sul risultato finale di questa elezione.
Se Hollande non ha rivolto alcun messaggio ai militanti del partito di estrema destra capeggiato da Marine Le Pen, è apparso fastidiosamente patetico l’appello finale di Sarkozy che ha invitato gli elettori del FN a votare per lui per rafforzare le frontiere della Francia.
Nel corso della sua campagna il presidente in carica ha manifestato più volte la vicinanza ideologica con i valori del Front National lasciando capire che se sarà rieletto punterà a cementificare l’identità francese e limitare l’immigrazione clandestina.
Bisognerà aspettare ancora qualche ora e le ultime dichiarazioni che accompagneranno gli sgoccioli della campagna presidenziale per conoscere il volto del nuovo presidente francese.
I sondaggi danno attualmente il candidato socialista favorito per la vittoria finale ma il dibattito di mercoledì ha forse mischiato le carte in tavola permettendo a Sarkozy di recuperare il ritardo sul concorrente.
L’atteggiamento demagogo e populista di Sarkozy potrebbe procurargli i voti degli indecisi e dell’estrema destra ma potrebbe avere un effetto boomerang sottraendogli preziosi voti. La risposta tra poche ore.

Il capitalismo al capolinea

I PIIGS prosciugano avidamente l'EURO

La drammatica crisi mondiale in atto è oramai diventata l’argomento centrale di discussione tra la classe politica che non ha ancora trovato adeguate soluzioni e vie di salvezza e tra i semplici cittadini che si pongono inquietanti domande sul proprio futuro.
Da qualche tempo a questa parte a colazione mangiamo pane e spread: appena svegli, pur non avendo mai capito nulla di economia, ci aggiorniamo sull’evoluzione dell’oramai celebre dato che ci informa sul differenziale tra il tasso di rendimento dei bond tedeschi (Bund) e quelli italiani (Btp).
La nazione capeggiata dalla cancelliera Angela Merkel viene scelta come termine di paragone perchè la Germania è considerata lo stato dell’area euro più stabile finanziariamente.
Lo spread viene seguito con molto interesse e preoccupazione poichè permette di capire la solidità e la stabilità di uno Stato.
Questo famoso indice di valutazione è strettamente legato al debito pubblico del Paese e consente di capire quando si naviga in cattive acque.
L’avvicinarsi della crisi è evidente quando una nazione emette titoli di stato soltanto per finanziare il proprio debito: a quel punto l’entrata economica, destinata a ripagare il debito, non ha più fini produttivi e gli investitori diventano diffidenti verso il mercato.
Si instaura, allora, un drammatico circolo vizioso in cui la poca fiducia dei mercati riduce fortemente la domanda dei titoli aumentandone il rendimento e accelerando inesorabilmente il processo d’indebitamento.
Purtroppo la situazione descritta sopra assomiglia molto all’attuale andamento dell’economia italiana e degli altri stati europei incappati nello spettro della crisi e della recessione.
Gli stati artefici della crisi europea sono stati dispregiativamente etichettati con l’acronimo PIIGS (maiali) derivato dalle iniziali degli stati in questione (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), quasi a voler significare che l’ingordigia speculativa e la politica dissennata di questi Paesi mediterranei sta trascinando lentamente l’Europa verso il baratro.
Di fronte a questo scenario apocalittico, l’unica soluzione per il governo è la riconquista della fiducia del mercato e l’adozione di una politica di riduzione del debito pubblico.

Il nuovo premier Monti e i suoi ministri bocconiani (provenienti esclusivamente da università del nord) si sono insediati al governo da un paio di settimane e il popolo italiano attende speranzoso che la manna scenda dal cielo e che le gesta eroiche dei salvatori della patria si compiano.
Tuttavia il tempo passa rapidamente e le misure non arrivano.
Accantonata l’euforia per la tanto attesa abdicazione di Berlusconi, gli italiani iniziano a sentire la pressione dell’Europa personificata negli acidi e inopportuni rimproveri di Sarkozy e delle banche che dettano le loro condizioni.
Da Nord a Sud, lo Stivale attende di conoscere quali saranno le misure adottate da questa nuova realtà governativa per fronteggiare la crisi e rilanciare l’economia.
Le immagini della nuova “Triplice Alleanza” Merkel-Sarkozy-Monti hanno rimpiazzato la squallida fotografia del duo “Merkozy” che si prendeva allegramente gioco della crisi economica italiana nelle mani di un inetto Berlusconi giunto alla fine del suo regno.
L’Italia ha sicuramente riacquistato credibilità (non ci voleva tanto considerando la caratura del precedente governo) a livello europeo e mondiale ricominciando a sedersi al tavolo delle trattative dal quale era stata miseramente esclusa.
Oltre alla credibilità gli italiani aspettano la concretezza e i fatti.
Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno dichiarato di essere rimasti impressionati dalle misure illustrate recentemente da Mario Monti per risollevare le sorti dell’Italia.
Personalmente sono rimasto “impressionato” dal fatto che Monti abbia presentato le sue intenzioni all’Europa prima che al parlamento italiano.
Adombrato da un governo fatto esclusivamente di tecnici, il parlamento italiano ha perso la sua essenziale funzione politica ma dovrebbe conservare pur sempre la sua funzione democratica!
Augurandomi che non siano sempre gli stessi a dover versare “lacrime e sangue” e sacrificarsi, spero che le riforme del neo-governo costringano a pagare di più chi possiede di più, abbiano un occhio di riguardo per chi arriva a stento alla fine del mese e siano finalizzate a una più equa distribuzione delle ricchezze.

Una crisi profonda  che accomuna tragicamente i paesi della parte più sviluppata del pianeta che si ritrovano concatenati in una spirale perversa: se fallisce l’Italia fallisce l’Europa, se fallisce l’Europa fallisce l’economia statunitense realizzando un letale effetto papillon.
La maggior parte delle persone che hanno analizzato la crisi economica attuale sono arrivate a dire che la radice del problema è la crisi finanziaria, l’avidità degli speculatori, le manovre sbagliate delle banche, la complicità delle agenzie di rating e gli eccessi del sistema finanziario.
Alcuni economisti e pensatori hanno proposto di mettere una nuova imposta sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax (così chiamata dal nome dell’economista e premio Nobel che la ha suggerita), per limitare le speculazioni.
E’indubbio che le conseguenze della crisi finanziaria sulla vita economica e sociale sono state pesantissime, ma siamo sicuri che la Tobin tax risolverebbe da sola la crisi?
Se pur si risolvesse attraverso una panacea miracolosa la difficile situazione in cui versa l’economia finanziaria, resterebbe da dirimere il problema dell’economia reale.
Dal punto di vista dell’economia reale, la crisi affonda le sue radici intorno alla fine degli anni 70 che furono caratterizzati dalle manovre di Margaret Thatcher in Inghilterra e Ronald Reagan negli USA.
La famosa Lady di Ferro con la sua politica conservativa aveva rilanciato il liberalismo attraverso un attento piano di privatizzazioni dando nuovo vigore all’economia inglese.
La Thatcher fu capace di prendere in mano le redini di un Paese, l’Inghilterra degli anni 70, decadente e distrutto e trasformarlo in una nazione moderna e ricca.
Tuttavia la Thatcher con il suo liberalismo selvaggio ha amplificato la crisi dell’economia reale.
Privatizzando a ruota libera, chiudendo le miniere e lottando contro le rivendicazioni di lavoratori e sindacati, la Thatcher ha rinvigorito l’economia inglese ma ha drammaticamente allargato il divario e le diseguaglianze tra poveri e ricchi.
Le classi medie si sono ritrovate impelagate in un immobilismo deleterio che le ha fatte scivolare lentamente verso un alto livello d’indebitamento.

Se l’uscita dalla crisi appare sempre più lontana, la sua gravita si mostra pienamente in tutte le aree dell’opulento Occidente.
Un segnale emblematico e preoccupante del sentimento di crisi e della precarietà in cui versano migliaia di famiglie americane è stato il Black Friday, il giorno successivo al Giorno del ringraziamento (Thanksgiving day) in cui numerose catene commerciali e grandi magazzini, come Walmart, hanno offerto sconti eccezionali per lanciare il periodo dello shopping natalizio.
In questa occasione è stato possibile osservare il drammatico risultato del sistema capitalistico e le crepe di una crisi profonda.
I negozi, aperti molto presto la mattina (a volte anche alle 4!), hanno accolto una folla inferocita di gente disperata pronta a tutto pur di accaparrarsi le migliori offerte.
La possibilità di risparmiare qualche soldo si è trasformata in frenesia collettiva e si producono scene di assurda irrazionalità.
In occasione dell’ultimo Black Friday un signore di 61 anni è deceduto tra la folla che ha continuato a calpestarlo, una donna ha utilizzato una bomboletta spray al peperoncino per allontanare la gente e poter acquistare una Xbox a prezzo stracciato e tantissime sono state le persone ferite tra la calca umana.
La fine del capitalismo si avvicina a grandi passi e la sua logica insensata e cieca sembra oramai giungere al capolinea.

Lo spettro degli anni piombo

Er pelliccia mentre lancia un estintore

In questi giorni si respira un’aria strana in Italia, un’aria impestata dall’astio politico e dall’odioso spettro degli anni di piombo.
La possibilità di una nuova stagione di attentati è stata evocata recentemente da Maurizio Sacconi, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali, parlando dell’imminente riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
La riforma del lavoro fa parte di tutta una serie di drastiche modifiche, illustrate nella famosa lettera d’intenti inviata da Berlusconi all’Unione Europea, per rispettare gli imperativi imposti dall’Europa ed evitare il peggio (altrimenti detto per evitare di finire come la Grecia e sprofondare nel default e in una crisi economica catastrofica).
Il ministro italiano ha denunciato esplicitamente il pericolo di attentati in seguito all’esasperazione dei toni dopo la proposta del pacchetto di riforme anticrisi proposto dal governo.
Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, ha immediatamente stigmatizzato le dichiarazioni di Sacconi sottolineando che il clima è già abbastanza difficile e che le sue affermazioni potrebbero accendere una pericolosa miccia.
Il ministro del welfare, in un’intervista rilasciata a Sky, si dice preoccupato per l’incolumità di “di chi lavora nell’ombra, come lavorava Marco Biagi, che potrebbe diventare bersaglio di un clima d’odio e di tensione crescente.
Anche il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha invitato gli esponenti del governo a pesare attentamente le proprie dichiarazioni evitando di gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali.

La riforma del lavoro e quella delle pensioni rappresentano i punti focali del calendario di riforme previsto dal governo per rispondere alla crisi e alle richieste di garanzia di stabilità da parte dell’Unione Europea ma rappresentano anche due patate bollenti che potrebbero far saltare il coperchio della pentola sociale.
I lavoratori italiani, ai quali si chiedono nuovi sacrifici e maggiore flessibilità, vengono ancora una volta scelti come capro espiatorio sul quale scaricare il pesante fardello della crisi economica.
Malgrado i complimenti e la fiducia che Berlusconi ha ricevuto dall’UE per la sua lettera d’intenti, i sindacati italiani, che hanno ritrovato unità, si preparano a protestare contro la legge sui licenziamenti.
Umberto Bossi ha già dichiarato apertamente che la Lega Nord non è disposta a nessuna concessione sul tema delle pensioni e della previdenza sociale.
Mentre i valori dello spread hanno raggiunto i massimi storici dall’introduzione dell’euro, i buoni del tesoro (BTP) registrano tassi da capogiro e le borse europee sprofondano in picchiata, il premier Berlusconi minimizza la situazione dicendo di avere in mano la soluzione alla crisi.
La situazione italiana è incandescente.

Ritengo che le dichiarazioni di Sacconi, in assenza di prove concrete e tangibili, siano fuori luogo in tale contesto e non facciano altro che fomentare la paura e la tensione.
Le parole del ministro richiamano alla memoria le orrende immagini degli anni 70: anni macchiati di sangue che rappresentano una delle pagine più buie del nostro Paese, anni caratterizzati dal terrorismo e dalla paura, anni in cui gli imprenditori venivano brutalmente gambizzati in nome di ideali allucinati, anni che hanno visto Giuseppe Pinelli volare misteriosamente dal palazzo della questura di Milano, anni di attentati atroci, anni che sono sfociati nella lucida follia delle Brigate Rosse e del terrorismo nero, anni che hanno riempito di piombo e di sangue le pagine di storia del nostro Paese.
Il ricordo di quegli anni drammatici fa scorrere un gelido brivido di morte lungo la schiena di chi ha ancora impresse nella memoria le immagini  del rapimento e della barbara esecuzione dello statista della democrazia cristiana Aldo Moro, ucciso il 9 maggio 1978 dall’irrazionalità omicida delle Brigate rosse.
Il presidente della DC fu una delle tante vittime sacrificali uccise in nome della ragion di stato.
Tra le tante vittime degli anni di piombo potrebbe esserci anche Pier Paolo Pasolini, ucciso tra la notte dell’1 e il 2 novembre 1975, in circostanze poco chiare.
Pasolini aveva dichiarato poco tempo prima “Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Sulla maggior parte delle stragi di quell’agghiacciante periodo (strage di piazza Fontana, strage di gioia Tauro, strage di Peteano, strage di piazza della Loggia, strage dell’espresso Roma-Brenero, strage della stazione di Bologna) aleggia la terribile ipotesi della strategia del terrore.
Quest’agghiacciante ipotesi avvalora la partecipazione nascosta dello Stato in alcune di quelle stragi ai danni della popolazione al fine di diffondere il terrore e la paura tra la gente e poter rafforzare in questo modo il controllo poliziesco dello Stato italiano.
Terrorizzare il popolo al fine di giustificare le misure coercitive, la riduzione delle libertà costituzionali e l’uso del pugno duro da parte dello Stato.
Proprio in quegli anni venne promulgata la famosa legge Reale che autorizzava le forze dell’ordine a sparare in caso di necessità operativa.

Personalmente non penso che l’Italia stia lentamente scivolando verso l’incubo degli anni di piombo ma fanno paura le dichiarazioni di Sacconi che ipotizza possibili azioni terroristiche ed è sintomatico il fatto che Di Pietro abbia recentemente proposto di ripristinare la legge Reale.
Il tragico insegnamento di quegli anni deve ricordare a ogni italiano che la violenza genera violenza e che ogni cittadino ha la responsabilità di vigilare sulle libertà costituzionali e sulla giustizia.
Lo spettro degli anni di piombo è fortunatamente lontano ma potrebbe materializzarsi in ogni momento: potrebbe personificarsi nelle azioni violente dei black block, negli abusi di potere della polizia o nelle dichiarazioni avventate dei nostri politici.

Il testamento di Berlusconi

La risata di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy

Alea iacta est come disse Cesare attraversando il Rubicone o se preferite rien ne va plus, les jeux sont faits come dicono qui in Francia.
Il tramonto dell’impero Berlusconi è stato inesorabilmente sancito dalla lettera che il premier ha recentemente inviato all’unione europea per presentare le riforme che intende effettuare per garantire la stabilità economica dell’Italia.
Risulta abbastanza paradossale che in un’epoca dominata dalla tecnologia, dalle intercettazioni e dagli scambi telematici sia una lettera a condannare il governo Berlusconi.
Basta leggere pochi passi della lettera, che illustra in otto punti le riforme previste a breve termine, per capire che si tratta di un vero e proprio testamento con il quale il primo ministro italiano ratifica la fine del suo governo.
La missiva che Berlusconi ha inviato all’UE rappresenta un testamento, a mio avviso, perché contiene propositi irrealizzabili e inattuabili in un paese democratico e rappresenta un drammatico esempio di macelleria sociale.
La lettera d’intenti recapitata a Josè Manuel Barroso e Herman Van Rompuy, alla fine dell’ultimatum di 72 ore imposto all’Italia per presentare le garanzie, prevede sostanziali cambiamenti da realizzare nel corso dei prossimi 8 mesi nell’ambito delle pensioni, del lavoro e della pubblica amministrazione.
La lettera è la risposta del governo italiano alle risatine con cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno confermato davanti agli occhi del mondo che l’Italia è diventata lo zimbello d’Europa.
Personalmente ritengo che i punti sviluppati nel documento di 15 pagine presentato dal premier per tenere a bada Sarkozy e la Merkel (e soprattutto le banche europee) non saranno attuati e porteranno alla definitiva crisi di governo.
Come potranno mai passare le orrende misure proposte da Berlusconi quando il governo non è nemmeno stato capace di mettersi d’accordo sul rendiconto statale?
Il destino del governo sembra ormai segnato e la spada di Damocle, tenuta con due dita dalla Lega Nord, pende inesorabilmente sul suo capo.

I punti chiave della lettera di Berlusconi all’UE prevedono:

– Pensioni: Uomini e donne andranno in pensione a 67 anni a partire dal 2026

– Lavoro: Maggiore flessibilità richiesta ai lavoratori e licenziamenti più facili che tradotto nel linguaggio utilizzato nella lettera corrisponde a “una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti  di lavoro a tempo indeterminato e più stringenti condizioni nell’uso dei contratti para-subordinati“. Viene, dunque, cancellato l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e irrigidito l’articolo 8 della manovra di agosto.

– Pubblica amministrazione: Un’ulteriore precarizzazione del lavoro attraverso la mobilità obbligatoria del personale e la cassa integrazione tramite  “meccanismi cogenti e sanzionatori”.

– Liberalizzazioni e privatizzazioni: In nome del Dio denaro e delle squallide leggi del capitalismo saranno liberalizzati gli orari degli esercizi commerciali.
Le tariffe minime dei professionisti diventeranno  “soltanto un riferimento” e saranno “derogabili”. I servizi pubblici locali saranno “completamente liberalizzati“.

Nonostante il caldissimo Consiglio Europeo, tenutosi mercoledì scorso, sembra aver accettato positivamente la lettera d’intenti di Silvio Berlusconi, bisogna considerare la realtà nostrana e contestualizzare i punti proposti dal premier nel clima che si respira nel nostro Paese.
Come farà questo governo a risolvere rapidamente i problemi interni a una maggioranza sempre più frammentata e divisa?
In che modo il governo Berlusconi riuscirà a far inghiottire la pillola amara agli esasperati lavoratori italiani e ai sindacati inviperiti?
La risposta a queste due domande è la chiave di volta per capire se il governo è in grado di attuare quel serrato calendario d’impegni contenuto nella lettera da cui dipende il destino dell’Italia in Europa.
Si tratta di risolvere in pochi mesi la maggior parte dei problemi italiani irrisolti da decenni.

Il testamento del governo attuale è stato stilato e firmato con il sangue dei lavoratori italiani e della povera gente a cui si chiede di andare in pensione sempre più tardi (a 67 anni), di essere disposti a farsi licenziare in base all’umore del datore di lavoro e di diventare ancora più precari e flessibili.

Il grottesco giro di Padania

Il Trota al “giro di Padania 2011”

Alcuni momenti cruciali della storia degli ultimi decenni sono rimasti impressi nella memoria collettiva grazie alle immagini trasmesse dalla televisione.
I fotogrammi, in bianco e nero o a colori, degli eventi che hanno segnato la nostra storia si sono cristallizzati nella mente di ognuno di noi in maniera vivida e prepotente.
La televisione è una delle invenzioni che ha maggiormente stravolto le nostre abitudini e che ha contribuito a costruire la memoria storica.
Si pensi alle immagini sbiadite del primo sbarco sulla luna che hanno sancito la conquista dello spazio da parte dell’uomo allargando i confini della sua conoscenza.
Tutti ci ricordiamo di quel mitico allunaggio per via delle immagini trasmesse da tanti piccoli schermi che hanno immortalato Armstrong mentre scende sulla superficie lunare il 21 luglio 1969.
Chi non ricorda la caduta del muro di Berlino avvenuta il 9 novembre 1989?
Ci ricordiamo di questo evento capitale della storia dell’Europa sempre attraverso le scene e le immagini che ci sono arrivate dalgli schermi televisivi.
Le immagini televisive che vanno a depositarsi nei nostri cassettini della memoria possono talvolta essere legate alla nostra sensibilità e al nostro modo d’interpretare la vita; in quel caso ognuno di noi avrà immagini diverse legate al proprio vissuto e condizionate dal proprio background culturale.

Vi racconto tutto ciò perchè da alcuni giorni ho un’immagine che mi appare ripetutamente tra i ricordi e che mi fa riflettere: un’immagine che ho visto recentemente in televisione che immortala un gruppo di persone mentre sputano su un gruppo di ciclisti.
Ho assistito a questa scena atipica mentre guardavo il TG, come ogni sera, per vedere cosa fosse successo in Italia.
La scaletta del telegiornale prevedeva una notizia riguardante le proteste contro il giro di Padania e l’immagine scelta, per presentare la notizia durante il sommario, mostrava proprio questo simbolico sputo.
Magari in molti non ci avranno nemmeno fatto caso ma un italiano all’estero, come me, che crede ancora nella dignità e nello spirito del popolo italiano non poteva restare impassibile davanti a quella scena pregna di significato.
Quel breve fotogramma, giunto attraverso il tubo catodico fino al mio piccolo appartamentino di Parigi, ha risvegliato il mio orgoglio e la mia fierezza di essere italiano e mi ha ridato fiducia nel mio Paese.
Quello sputo ripreso dalle telecamere rappresenta un importante gesto di rivolta dei cittadini italiani contro quell’entità indefinita e inesistente che è la Padania.
Si tratta di un gesto sintomatico dello sdegno di un gruppo di cittadini che ha voluto esprimere in maniera veemente la propria rabbia contro una manifestazione fastidiosa e offensiva verso tutti gli italiani che credono ancora nell’Italia.

Il giro di Padania avrebbe potuto chiamarsi giro del paese dei balocchi, giro di Paperopoli, giro dell’isola che non c’è, giro del trota o giro della polenta perchè la Padania non esiste se non nelle teste dei fedelissimi della Lega Nord.
La suddetta gara ciclistica, che ha avuto luogo per la prima volta quest’anno, si è svolta, in un territorio inesistente.
L’organizzazione di questa competizione, lungo un percorso fittizio di una regione immaginaria, mi ha scioccato e deluso; quel territorio si chiama Italia e non Padania.
Le violente proteste dei cittadini dei paesi attraversati dal giro di Padania mi hanno ridato speranza e ottimismo: quei manifestanti disposti a tutto pur di bloccare la corsa rappresentano quella parte del nord Italia che non crede al federalismo, alla secessione e all’indipendentismo ma crede in una sola nazione unita.
Personalmente trovo disgustoso il principio di mescolare la politica allo sport, a maggior ragione se si tratta di propugnare una causa assurda come l’esistenza della Padania.
Non sarà un piccolo “italiano a Parigi” con il suo insignificante blog a scuotere le coscienze di quei politici, attulamente al governo, che lasciano fuoriuscire orgogliosi un fazzoletto verde dal taschino ma i vari Bossi, Maroni, Calderoli, Tremonti, Borghezio, Cota, Zaia e Castelli farebbero bene a ricordare i nomi di quegli eroi che hanno lottato e si sono fatti ammazzare per l’unità d’Italia.
Se, oggi, un gruppo di fanatici vestiti di verde lotta per dividere l’Italia, pochi decenni fa Garibaldi e Mazzini hanno lottato affinchè il nostro paese e il popolo italiano fosse uno solo.
Non oso immaginare la reazione che gli eroi del Risorgimento italiano avrebbero avuto nell’apprendere che il giro di Padania è stato approvato dal Coni e dalla Federciclismo.
Paolo Ferrero, esponente di spicco di Rifondazione comunista, aveva anche inviato una lettera di protesta al presidente della Repubblica Napolitano per chiedere di annullare la gara ma ciò non è stato sufficiente.
I 900 chilometri del giro di Padania sono stati percorsi regolarmente dai circa 200 ciclisti che hanno partecipato a questa competizione e, per la cronaca, il vincitore della maglia verde è stato Ivan Basso.
Sempre per la cronaca le proteste dei cittadini sono state molto violente causando anche diverse cadute tra i ciclisti.

La Padania non esiste. Esiste un partito politico, la Lega, che riscuote tantissimi consensi e che attualmente fiancheggia Berlusconi alla guida del governo ma, geograficamente, la Padania non c’è.
Ecco perché si tratta di un’iniziativa surreale e grottesca che spero faccia riflettere tutti gli italiani sul valore dell’unità del nostro Paese.
Non è cospargendosi dell’acqua del fiume Pò con l’ampolla di Pontida che Bossi e i suoi seguaci raggiungeranno i loro obiettivi separatisti, dovranno prima sconfiggere la forza e la dignità del popolo italiano.

L’odioso processo d’identificazione

Berlusconi assapora avidamente il Belpaese

Il portinaio (o meglio il gardien per dirla alla francese) del palazzo in cui si trova il mio ufficio è una persona molto saggia.
Originario del sud della Francia, questo arzillo sessantenne si è ritrovato a Parigi per via di tutta una serie di eventi ma ha mantenuto la parlantina e la vitalità tipica dei meridionali.
Mi fermo con piacere a discutere con lui quando vado a ritirare la posta e le sue opinioni e la maniera di esporle denotano una profondità culturale non indifferente.
Nei 10-15 minuti che trascorro quotidianamente nella sua stanzetta discutiamo di tutto: politica, sport, religione, attualità francese e italiana.
Ho imparato a conoscerlo e so che si tratta di un uomo dotato di molta esperienza che crede in quello che dice.
Spesso mentre gli espongo una mia particolare riflessione o punto di vista, lui si ferma a fissare un punto nel vuoto per poi riemergere da quella pausa contemplativa con piccole perle di saggezza.
Il suo atteggiamento meditativo mi ricorda quello dei gatti che talvolta fissano un punto indefinito nello spazio dando l’impressione di vedere qualcosa che noi non vediamo, c’é chi sostiene che vedano spiriti o fantasmi!
In ogni caso non penso che il mio amico portinaio veda i fantasmi o che sia capace di comunicare con gli spiriti ma penso che le parole che pronuncia dopo qui brevi intervalli riflessivi hanno un maggiore peso.
Stamattina l’incontro con il concierge (altro termine francese per definire il portinaio) ha assunto un tono dolce-amaro poiché il loquace e arguto signore francese, appena riemerso da una breve trance introspettiva, mi ha chiesto Est-ce que vous êtes tous comme Berlusconi en Italie? (siete tutti come Berlusconi in Italia?).
Ho risposto che la maggior parte degli italiani è gente onesta e con buoni valori e che Berlusconi con il suo comportamento sta rovinando la reputazione degli italiani.

Tuttavia la sua domanda ingenua ma dalle chiare tinte provocatorie mi ha abbastanza destabilizzato e mi ha portato a una lunga riflessione.
Sono arrivato alla conclusione di affermare che l’odioso processo d’identificazione “italiano = Berlusconi” si è oramai inesorabilmente compiuto e che agli occhi del mondo l’italiano medio si comporta come il nostro benemerito primo ministro.
In Italia non si ha ancora la percezione dei danni che questo personaggio sta causando all’immagine del nostro Paese: molti italiani s’indignano e gridano allo scandalo chiedendo le dimissioni di Berlusconi che ha infangato con il suo atteggiamento il nome dell’Italia; molti altri vivono le recenti vicende che hanno come protagonista l’uomo politico più rappresentativo del Belpaese come una mera vicenda di gossip.
Se da un lato buona parte degli italiani è delusa dal Rubygate che ha messo a nudo un viscido universo fatto di festini, bunga bunga e altre perversioni senili, dall’altro molti sostengono che non bisogna violare la privacy del premier e che quest’ultimo a casa sua può fare quello che vuole.

Penso che lo sdegno degli italiani all’estero nei confronti di Berlusconi sia più compatto e unanime.
Quando il mio portinaio mi ha chiesto se noi italiani fossimo tutti come Berlusconi, ho visto i miei sacrifici e la mia dignità d’italiano all’estero infrangersi nel sorriso stereotipato del premier.
Per chi ha lasciato l’Italia e fatica duramente all’estero, essere paragonato a Berlusconi è la peggiore offesa possibile.
La maggior parte degli italiani all’estero ha lasciato l’Italia di malavoglia: una marea di giovani che hanno abbandonato lo Stivale (che pur amavano tanto) perché in quel sistema avvelenato da troppi anni di egemonia berlusconiana non c’era posto per loro.

Un tempo gli emigrati italiani in Francia venivamo dispregiativamente definiti rital o macaroni con chiaro riferimento al principale cibo della loro alimentazione.
Le nuove generazioni di migranti italiani sembrano essere destinate all’epiteto “berlusconi” (con l’accento sulla i finale naturalmente) con chiaro riferimento agli intrallazzi, alla corruzione e alle feste sregolate.
Questo processo di assimilazione e d’identificazione di cui è vittima ogni italiano all’estero è uno smacco troppo pesante per chi paga già il prezzo di essere lontano dal proprio Paese.
Le infelici sortite del premier durante i principali incontri internazionali, dal G8 alle riunioni europarlamentari a Bruxelles, sono state amplificate a livello internazionale gettando un velo di vergogna sull’Italia.
Se un tempo l’italiano veniva immaginato dagli stranieri come un latin-lover spensierato con la chitarra in mano, adesso il cliché dell’italiano è quello di un vecchio in età avanzata che ama circondarsi di giovani donne e che crede di poter comprare tutto grazie ai suoi soldi.

Quando Berlusconi uscirà dalla scena politica (succederà mai?!?), gli italiani dovranno fare i conti non soltanto con i danni materiali legati al suo malgoverno (dall’Aquila a Pompei) ma soprattutto con gli ingenti danni recati all’immagine del nostro Paese.
Bisognerà trovare il modo di spiegare al mondo intero che l’Italia non è fatta soltanto di personaggi come Emilio Fede, Bruno Vespa, Augusto Minzolini, Lele Mora, Maurizio Belpietro e Berlusconi.
Bisognerà inventarsi un sistema per ridare dignità alle donne italiane e affermare con forza che oltre Ruby, Nadia Macrì, Iris Berardi, la Daddario, la Minetti e le gemelle de Vivo esiste una maggioranza femminile che non si lascia comprare.
Considerando che il prossimo primo ministro italiano difficilmente avrà lo stesso potere mediatico di quello attuale, l’impresa di risollevare l’immagine dell’Italia si presenta abbastanza ardua.
Lo scandalo legato alle notti di Arcore ha enfatizzato ulteriormente una situazione divenuta oramai insostenibile in cui il primo ministro italiano, nascondendosi dietro lodi e immunità di ogni sorta e sventolando spavaldamente un macroscopico conflitto d’interesse, sfida la dignità del popolo italiano.