Lo spettro degli anni piombo

Er pelliccia mentre lancia un estintore

In questi giorni si respira un’aria strana in Italia, un’aria impestata dall’astio politico e dall’odioso spettro degli anni di piombo.
La possibilità di una nuova stagione di attentati è stata evocata recentemente da Maurizio Sacconi, attuale ministro del lavoro e delle politiche sociali, parlando dell’imminente riforma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori.
La riforma del lavoro fa parte di tutta una serie di drastiche modifiche, illustrate nella famosa lettera d’intenti inviata da Berlusconi all’Unione Europea, per rispettare gli imperativi imposti dall’Europa ed evitare il peggio (altrimenti detto per evitare di finire come la Grecia e sprofondare nel default e in una crisi economica catastrofica).
Il ministro italiano ha denunciato esplicitamente il pericolo di attentati in seguito all’esasperazione dei toni dopo la proposta del pacchetto di riforme anticrisi proposto dal governo.
Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, ha immediatamente stigmatizzato le dichiarazioni di Sacconi sottolineando che il clima è già abbastanza difficile e che le sue affermazioni potrebbero accendere una pericolosa miccia.
Il ministro del welfare, in un’intervista rilasciata a Sky, si dice preoccupato per l’incolumità di “di chi lavora nell’ombra, come lavorava Marco Biagi, che potrebbe diventare bersaglio di un clima d’odio e di tensione crescente.
Anche il segretario del PD, Pier Luigi Bersani, ha invitato gli esponenti del governo a pesare attentamente le proprie dichiarazioni evitando di gettare benzina sul fuoco delle tensioni sociali.

La riforma del lavoro e quella delle pensioni rappresentano i punti focali del calendario di riforme previsto dal governo per rispondere alla crisi e alle richieste di garanzia di stabilità da parte dell’Unione Europea ma rappresentano anche due patate bollenti che potrebbero far saltare il coperchio della pentola sociale.
I lavoratori italiani, ai quali si chiedono nuovi sacrifici e maggiore flessibilità, vengono ancora una volta scelti come capro espiatorio sul quale scaricare il pesante fardello della crisi economica.
Malgrado i complimenti e la fiducia che Berlusconi ha ricevuto dall’UE per la sua lettera d’intenti, i sindacati italiani, che hanno ritrovato unità, si preparano a protestare contro la legge sui licenziamenti.
Umberto Bossi ha già dichiarato apertamente che la Lega Nord non è disposta a nessuna concessione sul tema delle pensioni e della previdenza sociale.
Mentre i valori dello spread hanno raggiunto i massimi storici dall’introduzione dell’euro, i buoni del tesoro (BTP) registrano tassi da capogiro e le borse europee sprofondano in picchiata, il premier Berlusconi minimizza la situazione dicendo di avere in mano la soluzione alla crisi.
La situazione italiana è incandescente.

Ritengo che le dichiarazioni di Sacconi, in assenza di prove concrete e tangibili, siano fuori luogo in tale contesto e non facciano altro che fomentare la paura e la tensione.
Le parole del ministro richiamano alla memoria le orrende immagini degli anni 70: anni macchiati di sangue che rappresentano una delle pagine più buie del nostro Paese, anni caratterizzati dal terrorismo e dalla paura, anni in cui gli imprenditori venivano brutalmente gambizzati in nome di ideali allucinati, anni che hanno visto Giuseppe Pinelli volare misteriosamente dal palazzo della questura di Milano, anni di attentati atroci, anni che sono sfociati nella lucida follia delle Brigate Rosse e del terrorismo nero, anni che hanno riempito di piombo e di sangue le pagine di storia del nostro Paese.
Il ricordo di quegli anni drammatici fa scorrere un gelido brivido di morte lungo la schiena di chi ha ancora impresse nella memoria le immagini  del rapimento e della barbara esecuzione dello statista della democrazia cristiana Aldo Moro, ucciso il 9 maggio 1978 dall’irrazionalità omicida delle Brigate rosse.
Il presidente della DC fu una delle tante vittime sacrificali uccise in nome della ragion di stato.
Tra le tante vittime degli anni di piombo potrebbe esserci anche Pier Paolo Pasolini, ucciso tra la notte dell’1 e il 2 novembre 1975, in circostanze poco chiare.
Pasolini aveva dichiarato poco tempo prima “Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Sulla maggior parte delle stragi di quell’agghiacciante periodo (strage di piazza Fontana, strage di gioia Tauro, strage di Peteano, strage di piazza della Loggia, strage dell’espresso Roma-Brenero, strage della stazione di Bologna) aleggia la terribile ipotesi della strategia del terrore.
Quest’agghiacciante ipotesi avvalora la partecipazione nascosta dello Stato in alcune di quelle stragi ai danni della popolazione al fine di diffondere il terrore e la paura tra la gente e poter rafforzare in questo modo il controllo poliziesco dello Stato italiano.
Terrorizzare il popolo al fine di giustificare le misure coercitive, la riduzione delle libertà costituzionali e l’uso del pugno duro da parte dello Stato.
Proprio in quegli anni venne promulgata la famosa legge Reale che autorizzava le forze dell’ordine a sparare in caso di necessità operativa.

Personalmente non penso che l’Italia stia lentamente scivolando verso l’incubo degli anni di piombo ma fanno paura le dichiarazioni di Sacconi che ipotizza possibili azioni terroristiche ed è sintomatico il fatto che Di Pietro abbia recentemente proposto di ripristinare la legge Reale.
Il tragico insegnamento di quegli anni deve ricordare a ogni italiano che la violenza genera violenza e che ogni cittadino ha la responsabilità di vigilare sulle libertà costituzionali e sulla giustizia.
Lo spettro degli anni di piombo è fortunatamente lontano ma potrebbe materializzarsi in ogni momento: potrebbe personificarsi nelle azioni violente dei black block, negli abusi di potere della polizia o nelle dichiarazioni avventate dei nostri politici.

Il grottesco giro di Padania

Il Trota al “giro di Padania 2011”

Alcuni momenti cruciali della storia degli ultimi decenni sono rimasti impressi nella memoria collettiva grazie alle immagini trasmesse dalla televisione.
I fotogrammi, in bianco e nero o a colori, degli eventi che hanno segnato la nostra storia si sono cristallizzati nella mente di ognuno di noi in maniera vivida e prepotente.
La televisione è una delle invenzioni che ha maggiormente stravolto le nostre abitudini e che ha contribuito a costruire la memoria storica.
Si pensi alle immagini sbiadite del primo sbarco sulla luna che hanno sancito la conquista dello spazio da parte dell’uomo allargando i confini della sua conoscenza.
Tutti ci ricordiamo di quel mitico allunaggio per via delle immagini trasmesse da tanti piccoli schermi che hanno immortalato Armstrong mentre scende sulla superficie lunare il 21 luglio 1969.
Chi non ricorda la caduta del muro di Berlino avvenuta il 9 novembre 1989?
Ci ricordiamo di questo evento capitale della storia dell’Europa sempre attraverso le scene e le immagini che ci sono arrivate dalgli schermi televisivi.
Le immagini televisive che vanno a depositarsi nei nostri cassettini della memoria possono talvolta essere legate alla nostra sensibilità e al nostro modo d’interpretare la vita; in quel caso ognuno di noi avrà immagini diverse legate al proprio vissuto e condizionate dal proprio background culturale.

Vi racconto tutto ciò perchè da alcuni giorni ho un’immagine che mi appare ripetutamente tra i ricordi e che mi fa riflettere: un’immagine che ho visto recentemente in televisione che immortala un gruppo di persone mentre sputano su un gruppo di ciclisti.
Ho assistito a questa scena atipica mentre guardavo il TG, come ogni sera, per vedere cosa fosse successo in Italia.
La scaletta del telegiornale prevedeva una notizia riguardante le proteste contro il giro di Padania e l’immagine scelta, per presentare la notizia durante il sommario, mostrava proprio questo simbolico sputo.
Magari in molti non ci avranno nemmeno fatto caso ma un italiano all’estero, come me, che crede ancora nella dignità e nello spirito del popolo italiano non poteva restare impassibile davanti a quella scena pregna di significato.
Quel breve fotogramma, giunto attraverso il tubo catodico fino al mio piccolo appartamentino di Parigi, ha risvegliato il mio orgoglio e la mia fierezza di essere italiano e mi ha ridato fiducia nel mio Paese.
Quello sputo ripreso dalle telecamere rappresenta un importante gesto di rivolta dei cittadini italiani contro quell’entità indefinita e inesistente che è la Padania.
Si tratta di un gesto sintomatico dello sdegno di un gruppo di cittadini che ha voluto esprimere in maniera veemente la propria rabbia contro una manifestazione fastidiosa e offensiva verso tutti gli italiani che credono ancora nell’Italia.

Il giro di Padania avrebbe potuto chiamarsi giro del paese dei balocchi, giro di Paperopoli, giro dell’isola che non c’è, giro del trota o giro della polenta perchè la Padania non esiste se non nelle teste dei fedelissimi della Lega Nord.
La suddetta gara ciclistica, che ha avuto luogo per la prima volta quest’anno, si è svolta, in un territorio inesistente.
L’organizzazione di questa competizione, lungo un percorso fittizio di una regione immaginaria, mi ha scioccato e deluso; quel territorio si chiama Italia e non Padania.
Le violente proteste dei cittadini dei paesi attraversati dal giro di Padania mi hanno ridato speranza e ottimismo: quei manifestanti disposti a tutto pur di bloccare la corsa rappresentano quella parte del nord Italia che non crede al federalismo, alla secessione e all’indipendentismo ma crede in una sola nazione unita.
Personalmente trovo disgustoso il principio di mescolare la politica allo sport, a maggior ragione se si tratta di propugnare una causa assurda come l’esistenza della Padania.
Non sarà un piccolo “italiano a Parigi” con il suo insignificante blog a scuotere le coscienze di quei politici, attulamente al governo, che lasciano fuoriuscire orgogliosi un fazzoletto verde dal taschino ma i vari Bossi, Maroni, Calderoli, Tremonti, Borghezio, Cota, Zaia e Castelli farebbero bene a ricordare i nomi di quegli eroi che hanno lottato e si sono fatti ammazzare per l’unità d’Italia.
Se, oggi, un gruppo di fanatici vestiti di verde lotta per dividere l’Italia, pochi decenni fa Garibaldi e Mazzini hanno lottato affinchè il nostro paese e il popolo italiano fosse uno solo.
Non oso immaginare la reazione che gli eroi del Risorgimento italiano avrebbero avuto nell’apprendere che il giro di Padania è stato approvato dal Coni e dalla Federciclismo.
Paolo Ferrero, esponente di spicco di Rifondazione comunista, aveva anche inviato una lettera di protesta al presidente della Repubblica Napolitano per chiedere di annullare la gara ma ciò non è stato sufficiente.
I 900 chilometri del giro di Padania sono stati percorsi regolarmente dai circa 200 ciclisti che hanno partecipato a questa competizione e, per la cronaca, il vincitore della maglia verde è stato Ivan Basso.
Sempre per la cronaca le proteste dei cittadini sono state molto violente causando anche diverse cadute tra i ciclisti.

La Padania non esiste. Esiste un partito politico, la Lega, che riscuote tantissimi consensi e che attualmente fiancheggia Berlusconi alla guida del governo ma, geograficamente, la Padania non c’è.
Ecco perché si tratta di un’iniziativa surreale e grottesca che spero faccia riflettere tutti gli italiani sul valore dell’unità del nostro Paese.
Non è cospargendosi dell’acqua del fiume Pò con l’ampolla di Pontida che Bossi e i suoi seguaci raggiungeranno i loro obiettivi separatisti, dovranno prima sconfiggere la forza e la dignità del popolo italiano.