La legge è uguale per tutti

Chirac e Berlusconi ridono allegramente

Da quando abito a Parigi ho sempre avuto l’impressione che l’Italia e la Francia condividano molte cose in comune.
Esiste una leggera inimicizia di fondo derivante dalla voglia di entrambi i Paesi di primeggiare: produrre i vini più rinomati, dettare le tendenze dell’eleganza e dell’alta moda, vantare la gastronomia più raffinata, possedere la squadra di calcio più vittoriosa e competitiva.
Escludendo alcune sfumature culturali, il popolo francese è molto vicino a quello italiano e un emigrante proveniente dal nostro Paese riesce ad adattarsi facilmente ai francesi e al loro modus vivendi.
La consapevolezza che la Francia e l’Italia siano divise da una sottile frontiera mi ha permesso di sentire meno la nostalgia di casa.
Talvolta, però, mi sveglio da questa illusione e mi rendo conto che quella sottile frontiera si trasforma in alcuni casi in un profondo abisso.
Un’enorme voragine si apre sotto i miei piedi quando penso al tema della giustizia.
Naturalmente anche i francesi hanno i loro scandali legati alla giustizia, imbrogli, sentenze sbagliate (si pensi all’affare d’Outreau che ha distrutto le vite di tante persone innocenti) e decisioni clamorose che hanno sconvolto l’opinione pubblica nazionale.
La differenza principale rispetto al Belpaese è che in Francia chi sbaglia paga a prescindere dal suo nome, partito politico o amicizie altolocate.
Si pensi alla condanna a due anni di prigione (con la condizionale) inflitta lo scorso dicembre a Jacques Chirac, ex-presidente della Repubblica francese.

Nel 1985 Chirac, allora sindaco di Parigi, era stato protagonista di un affare di corruzione e di finanziamento illecito al suo partito e di un altro scandalo riguardante impieghi fittizi al municipio di Parigi.
In virtù dell’immunità parlamentare, i giudici francesi non hanno potuto processare Chirac durante il mandato presidenziale.
Quando nel 2007 il suo ruolo di presidente della Repubblica è decaduto e Chirac è diventato un cittadino come tutti gli altri, i magistrati francesi hanno messo le mani sul suo dossier e hanno istruito un processo nei suoi confronti.
Bisogna pur ammettere che Chirac e i suoi avvocati hanno fatto di tutto per evitare il processo, che l’ex-presidente non sconterà la pena e che la condanna è principalmente simbolica.
La condanna è arrivata tardivamente (Chirac ha oggi 80 anni) e il braccio della giustizia ha dovuto allungarsi a dismisura per compiere il suo dovere, ma alla fine giustizia è stata fatta: il processo e la condanna sono arrivati inesorabili.
E in una democrazia il funzionamento della giustizia non è un semplice dettaglio.

In Italia abbiamo conosciuto una situazione molto simile a quella che ha visto protagonista Jacques Chirac.
Il nostro ex-presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, è rimasto invischiato in vari affari ambigui dal caso Mills all’affare Ruby rubacuori.
Terminato il suo mandato politico ci si aspettava che, come l’ex-presidente francese, anche Berlusconi si presentasse ai processi in cui è coinvolto per chiarire la sua posizione.
Ritardato e fermato a più riprese per il legittimo impedimento, il caso Mills è da poco caduto in prescrizione e Berlusconi è stato prosciolto.
E così mentre l’avvocato David Mills è stato condannato a 4 anni e sei mesi per la sua falsa testimonianza nel processo All Iberian e per le tangenti alla Guardia di Finanza, il reato di Berlusconi risulta prescritto.
L’avvenuta corruzione dell’avvocato Mills da parte di Silvio Berlusconi attraverso la somma di 600 mila dollari è stata provata e confermata: David Mills, il corrotto, è stato condannato, Berlusconi, il corruttore, si è salvato.
E’ importante specificare che il leader del PDL si è salvato dal carcere non perché “non ha commesso il fatto” ma solamente perché il reato è stato prescritto.
Come non citare il processo a Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
La cassazione, accogliendo il ricorso della difesa e la richiesta del procuratore generale Iacoviello, ha recentemente annullato la sentenza d’appello che condannava il senatore del Popolo della Libertà a sette anni di reclusione.
Smontando radicalmente il lavoro fatto dal tribunale di Palermo, la cassazione ha riportato al punto di partenza il processo che indaga sul morboso processo di contaminazione tra Mafia e Politica/Stato.
I tempi del processo si allungano inevitabilmente anche in questo caso.
Cadrà in prescrizione anche questo?
Intanto il processo Ruby che vede accusato Silvio Berlusconi di concussione e prostituzione minorile continua, la prossima udienza sarà il 31 maggio, avete un pronostico sulla sentenza finale?

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La maledizione di Jacques de Molay

La maledizione di Jacques de Molay

Notre Dame racchiude numerosi segreti che si possono scoprire soltanto penetrando all’interno della cattedrale.
Fu proprio sul sagrato di questa chiesa che Filippo IV il Bello, nella volontà di distruggere l’Ordine dei Templari, fece bruciare al rogo il grande maestro dell’Ordine Jacques de Molay e i 37 cavalieri accusati di eresia.
La pira incendiaria fu eretta sull’ ile aux juifs, nella parte ovest dell’ile de la cité che corrisponde oggi alla parte meridionale dello square du Vert Galant.
Quando il grande Maestro vide il rogo chiese ai suoi giustizieri di essere rivolto verso la cattedrale:
“Vi prego di lasciarmi unire le mani per un’ultima preghiera. Morirò presto e Dio sa che e’ ingiusto. Ma io vi dico che la disgrazia cadrà su coloro che ci condannano ingiustamente.”
E poi rivolgendosi al papa Clemente V e al re Filippo il Bello aggiunse
“Vi affido entrambi al tribunale di Dio, tu Clemente nei prossimi 40 giorni e tu Filippo prima della fine dell’anno”.
La predizione di Jacques de Molay si realizzò poiché papa Clemente V morì un mese dopo e il re Filippo il Bello fu vittima, nello stesso anno, di un incidente di caccia a Fontainebleau.
La maledizione sembra essersi protratta nel corso dei secoli come una vendetta implacabile.
E voi, credete alla maledizion della stirpe dei re di Francia pronunciata, il giorno del rogo, da Jacques de Molay?