La fine di un contratto

La fine di un contratto

Nell’ambito di questo blog ho già sviluppato tematiche legate al mondo del lavoro a Parigi: cercare e trovare un lavoro, le varie forme contrattuali o ancora le sfumature culturali.
Gli italiani che si trasferiscono a Parigi per motivi di lavoro possono anche imbattersi in un problema diverso dalla ricerca del lavoro: la perdita dell’impiego.
Se è vero che la ricerca del lavoro è un tassello essenziale nel cammino di un italiano che decide di mollare tutto per inventarsi una nuova vita nella ville lumière, è ugualmente vero che perdere un lavoro rappresenta un momento delicato sia materialmente che psicologicamente.
Per questo motivo è bene informarsi e studiare attentamente i propri diritti per evitare che il datore di lavoro, magari approfittando del fatto che siete italiani e non conoscete bene la legislazione francese, approfitti della situazione per privarvi di ciò che vi spetta.

Ecco le principali forme di rottura di un contratto a durata indeterminata in Francia.

Dimissioni
La volontà di interrompere un rapporto lavorativo può talvolta provenire dall’impiegato.
Un lavoro troppo stressante, fenomeni di mobbing orizzontale (da parte di uno o più colleghi) o verticale (da parte dei dirigenti) o semplicemente il desiderio di cambiare impiego possono indurre un lavoratore a interrompere spontaneamente la collaborazione con il proprio datore di lavoro.
Il diritto di un salariato di dimissionare rappresenta il corollario del diritto del datore di lavoro di licenziare i suoi impiegati: la differenza principale risiede nel fatto che la dimissione non deve necessariamente essere motivata.
Il metodo più utilizzato per manifestare al proprio capo la volontà di lasciare la propria funzione lavorativa è attraverso una lettre récommandée avec avis de réception (lettera raccomandata con avviso di ricevuta).
La dimissione non ha bisogno nè di essere motivata nè di essere accettata dal datore di lavoro.
La legge francese non prevede l’obbligo di eseguire alcun periodo di preavviso prima di lasciare il proprio lavoro.
Tuttavia il contratto che avete firmato all’assunzione e la convenzione collettiva che regolano la vostra professione stabiliscono sicuramente un periodo di preavviso (solitamente un mese) che potrete negoziare con il vostro capo chiedendo di esserne dispensati.
In seguito alle dimissioni riceverete, nell’ultima busta paga, un’indennità compensatrice per le ferie rimanenti e un’indennità di preavviso (se il datore di lavoro ha accettato di dispensarvene).
Lo svantaggio principale delle dimissioni è il fatto che (a parte pochissimi casi particolari: dimissioni per seguire il coniuge, dimissioni di un giovane per seguire i genitori, dimissioni a causa di molestie sessuali subite sul lavoro) non consente di percepire l’ARE (allocation de retour à l’emploi) ovvero le indennità di disoccupazione.
In buona sostanza, se decidete di dare le dimissioni non avrete diritto allo chomage .

Licenziamento
Secondo la legge del 13 luglio 1973, il licenziamento di un salariato deve essere fondato su un valido motivo relativo al comportamento del lavoratore interessato o su ragioni economiche indipendenti dal salariato.
Un datore di lavoro non può licenziare un suo impiegato senza una giusta causa altrimenti il licenziamento sarà giudicato abusivo e i pregiudizi subiti dal salariato dovranno essere risarciti.
Esistono vari motivi e gradi d’importanza per licenziare un impiegato, il diverso tipo di licenziamento ha importanti conseguenze sulle indennità percepite e sui successivi diritti del lavoratore.
Il licenziamento per motivi personali comprende tre diverse categorie: per giusta causa (cause réelle et sérieuse), errore professionale grave (faute grave), errore professionale gravissimo (faute lourde).

Licenziamento per giusta causa
La giusta causa può essere considerata la forma di licenziamento meno severa che un datore di lavoro possa opporre a un lavoratore.
Questa forma di licenziamento può essere applicata solamente se i fatti rimproverati al lavoratore sono esatti, verificati (materialmente verificabili o giuridicamente provabili), precisi e oggettivi.
Il dirigente dell’azienda può utilizzare come giusta causa anche elementi inerenti alla mansione professionale dell’impiegato: il non raggiungimento degli obiettivi fissati, ritardi reiterati, il rifiuto di accettare una leggera modifica degli orari di lavoro o il rifiuto di partecipare a un progetto aziendale.
Il lavoratore che reputa che la causa sollevata dal datore di lavoro sia ingiusta può fare ricorso al conseil de prud’hommes che riesaminerà il caso.
Se la legge francese stipulerà che il licenziamento è infondato e abusivo, il lavoratore avrà diritto a un rimborso proporzionato al pregiudizio subito.

Licenziamento per errore professionale grave
Il datore di lavoro può licenziare il lavoratore per errore grave se riscontra una chiara violazione degli obblighi legati al contratto di lavoro (assenze ingiustificate senza autorizzazione, comportamento scorretto verso la dirigenza) .
Il salariato viene privato immediatamente del suo impiego e non ha il diritto di effettuare un periodo di preavviso in azienda.
Questa forma di licenziamento priva il salariato delle indennità di preavviso e di licenziamento; solamente le indennità relative ai congedi non utilizzati saranno pagate al lavoratore.

Licenziamento per errore professionale gravissimo
E’ la forma di licenziamento più grave.
Si applica nei casi di evidente intenzionalità da parte del lavoratore di causare danni all’azienda e ai suoi membri: spionaggio industriale, divulgazione di segreti professionali, appropriazione illecita di fondi, aggressione fisica, falsificazione di documenti.
Le conseguenze del licenziamento per errore gravissimo sono le più estreme.
Il lavoratore viene allontanato immediatamente dall’azienda (la cosiddetta mise à pied) e gli vengono negate tutte le indennità legate al contratto di lavoro.

Licenziamento per motivi economici
Il licenziamento per motivi economici viene effettuato per motivi indipendenti dal lavoratore e legati alle difficolta economiche dell’azienda.
Il datore di lavoro può decidere di utilizzare questa forma di licenziamento solo dopo aver proposto al lavoratore un’altra funzione all’interno dell’azienda.
Il lavoratore che subisce un licenziamento economico può beneficiare della convenzione CSP (Contrat Sécurisation Professionnelle) che gli garantisce un periodo di orientamento, di consulenza professionale e soprattutto l’80% del suo salario lordo durante 12 mesi.

Qualunque sia la forma di licenziamento subita (anche per errore grave) il lavoratore licenziato avrà comunque diritto all’ARE, ovvero alle allocazioni di disoccupazione (chomage), che equivale a circa il 60% del salario lordo percepito.
Importante: Per percepire l’ARE bisogna aver lavorato almeno quattro mesi nel corso dei 28 mesi precedenti al licenziamento.

Rupture conventionnelle
La rottura convenzionale (rupture conventionnelle) si piazza a metà tra le dimissioni e il licenziamento.
Il datore di lavoro e il lavoratore decidono di comune accordo di porre fine alla loro collaborazione professionale.
Si tratta di un ottimo compromesso per entrambe le parti: l’azienda pone fine al contratto di lavoro senza utilizzare il licenziamento, il lavoratore beneficia delle indennità di disoccupazione.
Questo tipo di rottura del contratto di lavoro si rivela particolarmente vantaggioso per il lavoratore che può negoziare con l’azienda una somma forfettaria relativa alle sue indennità di rupture conventionnelle sulla base dell’anzianità e del pregiudizio subito.
La negoziazione delle indennità di rottura è un momento cruciale di questo processo che va affrontato con la giusta dose di razionalità e sangue freddo.
Se vi troverete al tavolo della trattativa con l’azienda, non giocate al ribasso.
Mirate a ottenere una cifra elevata e tenete presente che spesso le aziende cedono alle richieste dei lavoratori poiché preferiscono accordare una rottura convenzionale piuttosto che un licenziamento economico (che è più fastidioso e limitante per un’azienda).
Trovato un accordo, le due parti firmano un documento che attesta l’avvenuta rottura del rapporto lavorativo.
La definitiva rottura del contratto sarà effettiva dopo un periodo di omologazione e l’avallo dell’ispettore del lavoro.

A prescindere dal tipo di rottura (dimissioni, licenziamento, rottura convenzionale o altro) del vostro contratto, il datore di lavoro deve in ogni caso consegnarvi alla fine del rapporto di lavoro i seguenti documenti legali:
– un certificato di lavoro
– un documento chiamato solde de tout compte che riassume le somme percepite dal lavoratore
– un’attestazione destinata a Pole Emploi (l’agenzia di collocamento francese).

Addio Berlusconi!

Addio Berlusconi!

Premessa: Italiani a Parigi non è un blog politico.
E’ un blog che ho creato per condividere con quanti amano Parigi le mie esperienze nella capitale francese.
Tuttavia, come affermava Aristotele, “L’uomo è un animale politico e ogni uomo deve esprimere il suo pensiero politico e la sua opinione sugli accadimenti che riguardano la collettività.”
Sono pienamente d’accordo con il filosofo greco che diceva che “non sono politici nè gli animali nè gli dei ma solo l’uomo lo è, perchè legato ad una vita comunitaria con gli altri”.
Per questo motivo ritengo giusto che anche un blog di natura sociale e culturale condivida la sua visione politica.

Il 30 aprile 1993 una pioggia di insulti e monetine lanciate da una folla inviperita, radunatasi davanti l’hotel Raphael di Roma, sancisce la fine di Bettino Craxi e della Prima Repubblica.
A più di 18 anni di distanza da quel celebre evento, una folla di gente al Quirinale, a Palazzo Chigi e a Palazzo Grazioli saluta con canti, slogan, fischi e insulti le dimissioni di Silvio Berlusconi.
E’ importante sottolineare che la gente che ha aspettato l’arrivo di Berlusconi davanti ai palazzi del potere non è stata violenta o aggressiva ma piuttosto gioiosa e festiva.
Una reazione fisiologica nei confronti della fine di una parentesi triste e cupa per il nostro Paese: lavoratori, militanti, famiglie, studenti e semplici cittadini hanno sentito il bisogno di scendere in piazza e sventolare il tricolore gridando la rinascita dell’Italia e l’orgoglio di essere Italiani.
Il 12 novembre 2011 passerà alla storia come l’ultimo capitolo dell’era Berlusconi, l’ultimo atto di una tragedia che ha impelagato l’Italia per quasi vent’anni, la patetica scena finale di un fastidioso lungometraggio.
Uno dei tanti striscioni sventolati dai manifestanti presenti al Quirinale per festeggiare l’addio di Berlusconi recitava ”12 novembre = 25 aprile” , come per sancire la liberazione dell’Italia da un fardello ormai insopportabile.
L’ex premier, che con i suoi scandali sessuali e le infamanti ombre di corruzione ha disintegrato la credibilità dell’Italia, ha evitato la folla uscendo da una porta secondaria del Quirinale.
Rimettendo il suo mandato al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Berlusconi ha decretato la fine del suo impero e del suo castello di sabbia frequentato da individui viscidi e senza scrupoli.
Portaborse, letterine, veline, lacchè e “amici di amici” si chiedono disperatamente quale sarà il loro futuro adesso che Mangiafuoco non tira più le fila di questa pietosa pagliacciata che ha gravemente ferito l’immagine del nostro Paese.
L’Italia ha finalmente chiuso uno dei periodi più bui della sua storia e si prepara a indossare una nuova veste scrollandosi di dosso le macerie da cui è stata invasa.

Sabato scorso si respirava un’atmosfera di gioia nella piazza gremita del Quirinale: chi sventolava orgogliosamente il tricolore, chi intonava l’inno nazionale con la mano sul petto, chi cantava Bella ciao a squarciagola, chi piangeva per la felicità, automobili che suonavano i clacson all’impazzata, un coro accompagnato da un gruppo di musicisti ha addirittura improvvisato l’Hallelujah di Handel tra i trenini e i girotondi festosi della gente.
Un clima di giubilo che ha richiamato i festeggiamenti dei tifosi italiani per la vittoria della coppa del mondo nel 2006 da parte della nazionale azzurra.
Tra le urla indirizzate al Cavaliere mi ha particolarmente colpito il coro di un gruppo di ragazzi che, mentre stappava una bottiglia di champagne, gridava Primavera, Primavera a richiamare la “primavera araba” e le recenti rivoluzioni che hanno liberato Egitto, Tunisia e Libia.
Il parallellismo realizzato da questi ragazzi è a dir poco azzardato poichè la liberazione dell’Italia da Berlusconi, seppur importante, non ha nulla a che vedere con quanto successo nei paesi arabi.
Nei Paesi del Magreb, in Libia e in Egitto sono stati i movimenti popolari che hanno sovvertito i regimi vigenti, in Italia non è stato il popolo italiano a costringere Berlusconi a lasciare il governo ma la Comunità Europea, le banche, lo spread e la crisi finanziaria.
Se l’UE, la BCE e la crisi economica mondiale non avessero messo Berlusconi spalle al muro, il presidente del Milan e dirigente di Mediaset sarebbe ancora al potere.
E’ importante sottolineare questo essenziale dettaglio al fine di ricordare che anche se ci siamo liberati di Berlusconi non ci siamo ancora liberati del berlusconismo ovvero quella mentalità clientelare e nepotista che considera la legge come una cintura troppo stretta.
Il popolo italiano deve avere uno scatto d’orgoglio e rifiutare in maniera massiccia e coesa gli strascichi del berlusconismo tagliando per sempre i tentacoli di questa piovra che avvinghia inesorabilmente l’italia.
Il primo passo è stato compiuto, la testa di questa bestia immonda è stata estirpata.
Se è vero che sabato la piazza del Quirinale debordava di gente in festa per la partenza definitiva di Berlusconi dal governo italiano è pur vero che il giorno dopo la stessa piazza era piena di militanti di Forza Italia riunitisi per “lavare l’onta di sabato sera” ed esprimere il loro appoggio al premier spodestato.
Questo episodio è sintomatico del fatto che il berlusconismo è purtroppo fortemente radicato nel nostro Paese e non andrà via facilmente.
Anni e anni di manipolazione mediatica e di scellerata demagogia hanno forgiato una squallida mentalità arrivista che ha invaso l’Italia come le metastasi di un cancro.
La cura a questa terribile malattia che invade orribilmente le strade del nostro Paese non è, purtroppo, nelle mani di Mario Monti e del suo governo tecnico ma risiede nell’onesta e nel buon senso di ciascuno di noi.

Bye Bye Berlusconi, anzi Addio!