Confessioni di un apolide

Confessioni di un apolide

Ripubblico di seguito un post che risale al gennaio di due anni fa. Il tempo è trascorso ma i miei sentimenti non sono cambiati.

Ed eccomi qua! L’ennesimo ritorno a Parigi dopo le tradizionali vacanze in Sicilia dove, come ogni anno, ho trascorso indimenticabili giornate.
Mi fa sempre una strana sensazione trascorrere le “vacanze” a casa mia, con la mia famiglia, nel mio paese, tra la mia gente e mi sembra altrettanto strano, poi, tornare a Parigi e sentirmi a casa: ritrovare le mie abitudini, la cerchia di amicizie parigine e quella routine metropolitana a cui ormai sono abituato.
Due vite parallele che avanzano incondizionatamente, due universi distanti ma mescolati insieme nella mia mente.
La mia attività onirica me lo dimostra costantemente: quando sono a Parigi sogno di persone, cose, aneddoti e luoghi siciliani e viceversa quando sono in Sicilia sogno “in francese”.
Ogni volta che ritorno in Sicilia, ho l’impressione che tutto sia rimasto come l’avevo lasciato l’ultima volta: è come se avessi premuto il pulsante stand by nel telecomando della vita, cristallizzando emozioni e persone, e che una volta ritornato, il flusso del tempo ricominci normalmente.
E’ uno stato d’animo particolare quello di chi vive sospeso tra due (o piú) Paesi, confinato in un limbo di emozioni e speranze, costretto alla nostalgia e condannato alla malinconia.
Questa struggente dicotomia dell’anima che si dibatte tra presente e passato, tra ricordi e realtà, tra tradizioni e pragmatismo, riguarda sopratutto i siciliani che lasciano la propria terra in cerca di un Eldorado lontano o semplicemente di dignità.

I siciliani, sono maggiormente legati alla proprie origini perchè provengono da una terra baciata dal sole e carezzata dal mare, dove non c’è nulla che vada per il verso giusto ma la gente ha sempre il sorriso sulla bocca.
O forse quest’eterna malinconia riguarda chiunque decida di lasciare il proprio paese, qualunque esso sia, per cercare fortuna altrove.
Mi sono sempre chiesto se il fatto di essere siciliano, di essere nato e aver trascorso tutta la prima parte della mia vita immerso in paesaggi da cartolina e tra gente genuina, possa aver accentuato il senso del distacco.
Da piccolo non avrei mai pensato di abbandonare la mia bella Sicilia.
Il pensiero non mi traversava minimamente lo spirito. Come lasciarla? Con quali parole le avrei detto Addio? Come lasciarmi alle spalle tutto ció che la Sicilia rappresentava per me e tutto quello che mi aveva dato? In che modo cancellarla dalla mia mente? Con quali occhi guardare il mare prima di partire? Impossibile!
Eppure l’ho fatto.
Ancora oggi mi chiedo dove abbia trovato la forza di lasciarmi tutto alle spalle, fare fagotto delle emozioni e dei ricordi che volevo portarmi dietro e partire.

Pensavo di fare la classica esperienza di qualche mese, tappa obbligata per qualsiasi studente laureato in Lingue che tramite l’Erasmus o il Leonardo o qualsiasi altro progetto, vuole mettere in pratica ció che ha studiato.
Non è stato l’Erasmus a portarmi a Parigi, nè il Leonardo o l’Archimede pitagorico ma è stata la vita che ha letteralmente sradicato la mia vecchia esistenza siciliana per impiantarla nella ville lumière.
Sono passati sette anni da quando la vita ha deciso la mia partenza.
A distanza di tempo, la Sicilia fa sempre parte del mio essere ma la mia vita ha assunto sfumature diverse da quando abito a Parigi.
Questa città è una creatura bella e dannata, una ninfa da baciare ma della quale non bisogna assolutamente innamorarsi o sarà lei ad avere la meglio e resterete, come il sottoscritto, invischiati tra le sue braccia.
Parigi è una carogna luccicante che sa ammaliare chi prova a sentirne l’odore o chi vuole solamente sfiorarla.
E’ facile restare impelagati in questa splendida città, godere dei piaceri che essa offre, abbandonarsi nei suoi meandri saporiti.
E’ facile sentirsi a casa a Parigi, ambientarsi, crearsi una nuova vita e non vedere passare gli anni.
Non è facile lasciare Parigi dopo che ti ha percorso l’anima.

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Mollo tutto …e vado a Parigi

Uno scorcio tipicamente parigino

Cari lettori,
ho il piacere di condividere con voi un intervista da “italiano a Parigi” rilasciata al sito “Mollo tutto“.
Cliccate qui per leggerla…spero vi piaccia!
Gaspare

Polifemo in Sicilia : “Nessuno” trova lavoro

Polifemo in Sicilia : “Nessuno” trova lavoro

Cari lettori del blog,
Ho il grande piacere di condividere con voi un mio articolo da “italiano a Parigi” pubblicato su Focus In di questo mese. Spero vi piaccia.

Il mio volo atterra puntuale all’aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo e appena sceso dall’aereo la canicola estiva mi avvolge.
Un accogliente caldo soffocante, intriso di gelsomino e zagara, mi riporta alle estati della mia infanzia.
Dolci profumi familiari giungono alle mie narici, intervallati da ventate di un fetore nauseabondo che mi obbligano a chiudere i finestrini dell’auto.
Cataste di rifiuti sono sparse dappertutto ai bordi delle strade : “La discarica di Bellolampo è satura” mi dice mio padre “e aspettando che l’amministrazione trovi una soluzione dobbiamo sopportare questa situazione”.
La gente, da quanto ne deduco, sembra aver accettato passivamente l’invasione pestilenziale dell’immondizia e ha imparato a conviverci.
Il mio pensiero vola immediatamente a Parigi e allo spirito combattivo e intransigente dei francesi che in una situazione simile avrebbero scioperato e manifestato per giorni e giorni paralizzando l’intero Paese.
Avevo dimenticato il fatalismo italiano che fa rapidamente diventare normalità anche le situazioni piú assurde, la mia visione delle cose è ormai formattata alla maniera “esagonale” e non riesco piú a tollerare situazioni che un tempo avrei lasciato passare.

Motivato dallo spirito vacanziero, cerco di dimenticare il mio arrivo agrodolce nel Belpaese e chiamo qualche amico per organizzare un’uscita.
Ci ritroviamo la sera stessa davanti a una pizza fumante a parlare dei giorni spensierati trascorsi insieme.
Finalmente una vera pizza italiana con ingredienti freschi e genuini che cancella di colpo le mediocri imitazioni propinatemi nelle pseudo-pizzerie di Parigi.
I sapori mediterranei e l’affetto dei miei amici mi riscaldano il cuore e mi fanno dimenticare lo sbalzo culturale e la diversità che separa i due Paesi.
Il piacevole momento che sto vivendo mi fa pensare che, tutto sommato, si sta bene anche in Italia e che avrei dovuto pensarci meglio prima di fare fagotto e partire per la Francia.
Tuttavia il mio slancio nostalgico non dura molto e le mie idiosincrasie si risvegliano rapidamente quando l’argomento della conversazione diventa il lavoro.
I miei amici sono curiosi di sapere cosa faccio a Parigi per vivere e mi bombardano di domande sul mercato del lavoro in Francia e sulle condizioni lavorative.
Rispondo con piacere a tutte le loro domande colorando di sfumature esotiche le mie spiegazioni e cercando di citare esempi chiari e di facile comprensione.
Cala il gelo quando rispondo a uno dei presenti che mi chiede quale sia la forma contrattuale che mi lega attualmente al mio datore di lavoro.
Faccio mente locale e mi rendo conto che l’acronimo CDI che ho utilizzato non è comprensibile a chi non ha mai vissuto in Francia (ma ormai anche il mio modo di esprimermi è influenzato dall’universo francese e tendo ad abbreviare tutto) e tento di argomentare meglio la mia risposta spiegando che si tratta di un “contratto a tempo indeterminato”.
La risposta sembra non aver placato lo stupore dei miei amici che continuano a fissarmi con gli occhi spalancati e pretendono maggiori delucidazioni.
Nel tentativo di chiarificare ulteriormente la mia situazione lavorativa, aggiungo che non si tratta del primo CDI che ottengo ma che nel corso dei sette anni trascorsi a Parigi ne ho collezionati parecchi.
A quel punto la tensione nella tavola è palpabile e nel silenzio irrompe la vocina timida del mio vicino di posto che mi chiede se ho veramente detto “indeterminato”. Confermo la mia risposta e spiego che a Parigi è la forma contrattuale più utilizzata in quanto garantisce, in uguale maniera, il lavoratore (che gode di una garanzia contrattuale fondamentale) e il datore di lavoro (che può contare su una collaborazione a lungo termine).
La tavolata è in fermento e tutti mi guardano come se mi fosse spuntato un occhio in mezzo alla fronte.
Alessandro, il mio migliore amico, mi spiega lo sconcerto degli altri commensali : “Sai Gaspare” mi dice con rammarico “da quando sei partito, la situazione lavorativa non è cambiata e le garanzie contrattuali restano scarse. Lavoro interinale, lavoro a progetto, lavoro a chiamata e soprattutto tanto lavoro in nero, questi sono i contratti che ci propongono qui. Il tuo CDI resta solo un’utopia per noi. I datori di lavoro non pensano a come garantirsi a lungo la tua presenza ma cercano piuttosto di sbarazzarsi facilmente di te. Qui pensano tutti a fregare il prossimo!”.
L’imbarazzo mi invade l’anima e divento rosso come il peperone che condisce la mia pizza. Come ho potuto dimenticare il precariato che affligge l’Italia e parlare di “tempo indeterminato” come se fosse una cosa normale? Cosa mi è passato per la testa?

Ancora una volta ho dimenticato che, nonostante poche ore di viaggio separino i due Paesi, differenze abissali li allontanano inesorabilmente.
La serata termina in questo modo e mi congedo con una grande amarezza.
Scosso dalla conversazione che ho appena avuto con i miei amici, pago la mia parte di conto e intasco il resto.
Sono rattristato soprattutto per i termini utilizzati dal mio migliore amico per spiegarmi lo stupore che le mie parole avevano destato: quanta disillusione e quanto fatalismo nel suo “Qui pensano tutti a fregare il prossimo !”.
Nella strada del ritorno rimango assorto nei miei pensieri e rifletto a lungo sulla discussione della serata.
Giungo alla conclusione che i miei amici si sbagliano e che non tutti vogliono fregare il prossimo.
Cerco di autoconvincermi che la loro è una visione eccessivamente pessimistica e fatalista dovuta al fatto che non hanno viaggiato abbastanza.
Gli italiani non possono essere così egoisti! Decido di prendere un caffé prima di rientrare.
Gusto l’aroma intenso del buon caffé italiano e dimentico rapidamente le divagazioni mentali della serata.
Metto una mano in tasca per recuperare il resto della pizzeria e pagare il caffè e mi accorgo che il cassiere mi ha rifilato le vecchie “500 lire” al posto di una moneta da due euro.

Una piramide diabolica

La misteriosa piramide del Louvre

Fin dalla sua realizzazione, voluta dal presidente Francois Mitterand nel 1983, la piramide del Louvre ha affascinato e intrigato l’immaginazione collettiva.
L’opera monumentale, situata nel mezzo dello spiazzo antistante il Louvre (la cour Napoleone) rappresenta l’ingresso principale del museo.
La piramide, interamente costruita in vetro e metallo dall’ architetto cinese Ieoh Ming Pei, è stata recentemente resa celebre dalle pagine del Codice da Vinci di Dan Brown e dalle sue teorie fantasiose.

Una delle leggende più inquietanti che aleggiano sul monumento è stata rivelata per la prima volta da Dominique Stezepfandt nel suo libro François Mitterrand, Grand Architecte de l’Univers nel quale lo scrittore afferma che la piramide sarebbe dedicata al diavolo.
La sua struttura sarebbe interamente basata sul numero 6 e per la sua costruzione sarebbero stati impiegati 666 rombi di vetro, cifra simbolica legata al satanismo e al culto del demonio.
Esistono numerose versioni riguardo il numero esatto di rombi di vetro utilizzati per allestire la piramide, il mistero regna.
Un’altra leggenda metropolitana sosterrebbe che il corpo di Francois Mitterand sarebbe stato segretamente seppellito sotto la piramide.