Mucca o pecora?

Mucca o pecora?

Ogni volta che torno a Parigi dopo le vacanze trascorse in Sicilia le pagine di questo blog si tingono di sfumature agrodolci e gli articoli che pubblico hanno il sapore amaro della malinconia.
E’ come se tornando alla base parigina senta il bisogno di fare il punto della situazione cercando di venire a capo del groviglio di emozioni e sensazioni che si viene a creare dentro me.
Anche il seguente articoletto è foriero di quel senso di straniamento e alienazione che accompagna ogni mio rientro in Francia.
Sarà l’ultimo post di quest’anno ad avere toni grigiastri e striature nostalgiche, lo prometto!
Ridarò al blog il tono frizzante e spensierato che lo contraddistingue, tornando a proporvi iniziative originali, ad aggiornarvi sugli eventi parigini e a raccontarvi le novità culturali che rendono unica la capitale francese.
Dopo le vacanze natalizie, in particolar modo, mi viene automatico confrontare le mie due vite parallele e paragonarle inconsciamente tra di loro.
L’inizio di un nuovo anno rappresenta anche la chiusura di un ciclo temporale e un momento in cui si fa il bilancio di cosa si è fatto e dei progetti per il futuro.
Mi capita ogni anno, come penso capiti a milioni di persone nel mondo, ma quest’anno la conclusione alla quale sono arrivato è alquanto bizzarra: “sono una pecora ma la mucca che c’è dentro di me si sta prepotentemente svegliando”.
No, non mi riferisco all’oroscopo cinese e nemmeno a quello Maya ma piuttosto alla saggezza popolare siciliana che vale più di tutti gli astrologi e i veggenti esistenti su questo pianeta.

Chi legge le pagine di questo blog saprà che da qualche tempo a questa parte l’idea di lasciare Parigi per stabilirmi nella mia Sicilia natale mi frulla per la testa.
Durante le giornate trascorse a Cinisi mi è capitato di parlare con molte persone di questo mio progetto ricevendo come risposte pareri divergenti e discordanti.
Molti dei miei amici e delle mie conoscenze hanno, almeno inizialmente, scoraggiato questo mio ardente impeto e questa voglia di tornare alle origini.
Le loro frasi rimbombano ancora nella mia mente: “Bisogna stare dove c’è il pane!”, “Qui in Sicilia non c’è niente! Bisognerebbe immergerla sotto l’acqua quest’isola e poi farla rivenire a galla; solo così la mentalità dei siciliani potrebbe cambiare. Stai lì dove sei, non ti muovere.”
Un anziano signore che conosco da molto tempo ha addirittura citato una battuta del film di Tornatore Nuovo Cinema Paradiso recitandomi con foga la famosa frase che Alfredo (Philippe Noiret) dice a Totò (Salvatore Cascio)  “Questa terra è maledetta. Quando sei qui tutti i giorni hai la sensazione di essere al centro dell’universo, sembra che niente cambi mai. Poi te ne vai,un anno, due…E quando ritorni tutto è cambiato. Il filo è spezzato. Non ritrovi quello che stavi cercando, le tue cose non esistono più. Non è così? Devi andartene per molti, molti anni, prima di tornare e ritrovare di nuovo la tua gente, la terra dove sei nato. Ma non ora, non è possibile. Ora sei più cieco di me
Tuttavia questo non è un film ma la mia vita e per quanto la citazione cinematografica possa avermi toccato ed emozionato preferisco chiedere consiglio al mio migliore amico.

Alessandro mi conosce da molti anni e mi fido molto delle sue opinioni e dei suoi consigli perchè sono sempre dettati da un sapiente connubio di intelligenza, empatia e sincera amicizia.
Lo vado a trovare, poco prima del mio ritorno a Parigi, nella tipografia dove lavora e lo trovo impegnato a realizzare una delle sue tante creazioni grafiche.
Mi saluta affettuosamente e si stupisce nel vedermi spuntare dal nulla visto che non lo avevo informato di essere rimasto in Sicilia qualche giorno in più del previsto.
Iniziamo a discutere del paese, degli amici in comune, della situazione dell’Italia e di altri argomenti di comune interesse.
Poi il discorso cade sulla mia situazione e sulla delicata decisione che dovrò prendere tra qualche tempo.
Dibattiamo animatamente sui vantaggi e gli svantaggi di un possibile futuro in Sicilia o di un’eventuale permanenza a Parigi, ci proiettiamo avanti negli anni ipotizzando possibili scenari, montiamo e smontiamo i tasselli del mosaico della vita come se stessimo ricostruendo un puzzle immaginario.
La nostra discussione non approda a nessuna conclusione definitiva ma genera un evento che mi marca profondamente.

Il tipografo, che da molti anni gestisce l’azienda in cui lavora Alessandro, aveva ascoltato la conversazione e spinto dalla necessità di condividere il suo pensiero interviene nel dibattito.
L’arzillo signore aveva ascoltato le nostre elucubrazioni mentali dall’altro lato del negozio e aveva sentito il bisogno di prendere parola e raccontarci la sua storia.
Ci racconta della sua esperienza di vita all’estero quando era giovane, dei sacrifici e degli anni di lavoro in Svizzera lontano da tutti e da tutto.
Dieci lunghi anni durante i quali era riuscito a crearsi una posizione e a guadagnarsi degnamente da vivere fino a quando le sue radici lo hanno richiamato a casa.
Sentendo i nostri discorsi il mio compaesano ha rivisto passare davanti ai suoi occhi una fase importante della sua vita e ha rivissuto le emozioni, le incertezze e i dubbi che hanno accompagnato quel momento e che adesso sto vivendo io.
Il saggio tipografo, dopo aver concluso il suo aneddoto biografico, impreziosisce il racconto con un proverbio siciliano.
Mi guarda con una luce particolare negli occhi e mi dice: Ragazzo mio, qui da noi si dice “A vacca (sta) unni nasci, a pecora (sta) unni pasci” (ovvero “la mucca sta dove nasce, la pecora sta dove può mangiare”).
Al fine di ratificare maggiormente il senso delle sue parole, mi spiega che le mucche sono animali morbosamente legati ai luoghi abituali del loro pascolo e che li abbandonano con molta difficoltà; la pecora, invece, è capace di adattarsi a qualsiasi habitat naturale purchè abbia una sufficiente quantità d’erba da brucare.
Ascolto con grande ammirazione la verità e la saggezza egregiamente espresse in quel detto popolare che racchiude magicamente due lati antitetici e fondamentali della natura umana.
Guardo Alessandro con un sorriso beffardo e gli dico “Io ci sto provando a fare la pecora ma la mucca che c’è dentro di me sta uscendo fuori prepotentemente!”

E voi siete pecore o siete mucche?

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Dubbi e coincidenze

Un attimo di meditazione al Palais Royal

Sono una persona molto razionale e cerco sempre di dare una spiegazione logica agli eventi che incrociano il cammino della mia vita.
Penso che ogni uomo sia artefice del proprio destino in base alle scelte che compie e allo stile di vita che sceglie, homo faber fortunae suae dicevano i latini per sottolineare come ogni uomo ha il futuro nelle proprie mani.
La mia razionalità talvolta resta basita e spiazzata davanti a strane coincidenze che costellano il mio quotidiano e alle quali difficilmente riesco a dare una spiegazione cartesiana.
A tutti noi è capitato almeno una volta nella vita di vivere situazioni inverosimili frutto di casualità al limite dell’assurdo: pensare a una persona e poco dopo vederla comparire davanti ai nostri occhi, avvicinarsi al telefono per comporre il numero di un amico proprio nel momento in cui quella stessa persona ci sta telefonando, pensare o leggere una parola o una frase e sentirla allo stesso tempo alla radio o in televisione.
Sigmund Freud, padre della psicanalisi, nell’opera Psicopatologia della vita quotidiana ha cercato di spiegare schematicamente la natura di questi episodi che ci sorprendono.
Ho letto il libro di Freud qualche anno fa e devo ammettere che le spiegazioni del famoso pensatore austriaco sono molto interessanti riconducendo le origini delle strane coincidenze quotidiane al nostro subconscio e agli scherzetti del nostro flusso di coscienza.

Ogni tanto, però, pur cercando di aggrapparmi a scampoli di ragione o interrogando il mio inconscio, non riesco a dare alcuna interpretazione agli inspiegabili parallelismi e alle concomitanti fatalità che mi si presentano sotto il naso.
Come nel caso che sto per raccontarvi.
Da qualche mese a questa parte sto meditando di lasciare Parigi e stabilirmi definitivamente nella mia Sicilia natale, una decisione molto difficile e delicata poichè da essa dipende il mio futuro e quello della mia famiglia.
Ho già valutato milioni di volte dei vantaggi e degli svantaggi legati all’abbandono della ville lumière e di una nuova vita in Sicilia: da un lato rinunciare all’enorme offerta culturale e professionale di Parigi per fare un salto nel vuoto nella mia pur bella isola, dall’altro ritrovare i miei affetti più cari e quel lato umano che tanto mi manca in questa grande città.
La direzione che prenderò di fronte a questo  bivio fondamentale dipende essenzialmente dalle priorità che voglio dare alla mia vita: il lavoro o gli affetti, il mio futuro professionale o la mia identità culturale, la riuscita personale o le mie radici.
La decisione sarà difficile ma verrò a capo anche di questo enigma.
Nel bel mezzo dei dubbi amletici che mi tormentano l’anima per questa difficile scelta, entrano in gioco le succitate coincidenze a confondermi le idee e a mescolare le carte del mio destino.

Il mio migliore amico, Alessandro, conosce abbastanza bene i travagli del mio animo e la mia esitazione nel compiere il grande passo.
Ci sentiamo spesso telefonicamente e gli ho confidato più volte le drammatiche lotte interiori tra il Gaspare parigino che desidera continuare il percorso intrapreso in Francia con molti sacrifici e il Gaspare siciliano che sogna di tornare alle sue origini ed indossare la sua antica veste di semplicità e spensieratezza.
Qualche giorno fa, prima che tornassi in Sicilia per le vacanze natalizie, Alessandro pubblica sulla mia bacheca Facebook questa citazione dello scrittore e fotografo siciliano Ferdinando Scianna: “Nell’andarsene (dalla Sicilia) si vive l’esperienza dolorosa dello sradicamento, della nostalgia ingannatrice e la scoperta del fatto che dopo un po’ non puoi tornare più. Perché quando torni non sei più a casa tua, Itaca è scomparsa, sei in un altrove che è quello della tua memoria. Ovunque tu vada, ti porti dietro il siciliano che sei, e continui a guardare il mondo con lo sguardo che hai costruito negli anni determinanti dell’infanzia.”

Le parole di Scianna mi hanno molto toccato e hanno acuito i miei ripensamenti e i miei dubbi.
Da quando ho letto quella citazione non ho fatto altro che pensare quanto fosse saggia, vera e densa di significato: Itaca non esiste più e non si può tornare indietro per cercare qualcosa che non esiste più.
La Sicilia che desidero e che vorrei ritrovare esiste solamente nei dolci ricordi della mia infanzia, nelle corse spensierate in bicicletta, nelle estati afose trascorse all’ombra di rigogliosi ulivi, nelle prime impacciate esperienze amorose, nei sogni e nelle illusioni di un ragazzo che si affacciava alla vita riscaldato dagli accoglienti raggi del sole mediterraneo.
Mi convinco che quell’isola materna e prosperosa rappresenta una proiezione del mio essere ed esiste solamente dentro di me, una sorta di dimensione parallela incastonata nel mio spirito, un porto sicuro e idealizzato nel quale rifugiarmi nei momenti di sconforto e solitudine.
Itaca non esiste più!. La voce stridente e cinica della mia coscienza mi ripete costantemente questa frase nei giorni antecedenti alla mia partenza per la Sicilia e mi invita ad abortire le mie illusioni nascenti e a non inseguire un Atlantide sommersa che ormai non c’è più.

La mattina del 23 dicembre 2011 mi reco in aeroporto con Valeria, mia moglie, per prendere il volo TO3314 della compagnia Transavia che decolla puntualmente alle 6h55.
Arriviamo all’aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo e, ancora intorpiditi dall’alzataccia, decidiamo di prendere un caffé al bar situato proprio davanti alla zona di arrivo dei passeggeri.
Mentre assaporiamo l’aroma di un buon caffè italiano (finalmente!), Valeria mi dà una leggera pacca sulle spalle e mi dice “Hai visto Gaspare, questo bar si chiama ITACA!
Semplice coincidenza o beffardo scherzo del destino?!?
Non mi interessa conoscere la risposta a quest’ultima domanda, adesso so che Itaca esiste ancora!

U spitali

L’attesa in ospedale

U spitali – Ascolta la poesia

Sientu ancora u scrusciu ri passi
ca mi portanu o spitali.
U spitali!
U spitali è bellu, minchia ch’è bellu!
Ci sunnu tutti cosi, nun manca nienti:
manca sulu a saluti,
e poi ci sunnu tutt’i malatii ru munnu,
tuttu u ruluri ru munnu,
tutt’a virità ru munnu!
Cu trasi buonu, nesci malatu;
cu trasi malatu, nesci muortu.
Dutturi, si jioca un ternu a lluottu?
Siddu ‘nserta a me malatia,
u fazzu ‘ncucchiari cu me zia.
U dutturi, schiffaratu,
mi talìa cu ‘ll’occhiu di latu:
“Chi cazzu t’à misu ‘ntiesta?
torna rumani, ca oggi è fiesta”.
Vinni u tiempu ri malivistuti:
c’eranu sciancati, sgummati,
‘ntussicati, parìa ‘n’alligrizza!
Cu si futti a sasizza
e cu mori ri dibbulizza.
Gienti c’avianu vinutu appieri,
arrivaru aieri;
chiddi c’avianu vinutu c’u carriettu,
cu circava u rinali pi pisciari;
cu si ‘nfilava u termometru ‘nto culu,
cu si sbattìa i corna o muru;
cu jittava vuci
picchì ‘nna tiesta ci scacciavanu i nuci;
cu abbaragghiava
picchì ‘stu puostu ‘un ci piacìa,
finu a quannu ‘un vinni a ‘zza Lucia,
a ‘nfirmiera ra settima cursìa.
“Auh! Ma chi è ‘stu burdellu!
Ognunu u so puostu av’a pigghiari,
nun cuminciamu a cugghiunari!
Faciti silenziu, ora veni u ‘zzu Crescenziu,
vi porta u manciari, u miricinali,
vi fa stinnicchiari e senza chiacchiariari;
dumani c’a matinata, a diunu,
vi prisintati a unu a unu.
‘Ntantu, ricitivi u rusariu,
raccumannativi o Signuri:
Nun si po’ sapiri mai,
nna ‘stu munnazzu di guai!”

La tragicomica realtà degli ospedali,
un problema purtroppo sempre attuale

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Nun c’è cchiù nienti

Nun c’è cchiù nienti

Nun c’è cchiù nienti- Ascolta la poesia

Nun c’è cchiù nienti,
Nun c’è cchiù nienti.
Mancu u suli c’è cchiù;
mancu a luna,
mancu u mari, mancu a Terra;
nun c’è cchiù nienti!
I genti runni su?
Semu tutti suli. . .tutti suli:
Ognunu si talia. . .si talia u suo,
nun vuoli viriri a nuddu,
nun vuoli sentiri nienti.
Lastimi, lamenti. . .nun c’è cchiù nienti!
Mancu nuavutri ci siemu:
cu resta?
Nun resta nienti.
Allura chi c’è di fari??
chi ‘mportanza avi si jietti vuci,
chi’mportanza avi cu ti senti?
Allura c’am’a fari. . . Nun c’è nuddu.
Puru l’amuri finiu, ‘unn’arristò nienti.
Chi vulissi fari?. . . Nienti,
nun c’è cchiù nienti’i fari;
sulu na cosa:
forsi ni putemu ammazzari,
chistu nn’arresta forsi ri sta vita
c’a ficiru addivintari . . .na mmerda!

In seguito a eventi decisivi, come la morte di grandi eroi,
siamo di colpo presi da un conato di annichilimento,
l’autodistruzione sembra la soluzione migliore,
o l’unica, in un mondo che non esiste più solo
perché l’abbiamo distrutto noi

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Terre di Balcania

Terre di Balcania

Terre di Balcania – Ascolta la poesia

Unn’è a putenza
chi distruri l’armi,
sfascia carr’armati,
ferma l’aeroplani
e nun fa scuppiari
i bummi ‘ntelligenti.
Genti sdirradicati
di li propri terri,
nun sannu cchiù cu su!
Scilliratu universu,
munnu suvirchiusu di putiri,
munnu c’asciuca u sangu
e nun ti fa ciatiari,
munnu ca ti scafazza, ti squagghia
e nun ti runa u tempu di vulari,
labirintu di pinseri e di paroli.
Ancili, nun ci ‘nn’è.

Tutte le guerre sono orribili e insensate, e tutti i popoli devono gridare
a voce alta il rifiuto più totale di tutti gli orrori che le accompagnano;
ogni popolo, da quelli che abitano i Balcani, a tutti gli altri,
ha il diritto di vivere e di non essere
in balìa degli interessi dei potenti e dei folli

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U ventu ‘ncapu u munnu

Piero Impastato alla chitarra

U ventu ‘ncapu u munnu – Ascolta la poesia

U ventu ‘ncapu u munnu
ciusciava supra i stiddi.
A gienti caminavanu nnò cielu
e scumparianu o funnu.
“Nun caminati nnò cielu,
nun l’allurdati,
livativilli i scarpi,
ca o funnu vi nni iti!”
Accussì abbanniava,
cchiù forti chi putìa,
ma a gienti,
parianu tutti surdi,
facianu finta ca nuddu mi sintia.
E ‘nguttumatu mi pigghiava u chiantu.
M’arrimazzava, mi sbattìa nnò munnu,
chi lacrimi stuiava tuttu u cielu,
a gienti ca spirìanu o funnu
nun si virìanu cchiù.
U vientu avìa finutu di ciusciari
e na stidda s’affaccia i sutta u munnu:
“Picchì chianci, qual è a ragiuni?”
“Chianciu pi sta gienti
c’allordanu u cielu,
si nni vannu o funnu
e restanu surdi e me lamenti”
“U cielu nun si po’ mai allurdari,
è accussì luntanu,
ca nun si po’ ‘mmaginari.
Nudda munnizza mai ci po’ arrivari,
Pi chistu a gienti si nni vannu o funnu
e la to vuci nun li po’ chiamari;
s’alluntananu sempri di stu munnu.

Un sogno triste, angosciante e lieto a un tempo,
un invito a non inquinare il cielo;
ma il cielo è troppo bello per essere contaminato
dalla cattiveria umana

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I niegghi si nni vannu

I niegghi si nni vannu
e u mari,
pigghia u stissu culuri d’u cielu.
Pari na tavula
ca sarva
nno funnu du casciuni
tutti i pisci d’u munnu.
Rintra a varcuzza
c’è l’amu,
a lenza e a trimulina.
“Totò, chi bella pisca sta matina!
T’u ricìa assira,
u tempu è buonu
e a luna è china. . .”

Quando sorge il sole, si risvegliano il cielo ed il mare coi loro colori,
e il mare regala una pesca abbondante all’orgoglioso pescatore

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