Gay Pride 2016: la marcia dell’orgoglio

gay pride 2016 paris

La Gay Pride di Parigi

La marcia dell’orgoglio si chiamava inizialmente chiamata Gay Pride, poi Lesbian & Gay Pride, LGBT Pride  e alla fine ha preso il nome di Pride o marcia dell’orgoglio.
Si tratta di una manifestazione che promuove la libertà e l’uguaglianza per tutti gli orientamenti sessuali e identità di genere (etero, lesbiche, gay, bi, trans).
La marcia è caratterizzata da una coloratissima ed eterogenea sfilata di partecipanti che mostrano senza alcun complesso il loro gusto sessuale.
Questa manifestazione si svolge nella maggior parte delle città del mondo, tutti gli anni, durante i mesi di maggio e giugno, per ricordare gli scontri di Stonewall che avvenero nella Christopher Street a New York .
Il 28 giugno 1969, un gruppo di lesbiche, gay e transessuali si ribellarono contro le forze dell’ordine che avevano fatto irruzione allo Stonewall Inn, un bar gay di New York, e una dura lotta, durata ben tre giorni, si scatenò tra la polizia e gli omosessuali.
Da quel giorno, gli scontri di Stonewall vengono considerati come il punto di partenza delle rivendicazioni egualitarie degli omosessuali.

Brenda Howard, conosciuta come la “madre dell’orgoglio”, alla testa del gay liberation front e della gay activists alliance, organizzò una prima commemorazione di quegli eventi a un mese dagli scontri.
Marce commemorative si svolsero anche a San Francisco e Los Angeles.
Col passare degli anni, le marce si sono propagate in tutti i Paesi e sebbene ognuna presenti le sue peculiarità, si ritrova sempre la stessa organizzazione.
In testa al corteo si trovano i personaggi ufficiali: uomini politici della regione, gli organizzatori della manifestazione e le associazioni.
Dietro questa prima rappresentanza del corteo si dispongono la maggior parte dei manifestanti riuniti attorno a colorati carri-camion dotati di potenti sistemi d’amplificazione che diffondono in prevalenza musica elettronica e house music.

La prossima gay pride di Parigi avrà luogo sabato 25 giugno 2016.

Per informazioni:
www.gaypride.fr

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Loi El Khomri: la protesta continua!

loi travail manif

Le proteste contro la Loi El Khomri

Il popolo francese si prepara per la grande manifestazione nazionale di domani, martedì 14 giugno, per protestare contro il progetto di legge El Khomri che vuole cambiare radicalmente la legge sul lavoro.
Il leader del sindacato CGT, Philippe Martinez, prevede una partecipazione massiccia a Parigi, dove il corteo di protesta partirà alle 13:00 da Place d’Italie in direzione degli Invalides.
L’estenuante braccio di ferro tra governo e sindacati è entrato in una pericolosa impasse che sta paralizzando il Paese: gli scioperi si susseguono, dai trasporti alla nettezza urbana, la tensione sale e le manifestazioni si moltiplicano.
L’amara pillola del Job Act, passata senza troppi problemi nell’Italia di Renzi, non viene digerita dai cugini francesi che rifiutano di accettare la precarizzazione del lavoro.
La legge El Khomri si ispira dichiaratamente al Job Act italiano che ha falciato, nel marzo 2015, l’articolo 18 che consentiva il reintegro dell’impiegato in caso di licenziamento abusivo, aumentando la flessibilità delle condizioni lavorative e la precarietà dei contratti.
A differenza degli italiani, i francesi non accettano la svalorizzazione dei diritti dei lavoratori e, in risposta al governo, protestano, manifestano e bloccano il sistema sociale per esprimere il proprio malcontento.

Il governo ha risposto con fermezza ai manifestanti indicando l’intenzione di non ritirare o modificare la legge El-Khomri e di farla passare, in modo forzato, utilizzando il dispositivo 49-3.
L’articolo 49-3 della Costituzione, l’arma fatale del governo, permette al Primo Ministro di approvare un progetto di legge sotto la propria responsabilità.
Il disegno di legge viene considerato adottato a meno che una mozione di censura, presentata nelle 24 ore seguenti, venga votata dall’Assemblea Nazionale.
Questa impopolare decisione, che ha bloccato il dialogo sociale, ha gettato nuova benzina sul fuoco determinando l’inasprimento delle tensioni sociali e il moltiplicarsi degli scioperi delle mobilitazioni di massa.
La rabbia della gente è palpabile come ha dimostrato l’arrivo concitato del Ministro dell’Economia, la settimana scorsa, alla posta di Montreuil, dove si era recato per celebrare un francobollo commemorativo dell’ottantesimo anniversario del Fronte Popolare.
Emmanuel Macron è stato accolto da slogan ostili, urla, fischi e lanci di uova da un gruppo di sindacalisti della CGT ed esponenti del PCF, oppositori della legge El Khomri.

Perché il governo non vuole assolutamente fare marcia-indietro davanti alle manifestazioni e alle rivendicazioni del popolo?
Per quale motivo Valls e Hollande rifiutano ogni forma di dialogo con gli antagonisti sociali e, di fronte a un Paese indebolito dagli scioperi e dalle tensioni, continuano verso una direzione suicidaria?
Come mai un governo di sinistra assume questa attitudine autoritaria nei confronti della gente che lo ha votato?
La riforma del lavoro francese, come il Job Act italiano, non è altro che l’applicazione della volontà della Commissione Europea di imporre ai suoi membri misure di austerità e riforme coercitive: il governo francese chiede al suo popolo di versare quelle famose lacrime e sangue che il ministro Fornero, versando patetiche lacrime di coccodrillo, chiese a noi italiani durante il governo-fantoccio Monti.
I governi si vedono depauperati e svuotati della loro sovranità nazionale che viene rimpiazzata da poteri superiori e da bieche logiche capitalistiche.
Le politiche nazionali vengono progressivamente sostituite dai dictat dettati dalle istituzioni europee e dalla globalizzazione finanziaria che avanza come una macchina da guerra.
Solo il popolo unito, dotato d’una solida coscienza di classe e guidato dalla volontà di resistere e salvaguardare la propria identità e i propri diritti, può arrestare questa pericolosa avanzata.
L’opposizione dell’Italia si è rivelata molto debole e le riforme piovute dall’alto sono state adottate: il Job Act è passato, l’articolo 18 scomparso e i diritti dei lavoratori calpestati e umiliati.
Il popolo francese si mostra più coeso, solidale, unito e battagliero.
Riuscirà a resistere?

Homo homini lupus est

Gli scontri tra polizia e manifestanti a Roma

Ci risiamo. A poco più di un anno dalla manifestazione degli indignati italiani degenerata nella furia cieca dei Black Block, Roma è stata messa nuovamente a ferro e fuoco.
La capitale ha fatto da scenario a duri scontri tra manifestanti e forze dell’ordine nell’ambito del primo sciopero transnazionale contro l’austerity e da stamattina le televisioni e i giornali fanno a gara per mostrare gli scatti che dimostrano la violenza dei partecipanti.
Come troppo spesso avviene nel nostro Paese, ci si trova a parlare di cortei e manifestazioni solamente in occasione di episodi di violenza.
La maggior parte delle volte le proteste pacifiche di studenti, NO TAV, noglobal, disoccupati, sindacati e lavoratori passano in secondo piano per lasciare posto a notizie più frivole che dipingono l’immagine di una nazione che, tutto sommato, non sta così male.
Gli obiettivi dei fotografi e dei cameraman delle principali testate italiane si accendono alla vista del sangue e si eccitano davanti a un poliziotto che prende a manganellate uno studente inerme.
Sarebbe opportuno che la stampa nazionale iniziasse a raccontare la vera realtà che l’Italia sta conoscendo in questo periodo di tragica crisi e che osservasse criticamente il clima che si respira attualmente nelle piazze di mezza Europa.
Stamattina, accendendo la televisione, ho osservato con sdegno una squallida mistificazione degli eventi e l’ennesimo tentativo di far passare per manifestazioni violente le proteste spontanee e pacifiche di tantissime persone scese in piazza per gridare la propria rabbia.
A parte qualche voce fuori dal coro, i principali esponenti politici italiani inneggiano alla necessità di stringere la cinghia e accettare i sacrifici necessari per uscire fuori dalla crisi e accontentare la BCE, la Merkel e la comunità europea.
La realtà racconta, invece, una popolazione europea stanca di una politica di austerità meschina che sta strozzando il lavoro e che sta tagliando le gambe a milioni di giovani senza nessuna colpa.

Dopo l’abdicazione di Berlusconi il 12 novembre 2011 e la nomina di Mario Monti a capo del governo tecnico, era grande la speranza degli italiani nei confronti di una nuova compagine politica che avrebbe dovuto aprire una pagina rosea nella storia italiana.
Purtroppo quella pagina positiva bisogna ancora scriverla e l’Italia è sprofondata in una gattopardesca situazione di stagnazione in cui “tutto cambia affinchè nulla cambi”.
Da quando Mario Monti è divenuto il capo del governo italiano, l’Italia ha senza dubbio riacquistato quel rispetto e quella reputazione internazionale che erano stati gravemente compromessi: sono scomparse le barzellette di Berlusconi, le feste boccaccesche a palazzo Grazioli e Sarkozy e la Merkel non ridono più di noi.
A eccezione di questa riconquista di una fragile patina di rispettabilità, la crisi italiana non è migliorata minimamente.
La situazione è forse peggiorata per gli italiani perchè il nuovo governo ha scelto di trovare i fondi per rispondere alle avide richieste dell’insaziabile BCE mettendo le mani nelle tasche più facilmente raggiungibili, quelle delle classi medio-basse della popolazione.
Il vocabolario quotidiano degli italiani ha iniziato a traboccare di termini finanziari e tributari: spread, tasse, imposte, IMU, differenziale, crisi economica.
Non sarebbe più giusto mettere in atto una patrimoniale e chiedere maggiori sacrifici a chi ha più soldi e i sacrifici li può affrontare?
Certo, mi rendo conto che questa si chiama utopia, comunismo, pazzia: chiedere a un gruppo di politici e tecnici appartenenti a una casta dorata di attaccare e tassare quello stesso mondo dal quale provengono e che li sostiene.
Una proposta paradossale che rasenta l’assurdità del chiedere a un parlamento popolato da politici indagati, sospettati, corrotti e condannati di votare un decreto legge anti-corruzione.
In buona sostanza il governo italiano e i governi europei chiedono a noi cittadini di pagare e sorridere, accettare con benevolenza i sacrifici richiesti e, in più, non essere troppo choosy (schizzinosi) altrimenti la Fornero si mette a piangere.
Se proviamo a ribellarci, alziamo la voce e gridiamo la nostra rabbia contro questa politica di austerità che sta spezzando le gambe a un’intera generazione, se scendiamo nelle piazze a sfilare e manifestare contro il fallimentare sistema europeo, se blocchiamo le città e rifiutiamo di accettare l’amara pillola che il governo vuole obbligarci a inghiottire, riceviamo in cambio violente manganellate dalla polizia di Stato.

Il leader del movimento cinque stelle, Beppe Grillo, ha preso posizione riguardo gli scontri di ieri e, rispolverando suggestioni Pasoliniane, ha provocatoriamente invitato i poliziotti a passare dalla parte dei manifestanti per cambiare questo sistema marcio.
Naturalmente le parole di Grillo sono state utilizzate demagogicamente contro la mente del partito politico in forte ascesa in Italia e le sue parole sono state travisate dai principali mass media.
In realtà Grillo, come Pasolini che parlò di “proletari in uniforme”, afferma una verità sacrosanta e sotto gli occhi di tutti: basterebbe che le forze dell’ordine riflettessero pochi istanti su chi ha ragione e chi ha torto anzichè picchiare ciecamente e indistintamente chi protesta.
Se le squadre di picchiatori specializzati inviate dalla polizia per sedare gli scontri di piazza considerassero le ragioni di chi sta manifestando, potrebbero prendere coscienza che gli stessi problemi e le stesse pene sociali li accomunano con i manifestanti.
Studenti, disoccupati, lavoratori, poliziotti, carabinieri hanno un nemico comune che si personifica nella parola austerity, una supposta amara che i nostri padroni vogliono farci ingiustamente assumere.
Tuttavia al posto di combattere fianco a fianco per i nostri diritti e la nostra dignità, ci troviamo uno contro l’altro in una assurda guerra tra poveri.
E già successo in occasione di numerose manifestazioni degli anni 60, è successo durante il G8 di Genova dove la palestra della scuola Diaz ha testimoniato un orribile massacro di manifestanti pacifici da parte della polizia italiana, succederà ancora…
Homo homini lupus est (l’uomo è un lupo per gli altri uomini) diceva il filosofo inglese Thomas Hobbes ovvero l’uomo rappresenta il peggior nemico per i suoi simili.
Ricordo ancora in occasione di una recente manifestazione NO TAV, in Val di Susa, il caso di un ragazzo che aveva sfidato e insultato un poliziotto chiamandolo pecorella.
Quel ragazzo si chiama Marco Bruno e dopo aver riflettuto al suo gesto e alle parole pronunciate si è scusato pubblicamente con la polizia italiana.
So che è un desiderio utopico ma sarebbe davvero un sogno se anche la polizia si fermasse un istante a pensare alle proprie azioni e si schierasse con gli studenti, i disoccupati, i sindacati, i lavoratori e che unisse il proprio grido di rivolta a quello di chi vive nelle sue stesse fragili condizioni.

Queste le parole di Grillo:

“Polizia, chi stai difendendo? Chi è colui che colpisci a terra? Un ragazzo, uno studente, un operaio? E’ quello il tuo compito? Ne sei certo? Non ti ho mai visto colpire un politico corrotto, un mafioso, un colluso con la stessa violenza. Ti ho visto invece scortare al supermercato una senatrice o sfrecciare in moto affiancato ad auto blu nel traffico, a protezione di condannati in giacca e cravatta, di cosiddetti onorevoli, dei responsabili dello sfascio sociale che invece di occuparsi dello Stato si trastullano con la nuova legge elettorale per salvarsi il culo e passano le serate nei talk show. Di improbabili leader a cui non affideresti neppure la gestione di un condominio che partecipano a grotteschi confronti televisivi per le primarie. Loro “non tengono” vergogna, tu forse sì.
Lo spero. Soldato blu, tu hai il dovere di proteggere i cittadini, non il Potere. Non puoi farlo a qualunque costo, non scagliando il manganello sulla testa di un ragazzino o di un padre di famiglia. Non con fumogeni ad altezza d’uomo. Chi ti paga è colui che protesta, e paga anche coloro che ti ordinano di caricarlo. Paga per tutti, animale da macello che nessuno considera e la cui protesta, ultimo atto di disobbedienza civile, scatena una repressione esagerata. Soldato blu, ci hanno messi uno contro l’altro, non lo capisci? I nostri ragazzi non hanno più alcuna speranza, dovranno emigrare o fare i polli di allevamento in un call center. Tu che hai spesso la loro età e difendi la tua posizione sotto pagata dovresti saperlo. E’ una guerra, non ancora dichiarata, tra le giovani generazioni, una in divisa e una in maglietta, mentre i responsabili stanno a guardare sorseggiando il tè, carichi di mega pensioni, prebende, gettoni di presenza, benefit. Soldato blu non ti senti preso per i fondelli a difendere l’indifendibile, a non schierarti con i cittadini? Togliti il casco e abbraccia chi protesta, cammina al suo fianco. E’ un italiano, un’italiana come te, è tuo fratello. è tua sorella, qualche volta, come ieri per gli operai del Sulcis, un padre che ha sputato sangue per farti studiare. Sarà un atto rivoluzionario”.

Femen: orgoglio femminile

Femen: orgoglio femminile

Da quando il gruppo Femen ha scelto Parigi come quartiere generale, le giovani femministe della capitale francese hanno ritrovato coraggio.
Nato in Ucraina nel 2008, il gruppo femminista ha organizzato manifestazioni di protesta in quasi tutta Europa per rivendicare la dignità delle donne e denunciare i soprusi subiti dal sesso debole.
Gli interventi delle Femen non passano mai inosservati visto che le attiviste del movimento si presentano in topless ai sit-in di protesta: col seno al vento e qualche cartellone che indica le ragioni della mobilitazione, le giovani militanti invadono un luogo pubblico provocando le reazioni del pubblico e l’immancabile intervento della polizia.

Le Femen hanno scelto la capitale francese per trovare nuove reclute da arruolare tra le fila del movimento.
Guidate da Inna Shevchenko, queste paladine dei diritti delle donne si sono stabilite al primo piano del Lavoir moderne, nel XVIII arrondissement, per preparare le matricole e istruirle a questa forma di femminismo moderno.
Nella loro sede parigina le Femen insegnano alle aspiranti femministe come scandire gli slogan di protesta, difendersi dagli attacchi degli uomini e togliersi la maglietta in segno di protesta.
Le azioni simboliche di questo gruppo di sufffragettes dei tempi moderni cominciano a moltiplicarsi nella regione parigina.
L’ultima manifestazione in ordine di trempo ha avuto luogo a Gonesse dove le Femen, al grido di Nudism is freedom, hanno tolto la maglietta per manifestare il loro sdegno contro la società IKEA, colpevole di aver cancellato dai propri cataloghi in Arabia Saudita tutte le figure femminili.

Il bacio di Marsiglia

Il bacio di Marsiglia

Cosa c’è più bello di un bacio?
Cosa scatena una carica emotiva più coinvolgente di quell’intenso scambio di feromoni che ci trattiene avvinghiati alla persona amata?
Alcuni baci, ritratti da fotografi o immortalati da altri artisti, fanno oramai parte dell’immaginario collettivo e materializzano in maniera vivida quell’ideale romantico capace di far vibrare gli animi più sensibili.
Si pensi al celebre bacio dell’Hotel de Ville di Parigi immortalato dal fotografo Doisneau, il bacio di Klimt che raffigura due innamorati avvolti da una coperta multicromatica, il bacio etereo tra Amore e Psiche (famosa statua di Canova esposta al museo del Louvre) o ancora il bacio romantico tra Clark Gable e Vivien Leigh in Via col Vento.
Oltre a manifestare un tenero sussulto del cuore, un bacio può anche trasformarsi in un simbolo di protesta se viene contestualizzato nella situazione adatta.
E’ quanto è successo recentemente in Francia e più precisamente a Marsiglia, dove la fotografia di un bacio, scattata durante una manifestazione, è rapidamente divenuta il manifesto di un movimento di protesta caricandosi di un forte valore simbolico e mediatico.

La manifestazione era quella organizzata il 23 ottobre scorso dal movimento cattolico Alliance Vita per protestare contro il matrimonio gay e la concessione delle adozioni alle coppie omosessuali, che il governo Hollande si appresta a legalizzare in Francia, e il bacio contestatario ha visto come protagoniste Julia e Auriane, una coppia che non ha resistito alla voglia di scambiarsi dolci effusioni in pubblico.
Le due ragazze hanno dichiarato di non essere state al corrente della manifestazione in corso e che, passando dalla zona in cui si svolgeva il corteo, hanno voluto baciarsi per manifestare simbolicamente il proprio diritto di amarsi liberamente.
La foto, scattata per caso da Gérard Julien che si trovava al posto giusto al momento giusto, è foriera di significati forti ed è stata adottata dal movimento LGBT come vivido manifesto delle proprie rivendicazioni.
Lo scatto che immortala le due ragazze mentre si baciano appassionatamente scatenando lo sdegno bigotto dei manifestanti è un significativo affresco sociale che riassume sentimenti antitetici ed emozioni contrastanti.
E voi con chi state? Con Julia e Auriane che hanno osato sfidare la composta morale dei manifestanti o con il corteo che protestava contro il progetto di legge del governo Hollande che estenderà il matrimonio e la possibilità di adottare anche agli omosessuali?

I black block distruggono Roma

Roma a ferro e fuoco

Viste con gli occhi di un italiano all’estero, le immagini degli scontri avvenuti durante la manifestazione di sabato 15 ottobre a Roma facevano uno strano effetto: Roma trasformata in una città in piena guerra civile.
Migliaia di delinquenti mascherati e incappucciati hanno messo a ferro e fuoco la capitale spaccando e distruggendo tutto ciò che si sono trovati davanti.
Alla fine della giornata di scontri tra black block e forze dell’ordine, Piazza San Giovanni in Laterano era irriconoscibile: auto incendiate, panchine divelte, vetrine distrutte, pezzi di bottiglie, tracce di sangue sui marciapiedi e un’insopportabile atmosfera di desolazione che dominava l’intera città.
Ho osservato attentamente le immagini apocalittiche di quella giornata di follia che era cominciata con un corteo pacifico ed è terminata con arresti, feriti e devastazioni.
La violenza e l’orrore di quelle immagini che sono state diffuse dalle televisioni di tutto il mondo hanno inesorabilmente offuscato le ragioni della protesta e il vero motivo per cui tutta quella gente si era riunita per manifestare.
Le scene che immortalano gruppi di teppisti vestiti di nero mentre sfondano le vetrine delle banche hanno insabbiato e nascosto la stragrande maggioranza di manifestanti pacifici scesi in piazza per gridare il loro sdegno.
Quella che doveva essere la giornata degli indignati italiani, nell’ambito della manifestazione mondiale “Day of Rage“, è degenerata in una sanguinosa battaglia urbana sedata con idranti e lacrimogeni sulla folla.
Gli atti brutali e violenti dei circa 500 black block hanno gettato un’ombra sui migliaia di studenti, lavoratori precari, disoccupati, pensionati e semplici cittadini giunti a Roma per gridare la loro rabbia contro i privilegi della casta e la voglia di superare l’impasse governativa nella quale il nostro Paese sta sprofondando.

All’indomani degli scontri ognuno ha emesso il proprio giudizio sugli avvenimenti di sabato:
– La destra ha fatto di tutta l’erba un fascio tacciando tutti i manifestanti come una marmaglia di delinquenti rivoltosi che ha messo a repentaglio la democrazia italiana.
I partiti di governo hanno colto al volo quest’occasione per attaccare i centri sociali e gli anarchici promettendo nuove misure coercitive per evitare che ciò riaccada.
– La sinistra si è dichiarata indignata per gli scontri violenti che hanno tristemente caratterizzato la manifestazione.
I partiti d’opposizione hanno attaccato l’impotenza della polizia e il loro immobilismo dovuto anche alla mancanza di mezzi e di fondi da parte delle forze dell’ordine.
– La chiesa e i cattolici sono rimasti inorriditi nel vedere le immagini che immortalavano un manifestante mentre distruggeva una statua della Madonna.

Naturalmente i giornali, i tg e le trasmissioni d’approfondimento politico hanno scandagliato la situazione ponendosi decine d’interrogativi.
Perchè la polizia non è intervenuta per sedare la maggior parte degli atti vandalici dei black block? Perchè non era stato previsto un servizio d’ordine adeguato? Chi sono realmente i black block?  Perchè solamente in Italia il corteo degli indignati è sfociato nella violenza mentre in tutto il resto del mondo le manifestazioni si sono svolte senza alcun problema?
La risposta a quest’ultima domanda è estremamente semplice.
L’Italia vive attulamente una fase storica e politica eccezionale che non ha corrispondenti in nessun altro paese del mondo.
Cosa si pretende che accada in un paese in cui Sallusti può dichiarare tranquillamente in televisione che hanno fatto bene a sparare a Carlo Giuliani?
Cosa mai può succedere in uno Stato in cui i privilegi, le speculazioni, la corruzione e il malgoverno della classe dirigente ha messo in ginocchio un intero Paese?
Cosa ci si aspetta che avvenga in un Paese impelagato da quasi vent’anni nel conflitto d’interesse di una sola persona che crea leggi specifiche per proteggersi e non farsi giudicare dalla legge italiana?
La risposta a queste domande retoriche sono stati gli scontri cruenti durante la manifestazione di sabato.

Dietro le maschere e sotto i caschi dei black block, si nascondo certamente loschi personaggi che spaziano dalle frange fasciste agli ultràs del calcio strumentalizzati da entità che agiscono nell’ombra.
Bisogna riflettere maggiormente sulla violenza che ha invaso le strade di Roma sabato scorso.
E’ stato dato per scontato che il gruppo dei neri che sfasciavano tutto era composto da fascisti, militanti dei centri sociali e anarchici.
In realtà, a mio avviso, tra quei gruppi violenti potevano anche esserci semplici cittadini disperati ed esasperati per la situazione attuale dell’Italia.
E sa la gente si fosse veramente incazzata al punto da non accettare più ciò che fino adesso ha tollerato?
E se la misura fosse colma per il popolo italiano?
Mi piace pensare che i cittadini italiani che credono ancora in questo Paese fossero solamente tra le fila dei manifestanti pacifici e che i black block fossero gli stessi del G8 di Genova e delle manifestazioni contro la TAV in Val di Susa ovvero una massa violenta, priva d’ideali e di ogni caratura sociale, manovrata dall’odio politico.
Mi piace anche ricordare le parole utilizzate da Mario Monicelli, genio del cinema italiano, in una delle sue ultime interviste: Gli intellettuali sono stati vent’anni sotto un pagliaccio che si affacciava dal balcone.
Gli italiani di allora sono come quelli di adesso: gli italiani vogliono qualcuno che pensi per loro.
Ci vuole qualcosa che riscatti questo popolo che sono trecento anni che è schiavo di tutto. Il riscatto è doloroso, esige sacrifici.
L’Italia avrebbe bisogno di quella rivoluzione che tutti i più grandi paesi civili e democratici del mondo, durante la loro storia, hanno avuto.

Peppino Impastato è vivo

peppino

L’alberello d’ulivo divelto

La figura di Peppino Impastato e tutto ció che essa rappresenta continua a dare fastidio a molti.
Se per tanti, soprattutto giovani, Peppino è stato un esempio da seguire che con il suo sacrificio ha saputo insegnare il valore della giustizia e della legalità, per altri è stato solo un poco di buono che non faceva altro che perdere tempo.
Peppino ha sacrificato la sua vita per la lotta alla mafia, si è ribellato alla sua famiglia pur di gridare il suo odio e il suo sdegno contro ogni forma di sopruso e d’ingiustizia.
Se la figura di Peppino, ancora oggi, stenta ad essere accettata e valorizzata al Sud dove ha vissuto e lottato, nel Nord padano trova tutte le porte sbarrate perchè per un paladino “terrone” della giustizia e dell’antimafia non c’è posto.
E così, il mese scorso, il nuovo sindaco leghista del piccolo comune di Ponteranica, Cristiano Aldegani, ha fatto rimuovere la targa voluta un anno e mezzo fa dal suo predecessore di centrosinistra che aveva dedicato la biblioteca civica al giovane siciliano ucciso dalla mafia nel 1978.
Un’iniziativa motivata dalla volontà e dal desiderio di rendere omaggio a personalità locali e nella fattispecie a tale Padre Baggi.

Dunque via il nome di Peppino dalla biblioteca per far posto a quello del prete locale.
Tuttavia il suddetto sacerdote è morto nove anni fa e per dedicargli la biblioteca, bisogna aspettare che trascorrano dieci anni.
La targa dedicata a Peppino, dunque, sarebbe potuta rimanere fino al maggio prossimo ma il sindaco leghista ha voluto rimuoverla per rimpiazzarla con la scritta “biblioteca di Ponteranica”.
Un’affollatissima manifestazione è stata organizzata il 26 Settembre: un corteo coloratissimo e pacifico ha sfilato per le vie della cittadina bergamasca per dare un segnale al sindaco e per cercare di sensibilizzare la gente del luogo.
Più di settemila persone hanno portato in giro per il paese una gigantografia della targa dedicata a Peppino.
La manifestazione può benissimo essere riassunta dalle parole di Giovanni Impastato, fratello di Peppino: “Non siamo qui per il provvedimento di un sindaco. Qui c’è un disegno ben chiaro che va da Bossi a Berlusconi, un disegno che vuole cancellare la memoria. Risvegliamo le nostre coscienze”.
Per meglio ratificare il loro disprezzo verso questo martire terrone, l’allegra combriccola leghista ha avuto l’infelice idea di sradicare l’albero d’ulivo che era stato piantato in onore di Peppino lasciando accanto la frase “Me che ole u pagher” (Io qui voglio un pino), come per dire “Tenetevelo voi il vostro Peppino, che qui in Padania non c’e’ posto per lui”.

Quell’albero spezzato, purtroppo, dovrebbe fare riflettere molta gente.