Una storia parigina – VI

L'incontro

L’incontro

Era una tranquilla mattinata di maggio e Simone, a bordo del battello, stava descrivendo ai turisti i monumenti che scorrevano sotto ai loro occhi.
L’imbarcazione navigava nei pressi del museo d’Orsay, che ospita le opere dei più grandi pittori impressionisti, e la giovane guida raccontava come l’edificio fosse stato trasformato da stazione ferroviaria in spazio museale; parlava delle opere di Van Gogh custodite nel museo e si stava dilungando sul drammatico episodio in cui il pittore olandese, durante una lite con l’amico Gauguin, si era tagliato il lobo di un orecchio.
Ad un certo punto il suo racconto si era inceppato diventando lacunoso e incerto. I suoi occhi avevano incontrato uno sguardo intenso e sensuale che lo fissava insistentemente e sembrava non interessarsi affatto alla facciata del museo d’Orsay.
Il trentenne siciliano non aveva mai dimenticato le raccomandazioni di Gennaro in materia amorosa: aveva resistito alle tentazioni, evitato ogni possibile malinteso o sguardo ambiguo e mantenuto sempre una certa distanza con i passeggeri.
I consigli della guida napoletana che riecheggiavano nella sua testa e tutti i buoni propositi che si era imposto durante i primi mesi di lavoro, non bastarono a fermare la voglia di sprofondare nel verde misterioso di quello sguardo ammaliante.
Due occhi penetranti lo invitavano a oltrepassare i limiti e abbandonarsi all’inspiegabile desiderio che sentiva crescere dentro di sè.
La ragazza che continuava a fissarlo aveva evidenti origini sudamericane, labbra carnose, capelli lunghi, folti e setosi. Indossava un leggero vestito blu che lasciava intravedere forme generose e una carnagione ambrata.
Monsieur, s’il vous plait. J’ai une question, aveva esclamato una graziosa studentessa con la mano alzata.
Simone non aveva sentito la vocina flebile che cercava di strapparlo dal viaggio onirico intrapreso all’interno di quel paio di enigmatici occhi verdi.
La studentessa aveva ripetuto per la terza volta la sua richiesta e aveva progressivamente aumentato il tono della voce.
La guida fu immediatamente risucchiata dalla realtà e si rivolse verso la giovane che teneva ancora la mano alzata.
– Vous preferez le Louvre ou le musée d’Orsay? Chiese la ragazza.
– Personalmente preferisco il museo d’Orsay. E’ uno spazio più intimo e accogliente. Il Louvre è un bellissimo museo ma, a causa della sua grandezza e dell’eccessiva ricchezza delle collezioni, rischia di ubriacare di arte e cultura il visitatore. Naturalmente è solo la mia opinione.
Distratto dallo sguardo penetrante, Simone si era permesso di esprimere un’opinione personale. Solitamente rispondeva con molta riservatezza a questo tipo di domande affermando che si trattava di una questione di gusto soggettivo.
Il resto della crociera era continuato senza problemi particolari. Il giovane siciliano aveva ritrovato la compostezza e l’autocontrollo che lo contraddistinguevano e proseguito il viaggio con la solita professionalità.
Il battello era arrivato a destinazione e i passeggeri, entusiasti e carichi di ricordi indimenticabili, avevano cominciato a scendere.
Simone si stava occupando dei saluti di rito e stava scherzando con alcuni membri dell’equipaggio, quando una mano sconosciuta si posò sulla sua spalla.
Era la ragazza sudamericana che, prima di andare via, voleva immortalare il ricordo della crociera con una foto.
La guida poliglotta si sistemò la giacca, si stampò in viso il suo più bel sorriso e si mise in posa accanto a lei.
Un flash abbagliante illuminò i volti sorridenti dei due giovani e cristallizzò per sempre quel delicato attimo di tempo.
L’avvenente turista riprese la macchina fotografica, che aveva affidato ad un membro dell’equipaggio incaricato dello scatto, e porse la mano a Simone per salutarlo.
– Grazie per le interessanti informazioni su Parigi. I tuoi racconti hanno reso questa crociera unica, disse la ragazza in un italiano corretto ma segnato da un forte accento spagnolo.
– Ho fatto solo il mio lavoro, rispose la guida stringendole la mano.
– Io mi chiamo Odalys e sono cubana, aggiunse facendo scivolare discretamente un bigliettino nella mano del ragazzo.
Simone ebbe appena il tempo di accorgersi del gesto e di afferrare il biglietto che la cubana si era già allontanata verso l’uscita del battello.
Stupito dall’inaspettata svolta che avevano preso gli eventi,  aveva aperto lentamente il pezzetto di carta piegato in due.
– Vediamoci alle sei al centro Pompidou. Questa era la breve frase che la giovane cubana gli aveva lasciato. Un messaggio chiaro che gli indicava, senza troppi giri di parole, la sua volontà di conoscerlo e di passare del tempo insieme.
Lo sguardo magnetico che lo aveva fissato durante tutta la crociera, si era trasformato in un appuntamento. Simone si sentiva l’uomo più felice del mondo.
Girando ripetutamente il biglietto tra le dita, si accorse di un altro messaggio scritto sul retro del foglio.
– Vieni puntuale. Ti mostrerò il mio marciapiede.
Il siciliano rilesse più volte il secondo messaggio, scoperto quasi per caso, e si chiese cosa volesse dire.
La parola marciapiede lo disturbava e aveva riassorbito una buona parte del suo entusiasmo iniziale.
Le ipotesi più improbabili cominciarono ad affiorare nella mente del trentenne. Pensò a uno scherzo dei suoi colleghi o a una squillo venuta a cercare potenziali clienti a bordo del battello.
Dopo una breve riflessione, aveva scartato entrambe le ipotesi: non aveva un tale grado d’intimità con i colleghi per un simile scherzo e la ragazza non aveva per niente l’aspetto di una squillo.
Scacciando dalla testa i cattivi pensieri, decise che si sarebbe recato all’appuntamento e si convinse che il termine “marciapiede” era frutto di un malinteso. La cubana, che pur parlava un ottimo italiano, aveva sicuramente scambiato un termine per un altro ed era incappata in un infelice errore semantico.

Simone concluse il suo turno alle quattro e, appena sceso dal battello, si mise a correre all’impazzata, schivando turisti e passanti, in direzione del suo appartamento.
Eccitato dall’imminente appuntamento e intenzionato ad arrivare puntuale, aveva cominciato a spogliarsi durante la corsa forsennata.
Aveva disfatto il nodo della cravatta davanti la Sainte Chapelle e giunto sul portone di casa si era ritrovato con la camicia sbottonata senza neanche accorgersene.
Penetrato nel suo piccolo monolocale aveva disseminato i pezzi dell’uniforme su tutta la modesta superficie della stanza: la giacca era volata sul divano, la camicia sopra il tavolo e il cappello era atterrato sul televisore.
Si era infilato immediatamente sotto la doccia e ne era uscito rigenerato.
Indossò rapidamente un jeans e scelse con cura una camicia tra le tante custodite nell’armadietto IKEA posto accanto al letto.
Prima di uscire, gettò un ultimo sguardo allo specchio e si diede una sistemata ai capelli abbassando un paio di ciuffi ribelli.
Impegnato nella ricerca di lavoro prima e nel nuovo ruolo di guida dopo, Simone aveva sprangato la porta del cuore e da oltre un anno la solitudine era diventata la sua sola compagna.
L’ultima storia d’amore si era conclusa drasticamente lasciandogli in bocca il sapore amaro della delusione e l’attesa di quell’incontro imminente riempiva il suo cuore ferito di una nuova speranza.
Il siciliano, gasato e carico d’emozione, scese in strada e imboccò la rue de Rivoli in direzione del famoso museo d’arte contemporanea.
All’altezza dell’Hotel de Ville, prese la rue du Renard e vide comparire l’inconfondibile silhouette del Centro Pompidou, caratterizzata da enormi tubi variopinti.
Simone calpestò il sagrato della chiesa Saint Merri e raggiunse la policromatica fontana Stravinsky realizzata in onore del compositore russo.
La fretta e l’eccitazione lo avevano fatto arrivare con un quarto d’ora di anticipo e, per ingannare l’attesa, si era seduto sui gradini della fontana a osservare le sculture meccaniche: strani robot d’alluminio, dipinti con colori vivaci, che si muovono grazie ai getti della fontana per ricordare la carriera del celebre musicista russo.
Il ragazzo si era lasciato trasportare dal suono rilassante dell’acqua, dal movimento delle statue e dalle grida gioiose dei bambini dimenticando per qualche istante il motivo per cui si trovava in quel posto.
Il suo pensiero era tornato repentinamente allo sguardo magnetico della ragazza cubana e, riflettendo sul fatto che tutto sembrava troppo perfetto, aveva ripreso il biglietto dal taschino della camicia.
Osservò attentamente la parola “marciapiede”, scritta con una bella grafia e cercò ancora una volta di darsi una spiegazione sensata. Non ci riuscì e, in preda a mille dubbi, decise di aspettare senza porsi altre domande.
– Adesso ti ci porto sul marciapiede. Un poco di pazienza, disse una voce dietro di lui.
Era la misteriosa turista che lo aveva scovato tra la folla e lo aveva scoperto con il biglietto in mano.
– Ciao Odalys, disse Simone colto alla sprovvista.
– Stai ancora rileggendo il mio messaggio?
– No. Lo tenevo tra le mani aspettandoti e ripensavo all’errore che hai commesso.
– Quale errore?
– La parola che hai utilizzato. Sicuramente ti volevi riferire a qualcos’altro e hai impiegato il termine sbagliato, argomentò il siciliano.
–  Sei tu che ti sbagli. Ho studiato italiano tutta la vita e difficilmente commetto simili errori.
– Ah…quindi intendevi proprio un marciapiede, aggiunse Simone con un tono di voce chiaramente turbato.
– Certo. Ci andremo tra poco. Prima beviamo qualcosa se per te va bene.
– D’accordo, rispose il ragazzo seguendo la bella sudamericana che si dirigeva verso il vicino Café Beaubourg.
I due si sedettero in uno dei tavolini esterni per approfittare della veduta sulla facciata del museo e sul porticato animato da molti artisti di strada.
Ordinarono un mojito e una caipirinha e rimasero qualche istante a fissare il panorama urbano.
Mimi, disegnatori, caricaturisti, giocolieri e illusionisti si danno quotidianamente appuntamento in questa piazza per divertire i turisti che giungono da tutto il mondo per vedere una delle istituzioni culturali più visitate di tutta la Francia.
Voluto dal presidente Georges Pompidou, il museo è diventato oggi un tempio della cultura contemporanea e ospita puntualmente esposizioni temporanee, proiezioni cinematografiche e spettacoli.
– Sai che lo ha fatto un architetto italiano chiamato Renzo Piano? Disse Simone per rompere il ghiaccio.
– Si. Adoro il suo stile, rispose Odalys sorseggiando il cocktail a base di cachaça e limone verde. Io abito qui vicino e passo davanti al museo quasi ogni giorno.
– E’ per questo che mi hai dato appuntamento qui?
– Proprio così. E’ comodo per me e poi è un posto simpatico per bere un bicchiere insieme.
– Hai proprio ragione, rispose Simone abbracciando con lo sguardo l’atmosfera festiva che dominava la piazza.
– Volevo dirti che non ho mai fatto con nessuno quello che ho fatto oggi con te. Non ho mai lasciato un biglietto nella mano di uno sconosciuto per abbordarlo. Ma la voglia di conoscerti è stata più forte della mia timidezza, disse la cubana arrossendo.
– Allora posso ritenermi onorato di essere il primo sconosciuto della tua vita!
– Non volevo che tutto terminasse alla fine della crociera. Ti ringrazio di essere venuto.
– Ti assicuro che non deluderò le tue aspettative, rispose Simone con un espressione compiaciuta.
L’italiano e la cubana rimasero a lungo a discutere delle rispettive vite. Simone riassunse brevemente gli eventi che dalla Sicilia natale lo avevano portato a Parigi e raccontò come avesse trovato il lavoro di guida. Poi lasciò parlare la ragazza.
Odalys raccontò il suo arrivo nella capitale francese una decina di anni prima e spiegò i vincoli e le restrizioni che gli abitanti di Cuba devono rispettare.
Lei faceva parte dei pochi fortunati che avevano potuto viaggiare e lasciare i limiti territoriali. Sfruttando il fatto che i suoi genitori abitavano a Parigi, aveva ottenuto un visto familiare e si era trasferita nella ville lumière che tanto aveva idealizzato durante l’infanzia.
La vita a Parigi le piaceva, ma dalle sue parole traspariva una chiara nostalgia per la sua terra.
I suoi occhi si erano riempiti di malinconia ripensando ai paesaggi caraibici che si era lasciata alle spalle e la voce si era spezzata per l’emozione.
La giovane cubana bevve il fondo di bicchiere che ancora le rimaneva e si alzò di scatto.
– Adesso è tempo di andare. Mi accompagni al famoso marciapiede?
– Certo. Rispose Simone che, disinibito dall’alcool del mojito, azzardò una domanda che gli frullava in testa da molto tempo. Ma in questo marciapiede cosa ci fai?
– Ci ballo naturalmente, aveva risposto Odalys fissandolo dritto negli occhi. Io adoro ballare!
_____________
La VII puntata tra cinque giorni…

Annunci

Una storia parigina – V

I primi tours

I primi tours

La settimana di formazione in compagnia di Gennaro era trascorsa rapidamente e l’ultimo giorno Simone si presentò davanti alla guida napoletana con una scatola di macarons in mano.
La sera prima si era recato nella pasticceria Ladurée, sulla rue Royale, e aveva acquistato un assortimento dei famosi dolcetti di mandorle farciti di creme dai gusti più insoliti.
– Ma che mi hai portato, i macarons? Da un siciliano mi aspettavo una bella arancina con la carne! Disse Gennaro con la solita simpatia spensierata.
– Trovare un’arancina a Parigi non è semplicissimo e, se la trovi, la qualità è pessima e la devi pagare una fortuna!
– Stavo scherzando Simò! Adoro i macarons, ma non ti dovevi disturbare.
– Volevo solamente ringraziarti per la pazienza che hai avuto nei miei confronti. Il tuo impegno e i tuoi consigli mi hanno permesso di imparare il mestiere di guida e adesso mi sento in grado di lavorare autonomamente.
– E’ stato un piacere. Almeno avrò la certezza che il battello sarà in buone mani e che i turisti non rimpiangeranno il sottoscritto. Sei il mio degno successore.
– Grazie di cuore.
– Piano con i ringraziamenti, guagliò! La tua formazione non è ancora terminata. Devi affrontare quest’ultima giornata.
– Certo. Hai previsto qualcosa di particolare per oggi?
– Proprio così. Oggi, per la prima volta, sarai tu la guida del battello. Io mi siederò in prima fila insieme ai turisti e ascolterò i tuoi interessanti aneddoti su Parigi. Dovrai occuparti di accogliere i passeggeri, rispondere alle loro domande, verificare le misure di sicurezza e tutto ciò che ti ho spiegato durante la formazione.
– Va bene, disse Simone cercando di mascherare l’inquietudine crescente.
– Hai la stoffa per diventare un’ottima guida. Devi solo avere fiducia in te stesso e ricordare i consigli che ti ho dato, lo rincuorò Gennaro.
Erano da poco passate le dieci del mattino e il siciliano disponeva di una quarantina di minuti per fare mente locale delle informazioni apprese durante l’intensa settimana di formazione.
Poi il suo primo tour da guida sarebbe cominciato e la sola idea di non avere a fianco il suo collega napoletano gli faceva battere il cuore all’impazzata.
Fino a quel momento la fase d’apprendimento era avanzata senza troppi problemi tra pagine di storia dell’arte, nodi scorsoi e tecniche di navigazione.
Adesso era giunto il momento di passare dalla teoria alla pratica.
Gennaro si avvicinò al suo allievo e con un gesto deciso gli sistemò il colletto della camicia.
– Tieni il petto in fuori e scandisci bene le parole. Se hai un vuoto di memoria indirizza discretamente lo sguardo verso di me. Cercherò di aiutarti come posso.
– Ok. Per fortuna mi restano ancora dieci minuti per ingannare l’ansia.
– Sei sicuro? Disse la guida esperta mostrandogli la fila che cominciava a prendere forma davanti alla biglietteria.
– Forse non dieci, ma cinque minuti per l’ultima sigaretta prima della mia esecuzione capitale non me li toglie nessuno.
– Ma quale sigaretta? Te l’ho detto il primo giorno che non si fuma in uniforme! Vuoi fare scappare i passeggeri per la puzza?
– Stavo solo scherzando…aspetterò con pazienza che i primi turisti salgano a bordo.
– Così va meglio. Io mi siedo lì, concluse Gennaro indicando la prima fila.
La gente cominciò ad affluire sotto lo sguardo nervoso di Simone: gruppi di giapponesi equipaggiati di sofisticate macchine fotografiche, allegre scolaresche desiderose di godersi una rilassante crociera panoramica, comitive di americani carichi di sacchetti firmati e coppie di innamorati che avanzavano mano nella mano.

Nella sua nuova veste di guida, Simone osservava con curiosità il variegato campionario umano che sfilava davanti ai suoi occhi, una perfetta rappresentazione della diversità culturale dei milioni di turisti che ogni anno visitano Parigi.
Il battello si riempì rapidamente trasformandosi in una multietnica torre di Babele dove le diverse voci dei passeggeri si mescolavano alla poderosa voce di Edith Piaf emessa dalle casse poste agli angoli dell’imbarcazione.
Il capitano stesso aveva selezionato le musiche della crociera e aveva insistito per avere L’hymne à l’amour, uno dei pezzi più conosciuti della celebre cantante francese, come melodia per accogliere i passeggeri a bordo.
Il giovane siciliano aveva fatto accomodare i turisti e aveva spiegato loro le principali misure di sicurezza.
Seguito dall’occhio vigile di Gennaro, Simone aveva ultimato le procedure d’imbarco, e con un gesto aveva comunicato al capitano la sua disponibilità per la partenza.
Nel giro di pochi minuti il battello si era mosso lasciandosi dietro una scia spumosa che disegnava una traiettoria rettilinea sulle acque della Senna.
Il volume della musica si abbassò improvvisamente e, osservando l’inconfondibile profilo della cattedrale di Notre Dame, la guida sentì il cuore scoppiargli nel petto dall’emozione.
Gennaro attirò la sua attenzione con due sonori colpi di tosse e gli fece un occhiolino amichevole per ricordargli che era arrivato il momento di cominciare la presentazione.
Simone deglutì la pozzanghera di saliva che gli si era formata in bocca, impugnò il microfono, si schiarì la voce e cominciò a parlare mascherando abilmente l’emozione.
– Benvenuti a bordo dei Bateaux Parisiens. La crociera durerà circa un’ora e vi permetterà di apprezzare i principali monumenti parigini e di scoprire il fascino del fiume che la divide in rive gauche e rive droite.
La maestosa costruzione che vedete alla vostra sinistra è la cattedrale di Notre Dame, situata sull’Ile de la Cité. Vero e proprio tempio gotico, la chiesa fu costruita nel XII secolo e il suo rosone centrale è uno dei più grandi d’Europa. Napoleone vi fu incoronato imperatore nel 1804.
La guida esperta, seduta in prima fila, ascoltava le spiegazioni dettagliate e si compiaceva della scelta dei termini utilizzati e della chiarezza espositiva con cui le caratteristiche architettoniche e gli aneddoti storici venivano presentati.
Simone era stato un ottimo allievo e adesso svolgeva la sua missione con impegno e professionalità.
Gennaro sorrideva bonariamente ascoltando le spiegazioni in inglese marcate da un forte accento italiano.
In quel momento l’imbarcazione stava passando sotto il Pont Neuf, il ponte più vecchio di Parigi dominato dalla statua equestre di Enrico IV, e la neo-guida stava descrivendone la bellezza.
– Il giardino che vedete sotto il massiccio ponte di pietra è lo square du Vert Galant che durante la stagione estiva fa da contesto ai pic-nic dei parigini e ai baci degli amanti.
E’ uno dei punti strategici per osservare il momento in cui il tramonto infuocato avvolge la capitale francese. Nel 1314 Jacques de Molay, il grande Maestro dell’ordine dei Templari, vi fu bruciato vivo e lanciò la famosa maledizione contro i re di Francia e Papa Clemente V.
Il catanese scandiva con decisione ogni parola e accompagnava con una composta gestualità il racconto degli aneddoti che costellavano la sua narrazione.
– Alla vostra destra potete ammirare Place de la Concorde, la piazza più maestosa della città, che dà accesso agli Champs Elysées e ai giardini delle Tuileries. Anticamente si chiamava Place de la Révolution.
Dopo aver descritto alcune caratteristiche della piazza, Simone aveva effettuato una pausa per permettere ai turisti di scattare qualche foto e preparare mentalmente la descrizione dell’attrazione successiva.
Nel gruppo dei turisti americani si alzò improvvisamente una mano. Era un uomo di bassa statura e con un vistoso cappello che voleva porgere una domanda.
Why Place de la Révolution? Chiese l’uomo.
– Si chiamava così perché durante il periodo rivoluzionario era qui che si trovava la ghigliottina. Guardando la piazza oggi non si direbbe, ma molte teste sono cadute in questo posto. Anche quella di Robespierre.
– Wow! The guillotine was here! Esclamò l’americano. Does it still exist in France? Aggiunse portando il pollice al collo per simulare il gesto della decapitazione.
No. Of course not. Non si usa più la ghigliottina, rispose Simone che, infiammato dal suo fervore politico, avrebbe voluto aggiungere che in Francia, a differenza degli Stati Uniti, la pena di morte era stata abolita da molti anni.
Ma non disse nulla e si limitò a sorridere al suo interlocutore. La giovane guida aveva ancora freschi in testa i consigli del suo formatore napoletano che gli aveva raccomandato di evitare sempre gli argomenti taboo e cioè politica, religione e informazioni personali.
Simone non guardò nemmeno una volta l’orologio e si rese conto che la sua prima esperienza di guida volgeva al termine solamente quando vide apparire, per la seconda volta, la cattedrale di Notre Dame.
Poteva essere fiero di se stesso: aveva fornito informazioni storiche ai passeggeri, risposto alle loro domande, arricchito i suoi racconti con aneddoti insoliti e non aveva chiesto aiuto a Gennaro.
Il battello attraccò lentamente sul quai de Montebello e il ragazzo siciliano, dopo aver scambiato alcuni segnali con l’equipaggio di terra, cominciò a far scendere i turisti.
I passeggeri erano entusiasti di quella crociera e i loro volti sorridenti erano una stupenda manifestazione di soddisfazione.
Il catanese osservava con grande emozione il deflusso dei turisti e raccoglieva amorevolmente i sorrisi e i gesti di stima che gli indirizzavano.
Un giapponese si fermò davanti a Simone e indicando la macchina fotografica gli fece capire che desiderava una foto con lui. Il ragazzo accettò con piacere e pensò che, se il suo volto finiva in Giappone al primo tour, era già un buon inizio.
Scesi a terra gli ultimi turisti, l’attenzione di Simone fu attirata da una sagoma che restava seduta ad aspettare. Era Gennaro che lo attendeva pazientemente per felicitarlo.
– Sei stato magnifico, ragazzo mio. Uno spettacolo! Gli disse il napoletano abbracciandolo.
– Ho avuto un ottimo maestro.
– Beh, adesso il tuo maestro ti lascia e ti augura uno splendido futuro, aggiunse Gennaro indirizzandosi verso la discesa.
– Grazie ancora, amico mio.
– Il mio numero ce l’hai. Fatti sentire ogni tanto. Io sto qui ancora per un mese, poi me ne torno nella mia bella Napoli.
– Allora ti chiamerò per un caffè.
– Ciao guagliò.

Le settimane e i mesi passarono veloci e Simone cominciò ad amare profondamente il suo lavoro. Il vento che gli scorreva tra i capelli lo faceva sentire vivo e le espressioni soddisfatte dei passeggeri lo facevano sentire utile.
Il trentenne siciliano si sentiva perfettamente a suo agio in uniforme e adorava decantare pubblicamente il fascino di quella città che tanto amava.
I consigli di Gennaro erano stati preziosi e gli avevano permesso di svolgere il lavoro di guida con professionalità e serietà.
Aveva evitato di toccare gli argomenti taboo e soprattutto aveva sempre allontanato lo sguardo dalle turiste più affascinanti.
Tutto era proseguito per il meglio fino a quella tiepida mattina di maggio, quando i suoi occhi neri incrociarono uno sguardo verde marino che non smetteva di fissarlo. Come ipnotizzato, si tuffò in quel mare sconfinato in preda ad un’inebriante euforia.
_____________
La VI puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – IV

Un amico inatteso

Un amico inatteso

La radiosveglia posta sul comodino aveva riempito la stanza di ritmi movimentati e contemporaneamente il segnale d’allarme del telefonino era scattato per avvisare Simone che era giunto il momento di svegliarsi.
La sua nuova avventura cominciava oggi. La guida dimissionaria lo aspettava per iniziare la formazione e aiutarlo a integrarsi nell’ambiente lavorativo.
Madame Tivolier gli aveva specificato che si trattava di un italiano e questo dettaglio bastava a rassicurare il catanese di belle speranze che confidava nella solidarietà tra compatrioti all’estero e nella simpatia italiana.
Come ogni mattina sintonizzò la radio sulla stazione preferita, che diffondeva prevalentemente musica pop contemporanea, e bevve frettolosamente un succo di frutta multivitaminico.
Non aveva riposato bene e aveva trascorso buona parte della nottata a cercare la migliore posizione per dormire: l’eccitazione per il nuovo lavoro lo aveva tenuto sveglio fino alle due del mattino.
Una doccia tiepida lo aiutò a scrollarsi di dosso il torpore mattutino e a ritrovare l’energia necessaria per affrontare la giornata.
Scese rapidamente in strada e decise di recarsi sul lungo-Senna a piedi, come aveva fatto il giorno in cui aveva consegnato il curriculum alla compagnia.
Si fermò davanti al bistrot Marguerite e, con una certa scaramanzia, ordinò le stesse cose che aveva scelto quel giorno fortunato: un pain au chocolat e un caffè ristretto.
Il traboccante tazzone di caffè aveva un aroma migliore dell’ultima volta.
Dopo aver pagato il conto, si precipitò fuori dal locale e percorse con grandi falcate gli ultimi metri che lo separavano dalla stazione dei Bateaux Parisiens.

Un ragazzone in uniforme, alto e di bell’aspetto, sostava davanti a un’imponente imbarcazione osservando la gente che passeggiava sulle banchine.
– Sei Simone Puglisi? Chiese il ragazzo continuando a scrutare i volti dei passanti.
– Si sono io. Vengo per il posto di guida di crociera.
– Ti aspettavo! Piacere di conoscerti. Io mi chiamo Gennaro. Sono felice di lasciare il mio lavoro a un italiano. Sono sicuro che ti troverai bene, disse l’uomo in uniforme stringendogli poderosamente la mano.
– Grazie. Il piacere è mio. Mi hanno detto che mi avresti formato al nuovo lavoro, rispose Simone rincuorato dal calore e dalla simpatia del suo connazionale.
– Certamente guagliò! Ti insegnerò tutti i trucchi del mestiere e nel giro di una settimana farò di te la migliore guida di tutta Parigi. I turisti faranno a gara per avere un posto sul tuo battello.
– Grazie Gennaro! Le tue parole mi rincuorano.
Elegante, sveglio, di chiare origini napoletane, anche lui trentenne, gioviale e molto professionale, Gennaro era un condensato di buon umore e allegria. Era proprio il tipo di persona di cui aveva bisogno Simone per ritrovare fiducia in se stesso e cominciare bene il lavoro.
– Con l’uniforme addosso sarai un figurino! Però mi raccomando poca confidenza con le turiste. Alcuni colleghi hanno perso il posto perché preferivano fare gli occhi languidi alle americane piuttosto che parlare dei monumenti. Statt’accort! Se ti beccano ti licenziano in tronco! Spiegò il napoletano accompagnando le frasi con ampi gesti.
Scorgendo lo sguardo terrorizzato di Simone che alla parola licenziamento si era immobilizzato, Gennaro lo rassicurò bonariamente.
– Ehi, tranquillo! Fuori dal battello puoi fare quello che vuoi. L’occhiolino alle turiste lo puoi fare…ma discretamente. Se vuoi un consiglio, lascia che siano loro a fare il primo passo. Eviterai malintesi e non rischierai il posto per un nulla di fatto. Ti assicuro che l’uniforme attira le ragazze come fa il miele con le api.
Simone sorrise e scorse nello sguardo complice del suo formatore i souvenirs delle tante avventure collezionate.
-Adesso basta parlare di femmine! Hai forse accettato l’incarico solo per cercare avventure piccanti?!? E’ un lavoro serio che richiede una buona conoscenza della storia dell’arte e il rispetto di tutta una serie di misure di sicurezza, esclamò il napoletano riprendendo un tono professionale.
– Non sono venuto per cercare l’anima gemella ma per lavorare come guida da crociera, rispose Simone assumendo un’espressione compunta.
– Va bene. Allora siamo d’accordo, replicò Gennaro porgendogli un librone dalla copertina rigida.
– Cos’è? Chiese incuriosito da quel mattone di almeno cinquecento pagine.
– E’ un libro di storia dell’arte che ripercorre la storia della città dalle origini fino ad oggi. Insomma, da Asterix a Sarkozy. Studiatelo bene perché è grazie a quello che guadagnerai la baguette quotidiana!

Simone prese il librone e rimase qualche secondo a contemplare la copertina colorata che riportava una fotografia della facciata principale del Louvre.
L’idea di rimettersi a studiare lo eccitava. Leggeva spesso romanzi e riviste d’attualità ma non apriva un libro per motivi di studio dai tempi dell’università.
Tra i banchi dell’ateneo catanese, si era dimostrato un ottimo studente in grado di ottenere la Laurea con il massimo dei voti e di appassionarsi con buoni risultati a discipline diverse e complesse.
Adesso, però, temeva che le sue capacità d’apprendimento si fossero arrugginite e che il tempo non gli sarebbe bastato per digerire tutte quelle pagine.
– Non ti preoccupare, intervenne Gennaro indovinando i pensieri e i dubbi del siciliano. Questo mattone è pieno di immagini! E poi non devi mica impararlo a memoria o diventare un professore universitario. Devi assimilare le informazioni principali e saperle spiegare ai turisti. E’ facile. Fidati di me: se ce l’ho fatta io, ce la può fare chiunque!
Il sorriso riapparve sulle labbra di Simone che ringraziava il cielo di aver trovato quel simpaticone partenopeo a fargli da istruttore.
– La parte teorica dovrai studiarla da solo, continuò Gennaro. Io ti spiegherò la parte pratica del mestiere: accogliere i passeggeri a bordo, farli scendere in maniera ordinata, le disposizioni particolari per i viaggiatori in sedia a rotelle, le nozioni di primo soccorso, la verifica delle misure di sicurezza e le persone da contattare in caso di urgenza. Ti spiegherò perfino cosa fare in caso di caduta di un passeggero nelle acque della Senna. In sei anni di servizio non mi è mai successo. Ma non si sa mai cosa può accadere a bordo.
Simone ascoltava attentamente le parole della guida esperta e cominciava ad affezionarsi a quel personaggio gioviale che gli avrebbe rivelato i segreti della navigazione.
– Oggi faremo solamente una visita informativa a bordo,  riprese il napoletano invitandolo a seguirlo. Ti parlerò brevemente della storia del battello, ti illustrerò le sue caratteristiche e ti mostrerò le particolarità tecniche dell’imbarcazione. Alcune informazioni non ti serviranno direttamente per il ruolo di guida, ma è sempre meglio conoscere il giocattolo galleggiante che ti porterà a spasso per i prossimi mesi.
– D’accordo, intervenne Simone. Possiamo cominciare la visita e le spiegazioni.
Gennaro accompagnò l’aspirante guida alla scoperta delle varie parti del battello: l’ordinata cabina del capitano con i principali strumenti di navigazione, la polverosa sala macchine, la stiva contenente il materiale tecnico e il pontone.
Gli parlò dei termini marinareschi, gli spiegò l’importanza dei nodi e gli insegnò come realizzarne alcuni, gli argomentò con svariati esempi le differenti andature della barca e le manovre essenziali.
Simone aveva assorbito, come una spugna, tutti i dettagli delle spiegazioni del suo nuovo collega e si sentiva sempre più interessato al ruolo di guida.
– Fermiamoci qui per oggi, disse Gennaro. Troppe informazioni in una sola volta potrebbero confonderti. E poi io me ne vado tra una settimana. Il tempo non ci manca.
– Va bene. Ci vediamo domani alla stessa ora, rispose Simone avviandosi verso la discesa del battello.
– Mi raccomando. Non dimenticare i compiti a casa Simò! Aggiunse la guida napoletana indicando il libro di storia dell’arte poggiato sul bancone.
– Lo imparerò a memoria come se fosse una poesia, concluse Simone infilando il librone nello zaino.
– A domani!
Stanco ma soddisfatto del suo primo giorno da guida apprendista, il giovane siciliano riprese il cammino verso casa e ripensò alle emozionanti novità che avevano travolto la sua vita.
_____________
La V puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – III

Un nuovo inizio

Un nuovo inizio

Seduto sul divano rosso fuoco che troneggiava al centro del suo piccolo appartamento, Simone sfogliava svogliatamente le pagine del Parisien leggendo le ultime novità e scrutando gli annunci di lavoro.
Teneva in mano un evidenziatore giallo per sottolineare le offerte più interessanti che avrebbe contattato successivamente.
Quel giorno, come spesso accadeva, il giornale non si tinse di giallo e gli annunci consultati non suscitarono l’attenzione del giovane in cerca di occupazione.
Disilluso e stanco di cercare invano, accese la televisione e si sintonizzò su TF1 per ascoltare le ultime notizie e cercare di ingannare la mattinata.
La presentatrice aveva appena dato la linea alla collega meteorologa che annunciava con molta enfasi l’arrivo di una nuova perturbazione sulla regione parigina.
Non sarebbe stato il cielo, quindi, a risollevare il morale del trentenne catanese.
Erano appena passate le undici, quando il cellulare di Simone si mise a squillare e a saltellare sul tavolo per via delle vibrazioni.
Allô?
– Buongiorno, parlo con il signor Puglisi? Chiese una voce femminile mai sentita prima.
– Si. Chi parla?
– Sono Madame Tivolier dei Bateaux Parisiens.
Simone rimase in silenzio aspettando il seguito della comunicazione.
Sono la responsabile delle risorse umane. Lei è stato scelto per il posto di guida. Aggiunse la voce sconosciuta con un tono serio e deciso.
Oui Madame, furono le sole parole che fu in grado di pronunciare.
– E’ disponibile per un colloquio questo pomeriggio?
– Certamente, rispose Simone la cui salivazione si era improvvisamente azzerata.
– Perfetto. La aspettiamo alle 16h30. A dopo.
– Va bene, a più tardi.
Au revoir.

Simone non credeva alle sue orecchie. Erano passate due settimane dal giorno in cui, trovatosi per caso davanti all’annuncio della compagnia di navigazione fluviale, aveva lasciato una copia del suo curriculum.
Aveva atteso inutilmente una chiamata o un’email nei giorni successivi e con il passare del tempo era arrivato alla conclusione che il suo CV non era stato selezionato.
Uno squillo di telefono aveva squarciato il vuoto di quella fredda mattina di febbraio e il tono di voce professionale di Madame Tivolier gli aveva annunciato il suo imminente incarico lavorativo.
La donna le aveva parlato di un colloquio pomeridiano e Simone non stava nella pelle all’idea di cominciare un’esperienza nuova che vedeva come una svolta radicale alla monotonia delle sue giornate.
Colto da un improvviso panico per l’appuntamento imminente, si mise a percorrere in lungo e in largo i venticinque metri quadrati del suo monolocale simulando di trovarsi su un battello stracolmo di turisti.
Gesticolando freneticamente il ragazzo descriveva, ora in spagnolo ora in inglese, i principali monumenti parigini aiutandosi con i pochi elementi d’arredamento presenti nell’appartamento: la piantana alogena si era trasformata nell’obelisco di Luxor che domina Place de la Concorde, il tavolo di legno era diventato l’Arco di Trionfo voluto da Napoleone per celebrare le sue vittorie e l’appendiabiti posto all’ingresso era stato magicamente mutato nella Torre Eiffel.

Simone aveva indossato il vestito elegante delle grandi occasioni, acquistato un paio d’anni prima alle gallerie Lafayette, si era rasato meticolosamente, aveva studiato il sito internet della compagnia e si era spruzzato qualche goccia di eau Sauvage prima di lasciare il suo appartamento.
Aveva preso la metropolitana e si era recato alla sede della compagnia situata nel settimo arrondissement, sul porto della Bourdonnais, ai piedi della Tour Eiffel.
Dopo aver lanciato uno sguardo fugace alla maestosa costruzione metallica realizzata da Gustave Eiffel in occasione dell’esposizione universale del 1899, aveva sceso una decina di gradini per raggiungere l’ufficio in cui si sarebbe svolto il colloquio.
Era arrivato con dieci minuti d’anticipo all’appuntamento e aveva aspettato in religioso silenzio nella saletta d’attesa.
Pochi istanti dopo, una robusta signora in tailleur apparve da una porta rimasta socchiusa fino a quel momento e gli strinse vigorosamente la mano.
Era Madame Tivolier, la stessa persona con cui aveva parlato al telefono in mattinata.
Bienvenue Mr Puglisi, esordì la signora sfoggiando un sorriso accogliente.
Merci Madame, rispose Simone con cortesia.
– Il suo CV è molto interessante. Testeremo rapidamente le sue conoscenze linguistiche e, se tutto va bene, potrà cominciare la formazione.
La corpulenta signora aveva acceso un computer posto sulla scrivania vicina e aveva lanciato un programma che prevedeva vari test.
Vous avez une demi heure. Madame Tivolier aveva annunciato che il tempo a disposizione era di mezz’ora.
Era la prima prova da superare. Simone rispose minuziosamente ai numerosi test di grammatica e sintassi che scorrevano sullo schermo del PC e terminò la prova con un certo ottimismo.
In seguito, la stessa responsabile delle risorse umane lo accolse nel suo ufficio ponendogli varie domande sul percorso professionale e invitandolo a presentarsi nelle lingue straniere richieste per il lavoro.
Alla fine del colloquio, Madame Tivolier aveva ritirato un foglio dalla stampante e lo aveva esaminato mantenendo un’espressione seria. Erano i risultati dei test informatici che Simone aveva svolto pochi attimi prima.
Il volto della donna s’illuminò improvvisamente con lo stesso sorriso con cui lo aveva accolto.
Félicitations Mr Puglisi. Le poste de guide est à vous!
Simone avrebbe voluto abbracciarla, ma si limitò a ringraziarla e chiedere informazioni pratiche sulla missione lavorativa.
Avrebbe cominciato la formazione il giorno successivo nella stazione adiacente alla cattedrale di Notre Dame, dove aveva originariamente letto l’annuncio e dove la guida attuale aveva dato le dimissioni.
Merci Madame, disse Simone prima di congedarsi.
– Siamo lieti di averla nella nostra équipe, rispose la donna.
– Con chi ho appuntamento domani? Aggiunse il giovane catanese.
– La guida attualmente in servizio si occuperà della sua formazione. Lei è molto fortunato, è un italiano anche lui!
Simone lasciò l’ufficio carico di nuove speranze. Aveva superato brillantemente il colloquio, aveva ottenuto il posto e la persona che lo avrebbe formato al lavoro era un suo connazionale.
I suoi occhi vedevano finalmente sorgere sul cielo di Parigi l’alba incerta della speranza.
_____________
La IV puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – II

L’alba incerta della speranza

L’alba incerta della speranza

Un raggiante sorriso aveva illuminato il volto spento di Simone alla vista di un foglio A4, che esponeva una sola frase, capace di infondere fiducia al giovane siciliano “Nous cherchons un guide de croisière parlant anglais, français, italien et espagnol”.
Ipnotizzato davanti al bancone dei Bateaux Parisiens, una delle principali compagnie di trasporto fluviale turistico della città, Simone aveva visto materializzarsi un’inaspettata possibilità per un nuovo inizio e si immaginava già impegnato a spiegare la storia dei principali monumenti parigini ai turisti.
Puis-je vous aider, Monsieur? Voulez-vous réserver une croisière sur la Seine? Aveva chiesto una ragazza bionda dall’altro lato del bancone.
Simone continuava a fissare l’annuncio.
La bigliettaia, convinta che il suo interlocutore fosse interessato a un giro turistico in battello aveva cominciato a presentare i dettagli della crociera, l’orario di partenza, il percorso, le varie tariffe e le regole di sicurezza.
Je suis interessé à l’annonce, la interruppe bruscamente il catanese indicando il foglio affisso sulla vetrina.
Très bien. Il faut remplir le formulaire et laisser une copie de votre CV, rispose la ragazza prima di scomparire per qualche istante nell’ufficio adiacente.
La biondina ricomparve rapidamente con un foglio e una penna in mano e lo invitò a lasciare i suoi dati personali e il suo curriculum.
Simone riempì meticolosamente tutti i campi del documento, appose la firma conclusiva e vide sfilare davanti ai suoi occhi gloriose scene di successo. Si immaginava vestito di un’ elegante uniforme, alla prua di un maestoso battello, attorniato da splendide turiste che pendevano dalle sue labbra, intento a decantare e raccontare le bellezze artistiche e architettoniche della città.
Il lavoro di guida di crociera calzava a pennello con il suo profilo: bella presenza, socievole, conosceva a menadito Parigi e la sua storia, amava il contatto con il pubblico e grazie all’Erasmus e ai viaggi effettuati in gioventù padroneggiava le lingue richieste per occupare il posto.
Ca va? Vous avez terminé? Lo incalzò la ragazza da dietro il bancone.
Oui. C’est bon. J’ai fini, rispose Simone abbandonando il mondo dei sogni e ritornando con i piedi per terra.
Parfait. On vous contactera, disse la bigliettaia accennando un sorriso evasivo.
Il catanese incassò l’ennesimo “le faremo sapere” e si allontanò dal lungo-Senna rimproverandosi di aver riposto troppe speranze su quell’offerta di lavoro.
Ritornando sui suoi passi per ritrovare il cammino verso casa, Simone decise di proseguire il suo vagabondare tra le vie del Marais.
Aveva poca voglia di ritrovarsi tra le quattro mura del suo monolocale e sapeva che perdersi tra i sentieri dedalici di quel quartiere medievale era un’ottima soluzione per occupare la giornata.

I suoi passi svagati calpestavano i pavé delle strade ripide e il suo sguardo curioso si posava sul paesaggio urbano che conosceva bene ma che osservava sempre con lo stesso fascino e con immutata meraviglia: sinagoghe traboccanti di fedeli in preghiera, graziosi negozietti di souvenirs, coppie che passeggiavano scambiandosi tenere effusioni e turisti smarriti intenti a studiare la mappa della città.
Arrivato alla fine della rue des Rosiers, non seppe resistere alle profumate fragranze provenienti dal ristorante vicino e decise di proseguire la camminata degustando una deliziosa falafel, un panino d’origine mediorientale ripieno di polpette di ceci o fave.
Salade, tomate et oignon (insalata, pomodoro e cipolla)? Chiese il cameriere aggiustandosi la kippah che portava sulla testa.
Oui. Et un peu des carottes aussi (Si. E anche un pò di carote).
Voilà. Esclamò il giovane ebreo porgendogli una pita fumante ripiena fino all’orlo.
Simone agguantò il panino e salutò il ristoratore con un cenno del capo.
Nel momento in cui addentò l’ultimo boccone della falafel, il ragazzo si rese conto di essere arrivato a Place des Vosges, la piazza che ospita la casa di Victor Hugo.
Mimetizzata tra le numerose gallerie d’arte sotto le arcate, la casa del grande scrittore si nasconde agli occhi dei turisti frettolosi conservando gelosamente il suo fascino misterioso.
Seduto al balcone della dimora che si affaccia direttamente sulla piazza quadrangolare, Hugo aveva immaginato le avventure di Fantine, Cosette, Jean Valjean, Gavroche e degli altri protagonisti dei Miserabili.
Simone si era soffermato a pensare alla Parigi dell’Ottocento che faceva da contesto al romanzo di Hugo e si era proiettato inconsciamente in quell’epoca ricca di storia e segnata da drammatici eventi.
Colto da un improvviso sentimento di nostalgia, si era avvicinato al centro della piazza per accarezzare il soffice tappeto di neve che ricopriva il manto erboso.
Riscaldata da timidi raggi di sole, la neve aveva cominciato a sciogliersi e la nuova luminosità irradiava il paesaggio invernale con calde sfumature arancioni.
Un fascio di luce solare si era posato sull’arcata antistante alla casa dell’autore francese e aveva messo in evidenza una frase scritta in maiuscolo con uno spray blu elettrico.
Incuriosito da quelle parole emerse magicamente dalla pietra anonima, Simone si era accostato all’arcata per leggere la frase impressa sul muro. Un fan di Hugo aveva sentito il bisogno di manifestare l’apprezzamento per il suo idolo riportando una delle sue citazioni più belle: “L’espoir c’est l’aube incertaine sur notre but sérieux. C’est la dorure lointaine d’un rayon mistérieux
“La speranza è l’alba incerta sul nostro vero obiettivo. E’ la luce lontana di un raggio misterioso” così risuonavano le parole della citazione nella lingua madre di Simone e lo invitavano a riflettere sull’importanza che la speranza riveste nella vita d’ogni uomo.
– E’ proprio una bella citazione. Dovremmo essere tutti capaci di sperare nel futuro e di fidarci maggiormente gli uni degli altri. Queste parole caddero su di lui come una pioggia inaspettata e si girò di scatto in cerca della voce che le avesse pronunciate.
Un pittore di strada accovacciato poco distante lo fissava con un sorriso sornione e allungandogli una bottiglia di whisky lo invitava a farsi un goccetto.
– No, grazie. Non bevo….almeno non a quest’ora. Comunque hai ragione, la speranza è linfa vitale per l’uomo.
Prima di allontanarsi dalla piazza, Simone fece scivolare due euro nel piattino dell’artista e lo salutò con uno sguardo complice.
Il suo peregrinare senza meta lo aveva portato a discutere con un bohémien a Place des Vosges e a riflettere sul valore della speranza.
Adesso, sazio di esperienze inaspettate e citazioni colte, aveva solamente voglia di tornare nel suo appartamento e prepararsi un buon caffé utilizzando la sua vecchia moka.
Non sapeva cosa Parigi e il futuro avevano in serbo per lui, ma sapeva cosa doveva fare. Sperare.
_____________
La III puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – I

Orme sulla neve

Orme sulla neve

Cari lettori di Italiani a Parigi,

Le pagine virtuali di questo blog accoglieranno, a partire da oggi, un racconto scritto dal sottoscritto.
Il mini-romanzo è ambientato a Parigi e sarà pubblicato a puntate alla maniera dei Feuilleton del XIX secolo.
Ogni cinque giorni pubblicherò un nuovo episodio. In totale saranno dodici.
Affido a voi, se avete tempo e voglia, il compito di scegliere il titolo di ogni capitolo.
Alla fine di ogni episodio inserirò un commento con la mia proposta di titolo e aspetterò che voi, cari lettori, proponiate le vostre. La proposta più originale e adatta sarà selezionata.
Dopo la lettura dell’epilogo della storia, ovvero del XII capitolo, lo stesso procedimento permetterà di scegliere il titolo dell’intera storia. Una storia parigina è solamente un’etichetta provvisoria in attesa che scegliate voi stessi il titolo del racconto.
Vi chiedo, infine, di esprimere un piccolo parere dopo ogni episodio o semplicemente alla fine dell’intero racconto. Mi basta anche un “mi piace” o “non piace” alla maniera dei social network.
I vostri commenti mi consentiranno di capire se la pubblicazione è stata di vostro gradimento e se l’esperienza merita di essere ripetuta.
Vi lascio al primo episodio.

Buona lettura.
Gaspare

——————————————-

La neve cadeva soffice quella domenica mattina di gennaio sfiorando delicatamente i comignoli di terracotta. Minuscoli fiocchi candidi si depositavano sui tetti parigini e avvolgevano la città in una surreale atmosfera di calma.
Un insolito silenzio dominava le avenues e i boulevards della capitale francese. Il suono delle campane domenicali, il gracchiare lontano di stormi di corvi inquieti e i sospiri di stupore di bambini estasiati interrompevano casualmente la nivea serenità.
Parigi si svegliava indossando una magnifica veste bianca. I suoi abitanti, affascinati dal candore inaspettato, si fermavano ad ammirare la bellezza di una metamorfosi mozzafiato che aveva cambiato radicalmente l’aspetto di ogni quartiere.
Le cupole innevate del Sacro Cuore rilucevano in contrasto con il cielo plumbeo e minaccioso. Le statue dei giardini delle Tuileries, imbiancate da una fitta coltre di neve, fissavano i viali deserti ricoperti da un manto candido.
Piccoli cristalli di ghiaccio scendevano giù dal cielo, si ramificavano, si univano tra loro creando forme geometriche irregolari che s’inseguivano e si depositavano discretamente sull’erba dei prati e sulle acque della Senna.
Intorpidita dai sogni notturni, la città si risvegliava lentamente. Qualche sporadico raggio di sole illuminava le facciate dei palazzi ancora avvolte dall’ombra. I lavoratori della domenica eseguivano con precisione e puntualità i rituali mattutini: fare colazione, radersi, lavarsi i denti, scegliere una camicia, seguire il telegiornale, prendere la metro.

Spalancando la piccola finestra del suo monolocale nel cuore del Marais, Simone non aveva resistito allo spettacolo che si dispiegava davanti al suo sguardo meravigliato.
Eccitato dall’inattesa nevicata, aveva indossato guanti e sciarpa e si era precipitato fuori dal suo piccolo appartamento situato nella rue du Roi de Sicile.
Il destino aveva voluto che il giovane catanese giunto a Parigi in cerca di fortuna, trovasse un alloggio proprio nella via dedicata all’antico re della sua ridente isola.
Aveva attraversato la rue de Rivoli contemplando il magnifico paesaggio e, in preda all’entusiasmo, era arrivato all’Hotel de Ville.
Il monumentale municipio avvolto da un sottile velo di neve aveva un fascino particolare e meritava una sosta contemplativa.
Osservando le statue e gli elementi decorativi che abbellivano l’edificio, Simone aveva sentito un chiaro gorgoglio proveniente dallo stomaco ancora a digiuno.
Il bistrot Marguerite, situato all’angolo tra la Place de l’Hotel de Ville e il quai de Gesvres,
era il luogo ideale per placare le richieste golose della sua pancia vuota.
Seduto al tavolo del bistrot, Simone aveva fatto segno al cameriere per ordinare.
– Un pain au chocolat e un caffé ristretto, per favore
– Desidera altro?
– No. E’ tutto per il momento.
Il cameriere aveva accennato un sorriso forzato e si era allontanato in direzione di un altro cliente.
Dal suo tavolo vicino alla finestra, il ragazzo osservava il maestoso palazzo municipale.
Pensieri e preoccupazioni si aggrovigliavano nella sua mente in un disarmonico caos e lo tormentavano già da parecchi mesi.
Camminare senza meta per le vie della città era una delle poche attività che gli permettevano di razionalizzare le paure e di placare il suo animo tormentato.
– Ecco la colazione, disse seccamente il cameriere.
– Grazie! rispose Simone osservando la tazza traboccante di caffé.
Da quando abitava a Parigi non era ancora riuscito a trovare un bistrot capace di servire un caffé bevibile.
Constatando che il ragazzo non andava via, Simone chiese se tutto andasse bene.
– Veramente dovrei incassare adesso se non le dispiace.
– Nessun problema, rispose mettendo le mani in tasca.
Il giovane assaporava il delizioso pain au chocolat che si forzava di accompagnare con un caffé annacquato e senza aroma, e osservava le torri della vicina cattedrale di Notre Dame.
Il suo spirito irrequieto lo portava spesso a girovagare ai piedi dell’enorme tempio gotico e, anche questa volta, sentiva il bisogno di passare qualche ora nell’Ile de la Cité.
– Au revoir.
Disse distrattamente e si catapultò fuori dal locale.
Tornato all’aria aperta, attraversò il Pont d’Arcole e continuando per un centinaio di metri si trovò ai piedi della cattedrale.
L’affluenza di turisti e di fedeli, sicuramente a causa dell’abbondante nevicata, era assai ridotta rispetto al solito.
Rimase un paio di minuti a guardare i dettagli della facciata di Notre Dame soffermandosi su alcuni elementi: la statua di Saint Denis con la testa in mano, i gargoyles di pietra che sembrano pronti a prendere vita da un momento all’altro, le imponenti torri, il massiccio portone decorato, il maestoso rosone centrale, le colonnine finemente levigate.
Né la facciata della cattedrale, né l’interno della chiesa, potevano calmare i suoi tumulti interiori.
La meta di quella peregrinazione mattutina era più lontana, alla fine del Petit Pont.
Scendendo una ventina di gradini in pietra, si raggiunge il lungo-Senna e si può osservare da vicino il perpetuo movimento dei flutti.
Simone passeggiava spesso lungo le sponde accarezzate dal fiume e affidava alla Senna le sue angosce e le sue speranze. Lei sapeva ascoltarlo.

Immerso in un vortice di pensieri, il giovane siciliano avanzava sulle banchine lasciando dietro di se una lunga scia di impronte sulla neve fresca.
Erano passati oramai dieci anni da quando aveva lasciato la Sicilia natale per iniziare l’avventura parigina.
Simone era rimasto affascinato dalla cultura e dalla letteratura francese durante gli anni del liceo.
Sfogliando i romanzi di Zola e le poesie di Rimbaud, aveva iniziato a sentire una voce lontana e irresistibile che lo invitava a seguire l’istinto e a lasciarsi andare.
Il suono di quella voce si era fatto più forte e insistente durante gli anni universitari in virtù degli studi umanistici e letterari che avevano rafforzato la sua visione ideale della Francia.
Terminati gli studi, aveva rivolto uno sguardo malinconico al cratere fumante dell’Etna e aveva deciso di trasferirsi a Parigi.
Dieci anni intensi, vissuti con passione, avevano forgiato il suo carattere, levigato le sfumature della sua personalità e lo avevano reso una persona diversa da quella che aveva vissuto all’ombra del vulcano.
Amori tumultuosi, amicizie discontinue e missioni lavorative appassionanti avevano costellato questo lungo periodo e adesso, a Parigi, si sentiva a casa.
Da più di un anno, però, la solitudine era diventata la sua sola compagna.
Dopo la fine della sua ultima relazione si era ritrovato da solo e la perdita del lavoro aveva amplificato il senso di alienazione che lo attanagliava.
Il potere di seduzione che la ville lumière aveva esercitato su di lui aveva perso parte della sua magia, l’entusiasmo iniziale era scemato con il passare del tempo e la voglia di mollare tutto e tornare a Catania era tanta.
Il richiamo che lo aveva portato a lasciare gli affetti siciliani era diventano una flebile vocina. Il suo ferreo ottimismo e la fiducia nel futuro erano le uniche armi di cui disponeva e che gli consentivano di non abbandonare Parigi.
Che cosa avrebbe fatto dopo avere speso anche gli ultimi risparmi rimasti? A chi avrebbe chiesto aiuto? Come abbandonare quella città che aveva imprigionato la sua anima?
Perché a dispetto del suo amore e del legame profondo per la sua Sicilia natale, Simone aveva affondato largamente le radici nella sua città d’adozione. Il suo era uno stato d’animo particolare, quello di chi vive sospeso tra due paesi, confinato in un limbo di emozioni e speranze, costretto alla nostalgia e condannato alla malinconia, una struggente dicotomia dello spirito che si dibatte tra presente e passato, ricordi e realtà.
Questi erano i pensieri che si affollavano nella sua mente, lo tormentavano, e turbavano la sua tranquillità.
L’angusta sensazione di oppressione che faceva da sottofondo a quella passeggiata domenicale scomparve improvvisamente per lasciare spazio a un barlume di speranza.
_____________
La II puntata tra cinque giorni…

Non con un lamento

Non con un un lamento

Per chi, come me, è nato e cresciuto a Cinisi leggere il romanzo Non con un lamento rappresenta un’esperienza toccante ed emozionante.
Il libro è stato scritto da Giorgio di Vita, romano di origini siciliane e apprezzato fumettista, che ripercorre sull’onda del ricordo e della malinconia i suoi anni siciliani trascorsi a stretto contatto con l’esperienza di Peppino Impastato e Radio Aut.
Giorgio ricompone attraverso le tessere perdute nella sua memoria il mosaico della sua giovinezza trascorsa tra Cinisi e Terrasini.
Il profilo di Peppino e il suo prorompente carisma si delineano nel corso della narrazione.
Ho letto molti libri dedicati alla figura di Peppino e al suo sacrificio, spesso opere di ottima fattura.
Tuttavia la maggior parte dei libri che parlano di questo martire siciliano, pur se ricchi d’informazioni, sono spesso impostati sottoforma di cronache e si riducono a un mero susseguirsi di date e fatti.
Giorgio di Vita è stato capace di plasmare la sua esperienza di quegli anni dandogli una forma affascinante e accattivante.
Il risultato è un racconto semi-onirico dove i personaggi fluttuano nel flusso di memoria dell’autore e i frammenti di vita di un tempo riaffiorano gradualmente alla luce del sole attraverso delicati flashback.
Momenti di lotta e condivisione vengono lasciati intuire al lettore grazie al racconto di aneddoti e particolari di rara intensità.

Il romanzo si sviluppa lungo un viaggio fisico e mentale, da Roma a Cinisi, dagli anni Settanta ai nostri giorni, lungo la direzione della nostalgia e del rimpianto. Splendidi scorci paesaggistici abilmente descritti dall’autore contrastano con la violenza e l’irrazionalità dell’azione mafiosa che ha strappato per sempre Peppino ai suoi compagni e alla sua bella isola.
A trent’anni di distanza Giorgio torna in Sicilia dove da giovane trascorreva le vacanze estive e conobbe Peppino.
Il presente richiama costantemente il passato e così mentre l’aereo sta atterrando il protagonista ripensa alle tante vicende legate alla costruzione di quell’aeroporto dalle lotte dei contadini per difendere le proprie terre all’incidente di Montagna Longa o, ancora, alla creazione della terza pista che agevolò il traffico di droga nelle mani della mafia.
I paesaggi cinisensi che hanno fatto da contesto alla breve vita di Peppino costellano l’intera narrazione: la via Corsa di Terrasini, villa Fassini e la sua comunità di hippy, il lungomare e il Corso di Cinisi.
Giorgio sbarcato in Sicilia incontra i compagni di un tempo che hanno condiviso con lui l’esperienza della radio e le lotte studentesche e hanno creduto che un mondo migliore fosse possibile.
Ogni personaggio che incontra fa riaffiorare in lui nuovi ricordi e nuove valutazioni sull’esperienza vissuta e sugli ideali per i quali si è lottato.

Fa da sottofondo alla delicata narrazione dei ricordi la figura di Peppino che ricorda a Giorgio e a tutti i lettori del libro che bisogna mantenere vivo l’impegno e non abbassare la testa, che bisogna restare vigilanti perchè la viscida piovra mafiosa è sempre pronta ad attaccare la gente onesta.
In un’epoca in cui il presidente del consiglio critica Roberto Saviano e chi scrive libri sulla mafia “che non ci fanno fare una bella figura”, l’opera di Giorgio di Vita risulta quantomai attuale e apre numerosi spunti di riflessione.