La fabbrica dei sogni

Nta na fabbrica di suonna vogghiu iri a travagghiari.
I patruna nun ci sunnu ca mi ponnu ‘ncatinari.
E mi mettu araciu araciu pigghiu i suonna silinziusu
poi li stennu dilicatu ntò linzuolu arriccamatu
e scantatu i vaiu sfilannu pi putilli arripigghiari tutti sani,
senza dannu accussì vaiu custruennu e travagghiu cu piaciri.
tanti cuosi pozzu fari nun c’è prestu, nun c’è tardu,
nun c’è a cassa integrazioni, nun ci sunnu i ruffiani
l’onorevoli, i baruna, cu ti po’ raccumannari, principali,
suprastanti, tuttu u fangu di la genti ca si senti prepotenti.
Nun c’è nuddu, sulu i suonna,cu li manu di cristallu,
m’accumpari u primu suonnu: iu restu a taliari,
poi mi sentu alliggiriri: tutti cosi s’hannu a fari
e scippamu sti filinii ca li suonna hannu a campari.
Ma chi dicu? C’è cu senti, nun mi pozzu ormai sbagghiari,
nnà ssà fabbrica di suonna nun si po’ cchiù travagghiari!
Stamu tutti a taliari ca la morti av’a rigniari?
Nun vulemu mai capiri, iu mi sentu svacantari.
Ma chi sunnu sti paroli? Iamuninni!
acchianamu supra i negghi e cuntinuamu a fabbricari.
Ddà, supra i negghi, supra i negghi, nu ni ponnu ‘ncuitari!

Il lavoro è sempre una dura realtà piena di contraddizioni e aspetti negativi;
ma come sarebbe bello lavorare in un fabbrica di sogni, dove l’unico pensiero
è offrire sogni e speranze alla gente, e dove lavorare
è finalmente un diritto, un piacevole diritto

Per maggiori informazioni visita il sito di Gaspare Cucinella

Il più vecchio café di Parigi: le Procope

Le Procope

I siciliani hanno sempre esportato ovunque la loro capacità di arrangiarsi e la loro arte di vivere.
Non è un caso se il café più antico di Parigi è stato creato proprio da un palermitano: Giuseppe Procopio Coltelli.
Il locale, aperto nel 1696, conobbe rapidamente un grande successo grazie sopratutto al caffé e ai gelati che importava dall’Italia.
Questo luogo storico ha visto passare i più illustri letterati e personaggi politici del tempo diventando il primo café letterario del mondo dove i grandi nomi del sapere francese venivano a discutere dei loro progetti bevendo un caffé o assaporando un sorbetto: La Fontaine, Voltaire, Rousseau, Beaumarchais, Balzac, Hugo, Verlaine, Oscar Wilde e tanti altri.
Nel XVIII secolo le idee liberali di Diderot e d’Alembert presero forma tra i tavoli del Procope e durante la rivoluzione francese Robespierre, Danton e Marat vi si riunivano per prendere le decisioni più importanti; anche Benjamin Franklin soleva recarsi al Procope per redigere i suoi documenti.
A distanza di tempo il ristorante resta un luogo carico di storia, come testimoniano i quadri e la decorazione, in cui poter trascorrere un gradevole momento per un pranzo, una cena o semplicemente una tazza di tè.

Le Procope
13 rue de l’Ancienne Comédie
75006 Paris
Metro: Odéon

Il digicode: la combinazione segreta

Il Digicode

Nell’utopica società immaginata da Thomas More, Utopia, non vi è proprietà privata e le case sono aperte a tutti, dal momento che nessuno ruba.
Si cambia casa ogni dieci anni, scegliendone un’altra attraverso un sorteggio.
“La proprietà privata non esiste” sosteneva Karl Marx, ispiratore dell’ideologia comunista, “essa è solo la causa primaria delle differenze tra classi e, di conseguenza, delle lotte che ne derivano”. Andatelo a spiegare ai parigini…..
I parigini pensano che la loro abitazione sia la cosa più preziosa di questo mondo e che per tale ragione vada protetta limitandone l’accesso a pochi eletti in possesso di un codice: il digicode.
Per avere accesso ai palazzi parigini, raramente troverete un citofono (l’interphone, come lo chiamano loro) per annunciarvi alla persona che vi aspetta, molto più spesso vi troverete di fronte una tastierina fatta di cifre e lettere che vi sbarrerà il passaggio.

Se vi siete trasferiti da poco a Parigi, dovrete imparare a convivere con questo diabolico apparecchio che vi chiederà il misterioso codice a ogni vostro passaggio.
Se l’accesso agli appartamenti resta legato all’uso di chiavi e serrature, i portoni dei palazzi, invece, si aprono soltanto grazie all’utilizzo di un codice.
Si tratta di una combinazione alfanumerica di quattro o cinque cifre (di solito tre o quattro cifre dallo 0 al 9 unite alla lettera A o B) che vi sarà necessaria per accedere al vostro appartamento o per recarvi dalla persona che vi ha invitato.
In buona sostanza, se vi capiterà di essere invitati a casa di qualcuno qui a Parigi, il vostro amico oltre all’indirizzo vi comunicherà una combinazione segreta.
Quella che il vostro amico vi ha fornito non è una parola d’ordine che un omaccione muscoloso vi chiederà all’ingresso per lasciarvi passare ma un codice che vi permetterà di aprire il portone del suo palazzo.
In questo modo i parigini si sentono più protetti nelle loro case-casseforti, al riparo da sconosciuti e intrusi indesiderati, protetti da un codice che li separa dal mondo esterno.

In realtà per poter accedere a un qualsiasi edificio parigino, basterebbe aspettare l’ingresso di un inquilino e entrare insieme a lui (dicendo che si va da un amico che abita in quel palazzo e che ha dimenticato di comunicarci il codice) senza contare che in molti edifici il codice entra in funzione soltanto la sera e durante il giorno basta premere un bottoncino posto sopra la magica tastierina.
Naturalmente i codici dei digicode parigini vengono cambiati sistematicamente per motivi di sicurezza: se vi capiterà di tornare dalle vacanze in Italia e ritrovarvi, davanti al portone del vostro palazzo, a comporre un codice che non ne vuole sapere di spalancarvi l’ingresso di casa, non imprecate! Ringraziate piuttosto i parigini e il loro amore per la tecnologia.
Personalmente preferisco il caro vecchio citofono che permette di identificare la persona che vuole accedere all’abitazione prima di trovarcela sorridente davanti la porta.

Addio Giuseppe

Purtroppo in pochi conoscono la storia di Giuseppe Gatì, ragazzo siciliano morto ad appena 22 anni, ucciso da un destino beffardo.
Lo conoscono in pochi perché in Italia di queste storie non se ne parl, storie sconvenienti e fastidiose, storie da seppellire e da dimenticare in fretta.
I media italiani sono già troppo impegnati a parlare di gossip e a riempire le loro pagine con veline seminude e notizie ridicole per parlare di piccoli eroi sconosciuti come Giuseppe Gatì.
Tuttavia Giuseppe continua a vivere e a gridare la sua rabbia grazie all’informazione libera, grazie ai blog e grazie alla rete.
Anche se l’informazione italiana continuerà a offuscare e omettere la sua storia e tutte le storie di cui non si deve parlare, chi conosce la storia di Giuseppe la porterà per sempre nel cuore e ne farà un modello da seguire.

Giuseppe era apparso per la prima volta in televisione qualche giorno prima la sua morte, grazie a un video girato dai suoi amici che hanno immortalato il momento in cui il ragazzo siciliano ha fatto irruzione nella biblioteca di Agrigento mentre il neo-eletto sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, stava tenendo una conferenza.
Giuseppe è entrato nella sala gridando il suo sdegno verso quel personaggio viscido, ha gridato la sua stima al Pool Antimafia di Caselli su cui Sgarbi aveva gettato fango, ha urlato a squarciagola che una Sicilia giusta e pulita esiste e non ha bisogno di elementi come Vittorio Sgarbi.
Avevo visto il video in diretta su Blob quando il fatto avvenne e due cose mi colpirono di quel filmato: la veemente irruzione di Giuseppe che spinto dalla sua sete di giustizia e sentendo la sua dignità di siciliano offesa, si era  precipitato senza esitazione in mezzo alla gente per gridare il suo sdegno; in secondo luogo, mi aveva scioccato, negativamente, il fatto che la gente avesse respinto con indifferenza e violenza il gesto di Gatì, prendendolo per un ragazzetto che osava infangare la figura del grande Vittorio.
Il video mi aveva profondamente sconvolto: rendermi conto che la gente respingeva il grido di giustizia di Giuseppe e che preferiva non sentire la sua voce mi ha profondamente deluso.
Forse è questo che noi siciliani ci meritiamo, mi sono detto.
Quest’episodio diventa assurdo e inverosimile se si pensa che esattamente un mese dopo quel suo intervento coraggioso al discorso di Sgarbi, l’autore di quel gesto muore.
Giuseppe muore a Campobello di Licata, il suo paese, a seguito di un incidente mentre stava lavorando: apre un rubinetto senza fare attenzione a un cavo elettrico difettoso e la folgorazione é fatale.
Un’inchiesta é stata aperta per accertare le cause di quanto accaduto. Il mistero resta.

Non scrivo questo post per accusare qualcuno ma piuttosto per farvi riflettere sul fatto che un’altra Sicilia é possibile se prendiamo coscienza della nostra situazione, se siamo capaci di carpire il significato del gesto di Giuseppe, se siamo disposti a mettere da parte i nostri egoismi, se siamo capaci si gridare con forza che non ci identifichiamo nei fantocci che ci governano, se crediamo nella giustizia.
Giuseppe ha avuto una vita breve ma densa di significato e carica di valori.
I suoi amici lo ricordano così: “E’ morto un amico, una persona pulita, con sani principi. Chi ha avuto modo di conoscerlo sa che raro fiore fosse.
Voleva difendere la sua terra, non voleva abbandonarla, era rimasto a Campobello di Licata, un paesino nella provincia di Agrigento che offre poco e dal quale è facile scappare. Lavorava nel caseificio di suo padre, con le sue “signorine”, le sue capre girgentane, che portava al pascolo. Era un ragazzo ONESTO, con saldi principi volti alla legalità e alla giustizia. Aveva fatto di tutto per coinvolgere i dormienti giovani Campobellesi, affinchè si ribellassero contro questa società sporca e meschina.”

Il blog di Giuseppe e’ ancora attivo e consultabile.

Ciao Giuseppe!