Una storia parigina – PDF

Una storia parigina - PDF

Una storia parigina – PDF

Poco tempo fa ho pubblicato su Italiani a Parigi un racconto a puntate intitolato “Una storia parigina” .
Propongo ai lettori di questo blog il PDF della versione definitiva del racconto, inclusiva di tutte le puntate.
Potete scaricarlo QUI o cliccando sulla foto in alto. Buona lettura!

Una storia parigina – XII

Sogni di cristallo

Sogni di cristallo

Simone e Odalys uscirono dall’ufficio del notaio e camminarono senza meta per le vie di Parigi.
Le verità apprese pochi minuti prima nello studio del signor Lemaitre avevano scombussolato le certezze dei due ragazzi che, increduli, cercavano di razionalizzare e dare un senso agli eventi.
Simone si era fermato improvvisamente davanti a un internet point e aveva chiesto alla ragazza cubana di accompagnarlo all’interno.
– Hai bisogno di un caffè? Chiese Odalys scrutando il volto preoccupato del suo compagno.
– Si. E soprattutto ho bisogno di informazioni.
Entrati nel locale, ordinarono due caffè e occuparono una delle tante postazioni multimediali disponibili.
Simone, che si era connesso immediatamente a Google, aveva inserito il nome Filippo e il cognome Maggiorana come chiavi di ricerca.
Il motore di ricerca aveva restituito svariate pagine di risultati relativi alla ricerca selezionata: numerosi links, talvolta corredati da fotografie, rinviavano a siti che parlavano dello scienziato foggiano.
Il ragazzo cliccò i primi tre siti della lista ed esaminò i contenuti mostrati sullo schermo.
Le informazioni fornite dal notaio e scritte nella lettera erano reali. Filippo Maggiorana era un personaggio molto conosciuto in Italia e il web traboccava di notizie sulla sua scomparsa.
Leggendo gli articoli trovati in rete, la memoria di Simone ebbe un risveglio improvviso e il catanese si ricordò di avere già sentito la storia di quello scienziato scomparso misteriosamente.
Maggiorana era sparito da Peschici, un comune nel foggiano, nel settembre del 1945, poco dopo i bombardamenti nucleari in Giappone. L’ultima volta era stato avvistato al porto di Brindisi sul punto di imbarcarsi su una nave per Palermo, dove doveva recarsi per trascorrere un periodo di riposo.
Numerose ipotesi erano state sollevate dall’opinione pubblica per giustificare la sua sparizione, tra queste anche la teoria di un possibile suicidio per espiare le colpe legate ai suoi studi in ambito nucleare che avevano portato alla creazione dell’ordigno atomico.
Simone e Odalys erano i soli a sapere che Maggiorana era ancora vivo, anche se non sapevano più dove si trovasse.
– E’ tutto vero! Esclamò Simone rivolgendosi alla sua compagna.
– Che facciamo? Sono molto confusa, chiese la cubana con tono dubitativo.
– L’unica cosa che ci resta da fare, cara Odalys.
– E cioè?
– Trovare la sorella di Maggiorana in Puglia, comunicarle che il fratello è ancora vivo e consegnarle l’intero patrimonio che ci ha lasciato.
– Ottima idea. Purtroppo non sappiamo nulla di lei a parte il fatto che si chiama Sofia.
– E’ un buon inizio. Non è tantissimo, ma è quello che ci basta per cominciare la ricerca, disse Simone che aveva già cominciato a digitare sulla tastiera del computer il nome della sorella dello scienziato.

Il motore di ricerca non aveva trovato nessun risultato interessante.
Decise di proseguire la ricerca online consultando i profili che portavano quel nome e il sito dell’elenco telefonico di Peschici. In entrambi i casi la sua ricerca si concluse con un nulla di fatto. La rete multimediale non conservava nessuna traccia di quella donna.
– Credo che ci rimanga una sola soluzione, disse Odalys fissando Simone. Andare in Puglia e cercare personalmente la sorella di Philippe.
– Hai ragione. Non ci resta nessun’altra alternativa. Controllo subito i prossimi voli.
Il siciliano si era connesso sul sito della compagnia Easyjet ed era riuscito ad ottenere due biglietti sul volo per Brindisi delle tre del pomeriggio.
– Abbiamo giusto il tempo di preparare le valigie, avvisare i nostri datori di lavoro e recarci all’aeroporto di Orly.
I due ragazzi si precipitarono a casa, improvvisarono in pochi minuti due valigie, e corsero all’aeroporto.
Arrivati a Orly, il catanese e la sudamericana effettuarono il check-in, verificarono il numero del cancello d’imbarco e si accomodarono nella sala d’attesa aspettando di accedere all’aereo.
Odalys era molto tesa e un poco pessimista. Simone sembrava più tranquillo e ottimista.
– Come fai a essere così sereno?
– Sono fiducioso. Penso che troveremo facilmente la sorella di Maggiorana. Peschici è un comune che conta poche migliaia di abitanti. E’ uno di quei piccoli borghi in cui tutti si conoscono e le notizie viaggiano alla velocità della luce.
Il viaggio in aereo si svolse senza particolari problemi e arrivarono puntuali a Brindisi.
Scendendo dalla scaletta dell’aereo, Simone aveva respirato con gioia la ventata d’aria pungente che lo aveva investito. Era aria di casa che profumava di terra bagnata, agrumi e ulivi, erano delicate fragranze del sud dell’Italia che gli accarezzavano l’anima.
I due ragazzi avevano affittato una Twingo al bancone dell’aeroporto e si erano alternati alla guida dell’auto per percorrere i duecento chilometri che separano Brindisi da Peschici.
Avevano impiegato tre ore per raggiungere la piccola cittadina in provincia di Foggia e, stremati dalla fatica, erano entrati nel bar della piazza principale per ordinare qualcosa da mangiare.
Seduti in un tavolo accanto alla vetrata, avevano chiesto due piatti di spaghetti alla carbonara, accompagnati da una birra ghiacciata e una coca-cola.
Dopo aver consumato il meritato pasto, Simone aveva chiesto due caffè all’anziano barista.
– Finalmente un buon caffè italiano, esclamò soddisfatto e appagato.
– Da dove venite? Chiese il barista incuriosito dall’esclamazione del ragazzo.
– Non sono straniero. Sono italiano anch’io, ma vivo in Francia insieme alla mia compagna.
– Siete qui in vacanza? Siete venuti a vedere i trulli di Alberobello e i sassi di Matera? Se volete posso consigliarvi alcuni ristoranti a buon prezzo e ottimi locali dove ballare la pizzica.
– Veramente non siamo turisti, rispose Odalys inserendosi nella conversazione.
– Allora siete venuti a trovare i parenti?
– Non esattamente, rispose Simone. Abbiamo fatto un lungo viaggio per cercare una persona.
Si chiama Sofia Maggiorana. Temendo di non essere preso sul serio, il siciliano non accennò alla storia di Filippo e al loro incontro a Parigi.
– Sofia? La sorella dello scienziato? Esclamò il barista. Adesso ho capito. Siete una coppia di giornalisti. Da quando Filippo è scomparso Peschici è diventata un viavai di macchine fotografiche e telecamere, aggiunse l’anziano dietro il bancone lasciando trapelare un certo rammarico.
– Lei lo conosceva? Chiese Odalys rivolgendosi al barista.
– Certo. Qui in paese ci conosciamo tutti. Abbiamo fatto le scuole medie insieme. Era il mio compagno di banco. Posso dirvi solamente che era una brava persona. Un uomo onesto e sincero.
– E sua sorella Sofia? Chiese Simone tornando al punto essenziale che aveva motivato il loro viaggio.
– Se siete giornalisti vi è andata male. Sofia ci ha lasciato l’anno scorso. Pace all’anima sua.
La povera donna ha trascorso la sua vita in attesa del fratello. Non si è sposata e non ha avuto figli. Filippo era il suo unico affetto, la sua famiglia. Quando il fratello ha fatto perdere le sue tracce, il sorriso non è più ricomparso sul volto di Sofia. Chissà che fine ha fatto.
– Grazie per le informazioni. Comunque non siamo giornalisti. Volevamo solamente salutare Sofia.
– Se lo desiderate, potete portarle un fiore. Entrando dall’ingresso principale del cimitero, la sua tomba si trova nella terza fila a destra, disse il barista indicando la vicina collinetta su cui sorgeva il cimitero. Potete andarci a piedi. Dista cinque minuti da qui, ma sbrigatevi o lo troverete chiuso.
– E’ molto gentile da parte sua. Ci andiamo immediatamente.

Proseguirono mano nella mano percorrendo velocemente la centinaia di metri che li separava dal cimitero. Si erano fermati pochi istanti per raccogliere alcune viole selvatiche.
Arrivati al tramonto davanti al cimitero, incontrarono il guardiano che li avvisò della chiusura imminente dei cancelli.
Simone e Odalys si addentrarono tra i viali alberati e, seguendo le indicazioni del signore del bar, trovarono la tomba di Sofia, all’ombra dei cipressi.
Era una tomba semplice, in marmo bianco, priva di fiori e candele.
Odalys si avvicinò per leggere la frase, incisa sulla pietra, che campeggiava sulla lapide e la lesse ad alta voce.
Sofia Maggiorana, sorella devota e fedele. Pianse, per tutta la vita, la scomparsa del fratello che si fece carico della sofferenza dell’umanità.
La cubana aveva scandito lentamente le parole dell’epitaffio e si era rivolta verso Simone in cerca di risposte.
– Abbiamo fatto quello che dovevamo. La vita non è stata clemente con questa donna, disse Simone cercando di consolare la ragazza sudamericana visibilmente scossa.
– E adesso che facciamo?
– Torniamo a casa, rispose il giovane cingendole le spalle. Parigi saprà illuminarci.
I due ragazzi trascorsero la notte in un ostello vicino alla piazza e si svegliarono prestissimo.
Dopo aver bevuto un caffè e un cappuccino nello stesso bar dove avevano cenato la sera prima, salirono a bordo della Twingo per recarsi in aeroporto e prendere il primo volo per Parigi.
Come all’andata, si alternarono alla guida della piccola utilitaria e scambiarono alcune impressioni sulle rocambolesche vicende che li avevano visti protagonisti.
– Philippe ci ha cambiato la vita. Ci ha insegnato a fidarci del prossimo, a sperare nel futuro, a credere in un mondo migliore e a diffidare delle apparenze, disse Odalys spezzando il gelido silenzio di quella mattinata invernale.
– Non dimenticherò mai gli occhi espressivi di quel senzatetto barbuto che esprimeva affetto e riconoscenza senza parlare, rispose Simone non distogliendo lo sguardo dalla guida.
La coppia proseguì il resto del viaggio in macchina osservando il paesaggio desolato della campagna pugliese: una miriade di ulivi, fichi d’india e vigneti si estendeva a perdita d’occhio alternandosi a costruzioni rurali in pietra bianca.
Giunti all’aeroporto, si recarono al banco informazioni per acquistare i biglietti per il primo volo disponibile.
Fortunatamente una decina di posti erano ancora liberi sul volo Brindisi-Parigi di mezzogiorno.
L’aereo decollò puntuale staccandosi dal suolo pugliese con un potente rombo di motori.
Al momento della partenza, Simone e Odalys si erano tenuti stretti per la mano e avevano accompagnato con lo sguardo gli ultimi scorci della macchia mediterranea.
La cubana si addormentò quasi immediatamente. Stanca e provata dalla lunga giornata precedente, Odalys riposava accovacciata sul petto del ragazzo impegnato a rimuginare sul groviglio di idee che si infittiva nella sua mente.

Atterrati con venti minuti di ritardo a Orly, scesero dall’aereo che li aveva riaccompagnati in terra francese e furono accolti da una pioggia fitta e un gelo siberiano.
Simone fermò con un gesto della mano il primo taxi di passaggio e comunicò al conducente l’indirizzo della rue du Roi de Sicile.
– Andiamo a casa mia, disse il ragazzo rivolgendosi alla compagna.
– D’accordo, disse Odalys con una voce ancora impastata di sonno.
La Mercedes grigia aveva raggiunto rapidamente il centro storico e, all’altezza del quai de Montebello, si era fermata a un semaforo poco distante dalla cattedrale di Notre Dame.
Monsieur, on voudrait descendre ici (Vorremmo scendere qui, Signore), disse la ragazza rimasta in silenzio per quasi tutto il tragitto.
D’accord. Ca vous fait 40€ (Va bene. Mi dovete 40€), rispose il conducente spegnendo il motore dell’auto.
Il siciliano pagò il costo della corsa e ringraziò il taxista per il servizio.
Poi si rivolse verso la sua compagna con un’espressione stranita.
– Perché hai voluto fermarti qui? C’è un freddo pazzesco e, come se non bastasse, abbiamo le valigie.
– Ricordi cosa faccio quando devo prendere una decisione importante o riflettere a una scelta difficile?
– Ho capito, rispose Simone sollevando i due trolley e dirigendosi verso la scaletta d’accesso al lungo-Senna.
Scesero una piccola rampa di scale e si ritrovarono a camminare sulla stessa sponda del fiume dove tutto era cominciato.
La coppia italo-cubana procedeva, mano nella mano, contemplando lo scorrere incessante della acque della Senna.
Il silenzio che li avvolgeva era intervallato dal rumore regolare provocato dalle rotelle delle valigie trascinate sul marciapiede.
A un certo punto Odalys si fermò, si sedette sul bordo della banchina e diresse lo sguardo verso il cielo.
– Guarda! Disse la sudamericana al suo Simone.
– Che magia! Esclamò il ragazzo alzando gli occhi al cielo.
Un velo delicato fatto di minuscoli fiocchi di neve scendeva lentamente sulla città. Lievi e soffici, migliaia di cristalli luminosi imbiancavano il paesaggio trasformandolo in uno scrigno candido e ovattato.
La neve cadeva lenta da un cielo compatto e, come una coperta, avvolgeva l’atmosfera urbana coprendo i rumori della città e regalando una gioia inaspettata ai bambini e agli adulti.
Petali nivei si libravano soavemente nell’aria, in un silenzio senza tempo, come polvere di stelle cullata dal vento, ricoprendo di magia le speranze e i sogni di Simone e Odalys.

Una storia parigina – XI

Oltre l'apparenza

Oltre l’apparenza

Simone e Odalys si svegliarono di buon ora.
Entrambi avevano chiesto un giorno di permesso ai rispettivi datori di lavoro per dirimere l’intricato mistero della scomparsa di Philippe.
Dopo aver consumato una veloce colazione al café Beaubourg, si erano diretti velocemente verso l’indirizzo del notaio, nel cuore del Marais.
Il ragazzo siciliano conosceva bene la zona e aveva preso diverse scorciatoie per guadagnare tempo. Giunti sulla rue de Turenne, avevano percorso il tratto di strada restante tenendosi mano nella mano.
Arrivati davanti al numero venticinque, avevano identificato sulla facciata del palazzo una targa metallica che riportava lo stesso nome del biglietto da visita trovato nel monolocale: Fabien Lemaitre, Notaire.
Simone spinse il pulsante metallico situato accanto al portone che si aprì emettendo uno squillante segnale sonoro.
Il catanese osservò attentamente la lunga lista di cognomi del citofono posto all’ingresso e spinse il terzo tasto.
Una luce abbagliante si accese all’interno del citofono e illuminò il volto di Simone. Era la telecamera interna che permetteva agli inquilini di vedere il volto del visitatore prima di concedere l’accesso al palazzo.
– Chi desidera? Disse una voce femminile.
– Mi chiamo Simone Puglisi e vorrei incontrare il notaio.
– Certo signor Puglisi. Salga pure al terzo piano. Il signor Lemaitre la stava aspettando.
Il portoncino di vetro si aprì automaticamente dopo le parole della ragazza.
L’italiano e la cubana erano penetrati nell’atrio del palazzo ed erano entrati in un piccolo ascensore.
– Che significa che mi stava aspettando? Chi diavolo gli ha detto che sarei venuto? Come fa a conoscere il mio nome?
– Più domande ti fai e meno la situazione avanzerà. La soluzione del tuo rebus si trova a tre piani di distanza da noi. Coraggio, saliamo e togliamo il velo a questo mistero.
– Si. Andiamo a scoprire la verità.
Scesi dall’ascensore, i due giovani si erano trovati davanti una ragazza di bella presenza che li aspettava sull’uscio della porta.
Era la segretaria del notaio che aveva risposto pochi attimi prima al citofono.
– Accomodatevi, prego. Avviso immediatamente il signor Lemaitre del vostro arrivo. Gradite un caffè o un bicchiere d’acqua?
– No, grazie. Risposero in coro Simone e Odalys che desideravano solamente avere notizie di Philippe.
La segretaria si era allontanata imboccando un lungo corridoio e il siciliano si era soffermato a fissare l’arredamento della sala d’attesa.
Era una stanza elegante e accogliente: un massiccio parquet in legno disposto a spina di pesce ricopriva il pavimento, vasi pieni di fiori e piatti di ceramica finemente cesellati abbellivano l’arredamento, un enorme camino riempiva la parete laterale, varie poltrone colorate permettevano ai clienti di aspettare comodamente il proprio turno, decine di libri e riviste erano disposti ordinatamente sul tavolo di marmo.
– Mi segua signor Puglisi, disse la segretaria tornata dal corridoio in cui era scomparsa pochi minuti prima.
Simone prese la mano di Odalys e seguì la silhouette slanciata della donna che li guidava tra le stanze dell’ufficio.
– Prego, disse la segretaria arrivata davanti a una porta di legno massiccio socchiusa.
Un uomo di mezz’età, in piedi, era intento a leggere un librone dalla copertina rigida.
Il notaio si aggiustò gli occhiali da vista, chiuse il libro che teneva in mano, strinse la mano ad entrambi e si sedette alla sua scrivania.
– Piacere di conoscervi. Voi dovete essere Simone e Odalys.
– Il piacere è nostro, rispose Simone. Ma come fa a conoscere i nostri nomi?
– Caro signor Puglisi, il mio cliente mi ha parlato a lungo di voi e mi ha spiegato le ragioni della sua scelta.
– Cliente? Scelta? Ma di cosa sta parlando? Sbottò Simone stanco di mescolare le tessere di un insensato mosaico. Potrebbe gentilmente spiegarmi cosa sta succedendo? Dov’è Philippe?
– Ha ragione. E’ colpa mia. Sono andato troppo veloce e vi ho confuso le idee, rispose il notaio con molta pacatezza. Procediamo per ordine seguendo le disposizioni del signor Filippo Maggiorana.
– Di chi?
– Filippo Maggiorana. E’ questa l’identità della persona che conoscete sotto il nome di Philippe.
– E chi me lo garantisce? Disse il ragazzo esigendo prove tangibili che confermassero le affermazioni del notaio.
– Questa! Rispose il signor Lemaitre mostrando una fotocopia a colori. E’ la copia della carta d’identità del mio cliente.
Simone osservò attentamente il foglio e si consultò brevemente con Odalys riguardo la foto della carta d’identità. Nella foto Philippe era più giovane e meno trasandato, ma non c’erano dubbi. Si trattava dello stesso barbone dell’ospedale Saint Antoine che aveva frequentato per mesi.
Il siciliano esaminò con attenzione il documento e trovò la conferma delle informazioni fornitegli dal notaio. Si chiamava Filippo Maggiorana, nato a Foggia il 7 giugno 1920.
– Va bene. Le credo. Potrebbe spiegarmi perché mi trovo qui? Qual è il senso di tutta questa storia?
– Caro signor Puglisi, riprese il notaio, il mio compito è quello di portare a termine la missione conferitami dal signor Maggiorana. Sono un notaio e non mi occupo di spiegare o interpretare il significato delle decisioni dei miei clienti. Mi occupo soltanto di notificare, atti, lasciti, successioni, eredità, vidimare registri, validare statuti societari e molte altre operazioni che non le spiego perché rischierei di annoiarla. Nel suo caso specifico devo comunicarle le direttive del mio cliente nei suoi confronti.
– Eredità? Lasciti? Successioni? Direttive del cliente? Ma si rende conto che stiamo parlando di un clochard che possiede solamente un cagnolino e poche briciole di dignità? Disse Simone con foga e continuando a non capire.
– Spesso le apparenze ingannano, rispose il notaio mantenendo una calma serafica. Molte persone si fermano a ciò che si vede in superficie, e non accettano che la faccia nascosta della realtà possa essere radicalmente opposta a ciò che credevano.
– Grazie per la bella lezione di filosofia signor Lemaitre, disse il siciliano con tono ironico. Ma sono venuto qui per altre ragioni. Potrebbe dirmi dove si trova il mio amico?
– Capisco la sua indisposizione. Sarà sicuramente confuso da questa situazione ingarbugliata.
Procediamo con ordine. Dove si trova non lo so nemmeno io. Il signor Maggiorana è venuto nel mio studio ieri pomeriggio e mi ha pregato di consegnarle questa busta. Mi ha chiesto di comunicarle il resto delle informazioni solamente dopo la lettura della lettera. La prego, dunque, di prendere visione del documento.
Come vede la busta è sigillata con la ceralacca. E’ una lettera personale, diretta esclusivamente a lei. Io stesso non ne conosco il contenuto.
Simone prese il plico e aprì con un gesto deciso il sigillo che lo chiudeva saldamente.
Prese tra le mani il foglio contenuto nella busta e si avvicinò a Odalys per permettere alla ragazza di leggerlo insieme a lui.

Caro Simone,
Chi ti scrive questa lettera non è Philippe, il barbone trasandato e alienato che sedeva davanti all’ospedale Saint Antoine, ma Filippo Maggiorana, uno scienziato. Questa è la mia vera identità e mi scuso per avertela tenuta nascosta fino a questo momento.
Avevo raggiunto una forte notorietà in Italia grazie ad alcune scoperte in ambito fisico che hanno permesso alla scienza di fare passi da gigante.
Il contributo principale l’ho fornito nel campo della ricerca nucleare: i miei studi sui neutrini e sulle particelle atomiche hanno segnato una svolta rivoluzionaria.
Ho sempre lavorato con passione e sono sempre stato convinto che l’impegno scientifico sia essenziale per migliorare la condizione umana.
Poi è arrivata la guerra mondiale e la mia vita si è sgretolata come un castello di sabbia.
Scienziati senza scrupoli hanno utilizzato i miei studi sulla fissione nucleare per concepire un ordigno diabolico capace di liberare un’energia distruttrice paurosa e di eliminare ogni traccia di vita in un raggio di svariati chilometri: la bomba atomica.

Le mie ricerche hanno indirettamente contribuito a una delle più grandi tragedie dell’umanità.
Le bombe lanciate su Hiroshima e Nagasaki nell’agosto del 1945 portavano anche la mia firma.
Le immagini delle vittime di quei bombardamenti, i danni diretti e indiretti causati alla popolazione, il pianto di migliaia di bambini innocenti, il dolore straziante degli ustionati mi hanno perseguitato per tutta la vita. Mi sono sempre sentito e mi sento ancora adesso colpevole e responsabile di uno dei più atroci crimini contro l’umanità.
Subito dopo la guerra, ho attraversato una fase di profonda crisi. Mi svegliavo nel cuore della notte perseguitato dai volti insanguinati delle vittime e dalla voce della mia coscienza sporca che mi ricordava che la colpa di quello scempio era anche mia.
Non ho retto e ho deciso di abbandonare tutto. Ho scritto un messaggio d’addio a mia sorella Sofia, l’unica persona cara che mi restava, e ho lasciato per sempre la Puglia e l’Italia.
Ho rinunciato alla mia identità e ho fatto di Parigi il mio rifugio. Ho rifiutato il contatto con gli altri uomini perché non mi fidavo più di loro. Non credevo che quegli stessi esseri umani che avevano sganciato una bomba micidiale da un aereo  potessero essere capaci di nutrire buoni sentimenti. Loro avevano progettato e sganciato la bomba, io avevo inconsciamente preparato le basi per la sua realizzazione.
Avevo perso totalmente fiducia negli uomini e consideravo i miei simili come bestie fameliche capaci solamente di compiere nefandezze.
Continuare a vivere da alienato è stata l’unica soluzione che mi ha permesso di andare avanti. Ultimo tra gli ultimi, invisibile tra gli invisibili.
E poi sei arrivato tu, Simone, con il tuo sguardo limpido e la tua generosità. Inizialmente non mi fidavo di te perché ti consideravo cattivo, un essere capace di commettere atti orrendi come il resto degli uomini,.
Ti ho allontanato, ti ho ignorato e ti ho respinto in tutti i modi. Ho risposto con indifferenza ai tuoi gesti benevoli.
La tua perseveranza e la tua bontà d’animo hanno saputo crearsi un varco nella mia anima ferita e hanno conquistato la mia fiducia.
Mi hai dato tanto senza chiedere niente in cambio. Mi hai aiutato senza pretendere risposte e senza secondi fini. Hai trascorso le tue giornate a fare compagnia a un vecchio barbone che scarabocchiava le panchine di un parco.
Grazie di cuore, Simone. Mi hai ridato fiducia nell’uomo e mi hai insegnato ad aprire nuovamente il mio cuore al prossimo.
Chiedo scusa a te, come rappresentante dell’intera umanità, per le mie pesantissime colpe.
Ho dedicato la mia vita alla scienza affinché la vita dell’uomo migliorasse, non per farlo soffrire.
Ti cedo tutto quello che possiedo. Adesso devo andare.
Philippe.

Gli occhi di Simone e Odalys si erano riempiti di lacrime e, con sguardi increduli, rileggevano quelle frasi cercando di scoprire un significato nascosto.
Il loro amico clochard era uno scienziato. Si era auto-escluso dal mondo per punirsi e si sentiva responsabile della morte di migliaia d’innocenti.
Ma Philippe non aveva colpe, non era lui che aveva forgiato la natura umana. Era quest’ultima considerazione che faceva disperare i due ragazzi, la consapevolezza che quell’uomo si era caricato ingiustamente sulle spalle il dolore e la sofferenza dell’intera umanità.
Vedendo i due ragazzi visibilmente emozionati, il notaio gli propose un bicchiere d’acqua e dei fazzolettini. Poi riprese a parlare.
– Ragazzi, non vi chiedo cosa ci sia scritto nella lettera perché è un documento personale. Io, però, devo completare il mio lavoro.
– Non c’è bisogno, lo interruppe Simone. La lettera dice che Philippe ci lascia tutto ciò che possiede. Abbiamo già recuperato il bassotto Filou nel suo monolocale.
– Caro signor Puglisi, rispose il notaio, come le ho detto poco fa, non bisogna fidarsi delle apparenze. Filippo Maggiorana non era così povero come voleva fare credere. Non so come abbia trascorso il resto della sua vita, ma di certo ha accumulato un discreto capitale. Se mi lascia parlare le elencherò ciò che adesso appartiene a voi.
Il signor Lemaitre raddrizzò gli occhiali da vista che scivolavano sul naso sudato e cominciò a leggere un documento che aveva preso da un cassetto della scrivania.
– Io sottoscritto Filippo Maggiorana, nato a Foggia il 7 giugno 1920, nel pieno delle mie facoltà mentali e in piena libertà, decido di trasferire al signor Simone Puglisi le seguenti proprietà di mia possessione: il monolocale della rue du Petit Musc, l’appartamento avente una superficie di cento metri quadri situato sul boulevard Voltaire, nell’undicesimo arrondissement di Parigi, e la totalità delle somme contenute nel mio conto in banca per un montante totale di tre milioni di euro.
– E’ uno scherzo? Chiese Simone incredulo.
– Le assicuro che è tutto vero. Sono un vero notaio e questa non è una candid camera.
Simone e Odalys rimasero a lungo senza parole. Erano stati travolti dal peso di una verità inaspettata e non riuscivano a credere alla svolta che gli eventi avevano preso.
– Tornate quando volete per finalizzare la procedura. Basteranno pochi minuti per firmare i documenti, disse il notaio che aveva intuito l’emozione palpabile dei due ragazzi.
– Si, andiamo via per il momento. Siamo sconvolti, disse Odalys prendendo la mano di Simone.
– Torneremo presto a farle visita, concluse il ragazzo rivolgendosi al notaio. Eravamo venuti a cercare Philippe e abbiamo trovato Filippo Maggiorana, le sue inaspettate rivelazioni e un’enorme eredità. Rifletteremo sulle informazioni che abbiamo appena appreso e prenderemo una decisione al più presto.
Simone pronunciò queste parole con un filo di voce, ancora scosso dagli eventi che nelle ultime ore gli avevano cambiato la vita e uscì dallo studio notarile tenendo la sua compagna per la mano.
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La XII (e ultima) puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – X

La scomparsa

La scomparsa

Arrivato puntuale in prossimità del parco, Simone non aveva visto la sagoma curva del senzatetto e si era subito impensierito. Si era seduto una decina di minuti aspettando invano il suo arrivo.
Assalito da una crescente preoccupazione, aveva cominciato a percorrere in lungo e in largo il corridoio esterno dell’ospedale e il parco. Dove era finito il suo amico dagli occhi espressivi? Non se ne faceva una ragione. Quell’uomo era solito riposare in quel posto e la sua assenza lo inquietava. Aveva cominciato a chiedere informazioni agli altri barboni presenti in zona, ma nessuno sembrava avere notizie di Philippe.
– Posso sapere cosa stai facendo? Chiese Odalys sorpresa di trovarlo in un evidente stato di agitazione.
– Philippe è scomparso, rispose il ragazzo alzando le braccia in segno di disperazione.
– Non ti sembra di esagerare? Starà sicuramente schiacciando un pisolino sotto un albero o si starà facendo un goccetto lontano da qui.
– No, non è possibile. E’ il tipo più abitudinario che conosco e a quest’ora sta sempre seduto su quella panchina a scarabocchiare qualcosa. Anche la tua seconda ipotesi non sta in piedi perché non l’ho mai visto bere alcool o vino, replicò Simone cercando di razionalizzare la situazione e di considerare tutte le eventualità.
– Secondo me, stai precipitando le cose. Ci sarà sicuramente un ottimo motivo che giustifica la sua assenza.
– Se lo dici tu. Io, però, ho un cattivo presentimento; concluse il catanese pensieroso.
La sua apprensione si placò leggermente alla vista di Verlaine che si avvicinava in compagnia del suo inseparabile dalmata.
– Ciao amico mio, gli disse il siciliano contento di incontrarlo. Non è che per caso hai notizie di Philippe? Non si è fatto vivo tutto il giorno e nessuno sembra averlo visto.
– Cercavo proprio te, Simone. Ho due notizie da darti, una riguarda me e l’altra Philippe.
Per quanto mi riguarda, ho riflettuto a lungo alle discussioni che abbiamo fatto insieme e sono giunto alla conclusione che hai ragione tu. Non si può sperare di cambiare la società ponendosi ai suoi margini e rifiutandola in blocco. Bisogna impegnarsi, raccogliere critiche edificanti e trasformarle in azioni concrete, incontrare altra gente, confrontare punti di vista diversi, pianificare le tappe di una radicale riforma del sistema. Ho deciso di abbandonare la vita da escluso e alienato che ho intrapreso e di collaborare con quegli uomini che credono che un mondo migliore sia possibile. La mia idea è quella di creare un’associazione di persone capaci di partorire idee innovative finalizzate al bene della collettività e, magari, un domani ostacolare le politiche vigenti, figlie di loschi personaggi corrotti e senza scrupoli.
La mia maturazione mentale è stata graduale e si è realizzata soprattutto grazie a te. Sei tu il demiurgo che ha plasmato le idee confuse nella mia testa e ha creato un uomo nuovo in grado di ragionare e di credere in un possibile cambiamento. Grazie!
– Sono felicissimo! Sapevo che saresti ritornato sui tuoi passi. Sei un tipo troppo intelligente per rinunciare a lottare. Adesso ti prego dammi notizie di Philippe.
– Ah si, quasi dimenticavo. Ho incontrato ieri sera il tuo amico, seduto sulla solita panchina. Mi ha chiesto di darti questa busta.  Ho cercato di ottenere maggiori informazioni, ma non ha detto niente a parte il tuo nome. Lo sai meglio di me, parlare con lui è quasi impossibile.
Simone aprì il plico e lo esaminò attentamente. Si aspettava di trovare una lettera o un messaggio che giustificasse l’assenza del suo compagno. La busta bianca, invece, conteneva una chiave e un foglietto che il ragazzo prese tra le mani in cerca di risposte.
Era un indirizzo: 12 rue du Petit Musc, 75004, codice AB25A, scala C, sesto piano, porta centrale.
– Grazie Verlaine, sei stato prezioso. Devo scappare adesso. In bocca al lupo per la tua nuova avventura, disse Simone prendendo per mano Odalys e dirigendosi velocemente verso la rue du faubourg Saint Antoine.

Il siciliano aveva fermato un taxi e aveva mostrato al conducente l’indirizzo impresso sul cartoncino.
– E’ molto distante? Chiese Simone all’attempato taxista.
– Non è molto lontano da qui. Arriveremo in un quarto d’ora, rispose il conducente mostrando il tragitto sullo schermo del navigatore.
– Non perdiamo tempo. Vada più veloce che può, per favore. E’ importante.
La Mercedes grigia era partita sgommando e, zigzagando nel caos del traffico parigino, aveva raggiunto la rue du Petit Musc in breve tempo.
– Grazie per la corsa, disse il catanese porgendo un banconota da venti euro.
– In bocca al lupo, ragazzo.
Simone e Odalys si ritrovarono davanti a un portoncino verde affiancato da una tastierina in metallo.
Dopo aver verificato che si tr attasse del numero civico esatto, Simone  compose il codice sulla tastiera del digicode e spinse il portone che sbarrava l’accesso.
Penetrati all’interno, si guardarono intorno e osservarono con stupore la ricchezza delle decorazioni che abbellivano l’ingresso: rigogliose fioriere, eleganti specchi, mobili in legno pregiato, lampadari finemente rifiniti e tappeti variopinti.
La scala C era la scala di servizio e non era dotata dello stesso fasto che caratterizzava l’entrata del palazzo.
Una malandata rampa di scale in legno permetteva l’accesso a una zona dell’edificio occupata da piccoli appartamenti.
Come la maggior parte degli edifici nobiliari risalenti agli inizi del XIX secolo, il palazzo comprendeva una zona destinata alle chambres de bonne, minuscole stanze utilizzate per ospitare la servitù che all’epoca lavorava nelle ricche case adiacenti.
Quelle insalubri camerette, che un tempo ospitavano i domestici reclutati per occuparsi delle mansioni domestiche, accoglievano adesso studenti squattrinati e lavoratori sottopagati in grado di permettersi solo quel tipo di alloggio.
I due ragazzi arrivarono al sesto piano con il fiatone. Simone recuperò velocemente la chiave che custodiva nella tasca anteriore del jeans e la infilò nella serratura della porta centrale; una porta anonima, semplice e priva di ogni indicazione relativa all’identità dell’occupante.
Il ragazzo aprì la porta. La stanza era immersa nella penombra.
Cercò l’interruttore sul muro ma il contatto elettrico sembrava non funzionare e la
camera rimase avvolta dall’oscurità.
Si diresse verso la finestrella da cui penetravano fiochi raggi di sole e la spalancò per permettere alla luce di illuminare l’appartamento.
Simone e Odalys rimasero a bocca aperta alla vista dell’insolito spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi increduli.
Le pareti bianche, il parquet del pavimento, il soffitto, le finestre e persino i mobili erano ricoperti di strani simboli.
Avvicinandosi alla parete, Simone riconobbe le enigmatiche formule matematiche che Philippe era solito scrivere sulla panchina dell’ospedale.
Parentesi tonde, quadre e graffe, polinomi a più variabili, equazioni e funzioni algebriche ricoprivano l’esigua superficie della stanza e le conferivano l’aspetto di un mausoleo egizio tappezzato da geroglifici indecifrabili.
Oltre alle formule matematiche, il giovane catanese riconobbe anche alcuni legami chimici e varie leggi della fisica che aveva studiato in gioventù; tuttavia i suoi ricordi liceali non erano tali da permettergli di capirne il significato.
La stanza, che misurava una quindicina di metri quadrati, era dotata di un ridottissimo angolo cucina che si traduceva in un cucinino elettrico e un minuscolo lavandino.
Lo scarno arredo era costituito da un divano polveroso, un comodino, una sedia pieghevole e un tavolo posto al centro dello spazio abitabile.
L’attenzione di Simone fu attirata da un biglietto posto sopra il tavolo, un cartoncino bianco situato perfettamente al centro.
A parte i pochi elementi d’arredamento, quel biglietto era l’unico oggetto di tutta la stanza.
Non c’erano libri o quaderni, non c’era una televisione o una radio, non c’erano vestiti o scarpe, non c’erano quadri, non c’erano lampade. Solamente un cartoncino bianco.

Simone prese il biglietto fra le mani e si rese conto che si trattava di un biglietto da visita:
Fabien Lemaitre – Notaire – 25, rue de Turenne – 75004 Paris.
– Cosa c’è scritto? Chiese Odalys fissando il cartoncino.
– E’ l’indirizzo di un notaio. Philippe lo ha lasciato sopra il tavolo affinché lo trovassimo. E’ la nostra prossima destinazione, rispose Simone con un’espressione interrogativa.
– Ma che c’entra un notaio con un senzatetto? Sembra tutto così assurdo!
– Io pensavo che Philippe non avesse nemmeno una casa. Invece possiede questo piccolo monolocale.
– Ma dove si è andato a cacciare? E perché l’indirizzo di un notaio?
– Sono le stesse domande che mi pongo. L’unica soluzione è andare subito in rue de Turenne. Possiamo raggiungerla a piedi in poco tempo.
Sulla soglia dell’appartamento, Simone e Odalys furono incuriositi da un rumore proveniente da una porticina a cui non avevano fatto caso fino a quel momento.
Era la porta del bagno che includeva solamente il water e il lavandino. Rannicchiato ai piedi del gabinetto, un bassotto scodinzolava di gioia per l’arrivo dei due ragazzi.
– E’ Filou! Esclamò Simone prendendolo in braccio.
– Povero cucciolo! Aggiunse Odalys inteneritasi davanti al cagnolino. Portiamolo con noi. Non possiamo lasciarlo qui.
– D’accordo. Ora muoviamoci, non c’è tempo da perdere.
– Immagino che stiamo correndo dal notaio, lo interrogò in maniera retorica la ragazza.
– Certo. Voglio sapere cosa è successo.
– Mi dispiace arrestare la tua emozionante caccia al tesoro, ma a quest’ora il tuo notaio ha lasciato lo studio già da un pezzo. Dovrai aspettare fino a domani per svelare l’arcano mistero.
– Che stupido! Non mi ero reso conto che si è fatto tardi.
– Calmati e sii paziente. Tra poche ore otterrai le risposte che cerchi.
– Hai ragione. In ogni caso non possiamo far niente fino a domani.
– Si, torniamo a casa. Dicono che la notte porti consiglio.
– Allora andiamo a farci consigliare dalla notte.
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La XI puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – IX

Un pomeriggio ai giardini

Un pomeriggio ai giardini

Simone e Odalys erano usciti dall’ospedale Saint Antoine e si erano fermati alla stazione di taxi più vicina.
– Non oso proporti di prendere un Velib’, disse il ragazzo mettendo una mano sulla spalla della giovane cubana. Suppongo che non avresti le forze di pedalare fino al quartiere latino.
– Supponi male, caro mio, rispose la ragazza ritrovando la sua naturale freschezza. Fare un pò di movimento fisico mi farà bene. In più oggi il cielo è terso e la giornata tiepida.
– Perfetto. Allora montiamo in sella!
Il siciliano eseguì un paio di operazioni sullo schermo tattile della postazione di noleggio, diede una rapida occhiata alla mappa dell’arrondissement e staccò due biciclette grigie dalle colonnine d’attracco.
Si occupò di regolare l’altezza dei sellini, mentre la sudamericana si tolse il camice bianco e lo sistemò nel cestino metallico.
– Seguimi. Ho studiato il percorso per arrivare velocemente a destinazione, disse il catanese.
– Quale destinazione? Chiese Odalys prima di montare in sella alla bici.
– I giardini del Lussemburgo. E’ il luogo ideale per rilassarsi e togliersi di dosso una dura giornata di lavoro.
– Ottima scelta. Adoro quel parco e tra l’altro non ci vado da molto tempo.
Il ragazzo aveva cominciato a pedalare e, di tanto in tanto, si voltava per controllare la sua compagna. Le aveva raccomandato di procedere in fila indiana ricordandole che guidare una bicicletta nel bel mezzo del traffico parigino può rivelarsi pericoloso.
L’affascinante cubana aveva rispettato quella regola per i primi dieci minuti di tragitto.
Poi, spinta dalla voglia di dialogare, si era affiancata a Simone e lo aveva interrogato sull’incontro precedente.
– Chi erano quei due senzatetto con cui parlavi?
– Due tipi particolari che ho conosciuto mentre ti aspettavo. Il ragazzo, quello che si fa chiamare Verlaine, è un tipo molto eccentrico. E’ diventato clochard per scelta. La sua è una sorta di protesta contro la società, un rifiuto estremo del sistema, il suo modo di opporsi alle ingiustizie sociali e al consumismo dilagante. Le sue idee possono essere condivise, ma la sua scelta è eccessivamente radicale. Ho cercato di farlo riflettere e gli ho spiegato che la sua presa di posizione non contribuirà a cambiare le cose. E’ molto giovane e sta attraversando una fase rivoluzionaria della sua vita. Penso che il tempo lo porterà a riflettere in maniera più razionale sul peso della sua scelta e tornerà sui suoi passi.
– E l’altro? Aveva chiesto Odalys mostrando grande interesse per il racconto di Simone.
– L’altro si chiama Philippe. Un tipo stranissimo. E’ rimasto per tutto il tempo seduto sulla panchina a scrivere strane formule matematiche e simboli algebrici. Ho provato a instaurare un dialogo con lui ma non ha funzionato. Verlaine mi ha spiegato che parla pochissimo e lo fa solamente con le persone di cui si fida ciecamente.
– E’ assurdo. Disse la ragazza approfittando di una sosta a un semaforo. Incrocio queste persone tutti i giorni e non mi sono mai interessata alle loro vite. I medici, gli infermieri, i parenti dei pazienti e i semplici passanti non fanno caso ai tanti disperati che sostano nel parco davanti all’ospedale. La colpa è del ritmo frenetico che questa città ci impone. La gente, accecata dagli impegni di lavoro e dal proprio egoismo, va sempre di fretta e con il suo atteggiamento trasforma queste povere persone in sagome invisibili.
Tu, invece, sei diverso. Sei stato capace di andare verso di loro e di interessarti alle loro vite.
– Non esagerare adesso. Ho solo scambiato due parole.
– Sei dotato di una grande sensibilità. Ho percepito subito questa tua splendida qualità quando ti ho visto sul battello. Non so come spiegartelo, te l’ho letto negli occhi, nel tuo sguardo puro, nella tua espressione limpida. Ho sentito una sorta d’affinità elettiva nei tuoi confronti.
Magari non credi che certe cose siano possibili, ma è ciò che ho provato quando ti ho visto.
– Si, ci credo. Altrimenti non sarei nemmeno venuto all’appuntamento al centro Pompidou. Adesso risparmia il fiato per il resto del tragitto e dammi un bacio, disse il ragazzo che si era fermato a un ennesimo semaforo rosso.
I due innamorati si scambiarono un lungo bacio carico di sentimento fino allo scattare del verde. Incalzati dai clacson delle auto, staccarono di malavoglia le loro labbra saldate.
Posteggiarono le bici in una stazione del boulevard Saint Michel e percorsero a piedi i pochi metri che li dividevano dal parco.
– Eccoci ai giardini del Lussemburgo, un angolo di paradiso nel cuore di Parigi. Vedrai che ti dimenticherai di tutto passeggiando all’ombra di questi enormi alberi.
– Ne ho proprio bisogno. Ho avuto una giornata da incubo.
Simone e Odalys entrarono a braccetto dall’ingresso principale e sostarono qualche istante davanti alla statua del fauno Pan intento a suonare un corno.
Attraversarono il viale centrale osservando con spensieratezza le decorazioni, le statue rappresentanti figure della mitologia greca, i busti di regine e principesse francesi, gli omaggi scultorei a personaggi illustri come Beethoven e Baudelaire e la vegetazione lussureggiante.
La ragazza sudamericana si era seduta sul bordo della grande fontana centrale e aveva chiesto a Simone di fare una piccola sosta.
Erano tantissimi i parigini che in quel tiepido pomeriggio di maggio si erano recati ai giardini per distrarsi e rilassarsi: molti leggevano un giornale o un libro, altri fissavano semplicemente il gradevole paesaggio, altri ancora consumavano uno spuntino frugale.
L’attenzione del giovane siciliano era stata attirata dalle barchette colorate che solcavano le acque della fontana zigzagando tra cigni e papere.
Tante imbarcazioni a vela, spinte da un leggero vento primaverile, attraversavano il piccolo bacino da una parte all’altra.
Un gruppo di bambini festanti teneva in mano lunghi bastoncini di legno e aspettava pazientemente l’arrivo della propria barchetta. Ogni bambino si avvicinava alla sponda della fontana e, con un movimento rapido e preciso, spingeva il proprio giocattolo galleggiante affidandolo al soffio del vento.
Ipnotizzato da quello spettacolo fatto di allegre grida di incitamento e colori, Simone aveva dimenticato il caos cittadino.
– Se vuoi possiamo spostarci. Qui c’è troppa gente, disse Odalys indicando la moltitudine di famiglie, studenti e passanti che sfilava davanti ai loro occhi.
– Hai ragione. Continuiamo a camminare. La parte più interna dei giardini è più tranquilla.
Passarono davanti ai campi da tennis, sorrisero ai bambini che cavalcavano felici i cavalli delle giostre, salutarono un gruppo di pensionati che giocava a bocce e si fermarono davanti a una statua isolata.
– Hai visto Simone? Disse la ragazza. E’ una copia della statua della libertà.
– Si. La conosco. E’ stata regalata alla Francia dallo scultore Augusto Bartholdi, l’autore della statua di New York. Sai non è la sola statua della libertà di Parigi: un’altra riproduzione, ben più grande di quella che vedi qui, si trova sull’ile des cygnes, all’altezza del ponte di Grenelle.
– Se ne imparano di cose con te!
– Ho dovuto ingoiare un librone di storia dell’arte per ottenere il posto di guida da crociera.
– I risultati dei tuoi studi sono ottimi. Conosci la città a menadito!

Seduti all’ombra di un grande platano, i due ragazzi parlarono a lungo e il discorso tornò sulla situazione cubana.
Odalys aveva parlato della sua infanzia spensierata lungo le spiagge della Havana sorseggiando latte di cocco e gustando manghi freschi, aveva vantato la semplicità e la dignità del suo popolo e aveva concluso deplorando la situazione attuale del paese.
La ragazza, che inizialmente aveva difeso a spada tratta il regime comunista vigente, aveva assunto una posizione più lucida e ammetteva le pecche di quel sistema.
– Sono contento che anche tu sia consapevole delle evidenti falle della struttura governativa. Immaginare un progetto politico socialista che permetta una società più equa è una cosa, realizzarlo concretamente è un’altra, aveva spiegato Simone.
– Si. E’ come dici tu. Cuba trabocca di contraddizioni: il governo ci garantisce l’istruzione, i servizi sanitari e l’alimentazione gratuita ma i cittadini sono privati delle libertà fondamentali e dei diritti essenziali.
Ai cubani non è permessa la libera impresa perché ogni attività è gestita dallo Stato, non possono uscire dal territorio senza un permesso speciale, entrare nei luoghi riservati ai turisti, accedere alla maggior parte dei siti internet, acquistare una casa o un’auto perché il loro costo è inaccessibile a ogni cittadino, i dissidenti vengono arrestati e imprigionati per anni.
La povertà dilaga come un cancro lasciandosi alle spalle miseria e disperazione. Esistono due monete, il pesos cubano e il dollaro americano, ed esistono due pesi e due misure. I cubani guadagnano pochi pesos al mese e il loro potere d’acquisto è irrisorio per usare un eufemismo.
– Però i cubani sono un popolo fantastico, disse Simone cercando di infondere un pò di ottimismo alla ragazza. Sono sempre cordiali, allegri, sorridenti e socievoli.
– Adoro la mia gente. Sai, il mio sogno è quello di tornare a Cuba, almeno per qualche anno, è realizzare un grande ospedale per aiutare il mio popolo. Naturalmente non ho i soldi per farlo.
–  E’ un bellissimo progetto! Magari un giorno avrai la possibilità di realizzarlo. Devi solo sperare.
– Si dice che la speranza è l’ultima a morire, aggiunse la ragazza con un certo fatalismo.
– Preferisco pensare che la speranza sia un’alba incerta, una luce lontana; rispose Simone con una luce particolare nello sguardo.
– Bella frase! E’ tua?
– Non proprio. Diciamo che è di un mio amico.

Sei mesi erano passati rapidamente e i gelidi soffi invernali erano arrivati puntuali. La relazione amorosa tra Simone e Odalys si era rafforzata con il passare del tempo e il solo fatto di passeggiare, mano nella mano, tra le vie di Parigi li rendeva felici.
Un sentimento dolce e inaspettato aveva sorpreso i due ragazzi diventati inseparabili e dipendenti l’uno dell’altro.
Le passeggiate lungo i viali dei giardini del Lussemburgo, le banchine del canale Saint Martin o l’isola dei cigni erano un piacere al quale non avrebbero rinunciato per nulla al mondo.
Terminato il lavoro di guida a bordo del battello, Simone si recava sistematicamente davanti all’ospedale ad aspettare la sua compagna.
Odalys terminava le sue giornate di lavoro con l’impressione che il dolore dell’umanità gravasse sulle sue spalle, ma riusciva a scrollarsi questo peso di dosso e a ritrovare il sorriso dentro l’abbraccio del giovane siciliano.
Le lunghe attese davanti all’ingresso dell’ospedale Saint Antoine, avevano permesso a Simone di conoscere meglio i personaggi che popolavano il parco vicino.
Il ragazzo aveva avuto modo di discutere nuovamente con Verlaine, il giovane diventato clochard per scelta. Aveva scoperto che il suo soprannome derivava dalla passione per l’assenzio che si faceva recapitare direttamente da un amico di Praga.
Seduti all’ombra di un maestoso pino, avevano discusso a lungo dei valori dissoluti della società odierna e della necessità di rivoluzionare il sistema vigente. Nessuno dei due aveva cercato di convincere l’altro della propria opinione, ma avevano trovato numerosi punti in comune nel loro modo di vedere le cose. Entrambi identificavano la patologia sociale nella sconsiderata accumulazione capitalistica e nella mancanza di rispetto degli uomini verso i propri simili: un miscuglio letale d’egoismo e avidità alimentato da cattiveria e indifferenza.
Simone si era legato particolarmente a Philippe e, giorno dopo giorno, aveva guadagnato la sua fiducia.
Il ragazzo aveva imparato il linguaggio del senzatetto, fatto di sguardi ed espressioni facciali, e lo aveva osservato con interesse mentre ricopriva di simboli matematici le panchine del parco.
Aveva scoperto che le sue origini erano italiane. Il clochard barbuto, infatti, non parlava quasi mai, ma quando lo faceva utilizzava la stessa lingua madre di Simone.
Il catanese aveva preso l’abitudine di dividere il suo pasto con Philippe e lui aveva proferito le sue prime parole “Grazie”, “Buono” o ancora “Sei gentile”.
Tuttavia quel misterioso personaggio sembrava preferire il linguaggio gestuale alle parole.
Non aveva mai risposto alle domande relative alla sua identità e agli eventi che lo avevano portato alla situazione di degenza.
Le uniche parole uscite dalla sua bocca erano gli apprezzamenti per il cibo ricevuto, un timido “Ciao” con cui salutava il suo amico siciliano e “Filou” il nome del suo inseparabile bassotto.
Il ragazzo aveva rispettato il suo silenzio e non aveva insistito con gli interrogativi sulla sfera privata. Era una questione di rispetto della dignità umana. Se non voleva parlare sicuramente aveva i suoi buoni motivi.
Philippe parlava poco, ma ascoltava molto. Il giovane siciliano gli aveva aperto il cuore e gli aveva raccontato gli eventi salienti della sua vita: l’abbandono doloroso dell’odiata-amata isola, l’arrivo a Parigi, le difficoltà dei primi anni, i primi amori tormentati, le esperienze lavorative, le differenze culturali con i francesi, l’incontro con Odalys, le speranze e i progetti per il futuro.
Le parole del catanese rallegravano e riempivano le giornate del senzatetto poggiandosi sulla panchina di pietra come pioggia sulla terra arida.
Philippe non rispondeva con le parole ai racconti del suo amico, ma esprimeva interesse e partecipazione con sguardi che valevano più di mille frasi.
Simone si era affezionato a quell’uomo umile, capace di comunicare con gli occhi, che condivideva con lui i pomeriggi trascorsi in attesa di Odalys.
Oltre al pasto quotidiano, il ragazzo gli aveva fatto dono di tante altre cose, nei limiti delle sue possibilità: una coperta di lana per ripararsi dal freddo, una cartina dell’Italia sperando che stimolasse i suoi ricordi, numerosi libri di matematica e algebra, una radio e varie scatole di croccantini per il cagnolino.
Una vera e propria relazione simbiotica si era instaurata tra loro. Appena entrato nell’area del complesso ospedaliero, Simone cercava la panchina su cui sedeva il suo amico intento a scrivere indecifrabili sistemi alfanumerici.
Fino a quella calda mattina di Agosto quando la panchina rimase vuota…
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La X puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – VIII

Un incontro inaspettato

Un incontro inaspettato

Simone aveva terminato il suo turno nel primo pomeriggio e, come convenuto con Odalys, si era recato all’ospedale Saint Antoine.
Percorrendo a piedi le vie di Parigi, che si dipanavano come arterie sanguigne, aveva raggiunto il dodicesimo arrondissement.
L’ospedale si trovava sulla stessa strada che ospita il Barrio Latino e, passando davanti all’imponente facciata del locale cubano, i ricordi della serata precedente erano riaffiorati nella mente del ragazzo: le danze, gli sguardi, i ritmi frenetici, l’atmosfera frizzante e soprattutto i baci appassionati con la sudamericana.
Giunto in prossimità della struttura ospedaliera, lo stato d’animo di Simone cambiò radicalmente.
Attraversando i lunghi corridoi che collegano la rue du Faubourg Saint Antoine all’edificio principale dell’ospedale, Simone osservava lo scenario desolante che si presentava ai suoi occhi.
Numerosi ammalati deambulavano negli spazi aperti al pubblico trascinandosi dietro le flebo gonfie di liquidi necessari alla cura, gruppi di barboni riposavano sulle panchine dopo un lungo peregrinare in cerca di misericordia, alcuni membri del personale medico stavano seduti nel parco vicino per consumare un panino o fumare una sigaretta.
Incalzato da un crescente senso di solitudine, Simone accelerò il passo e raggiunse il banco informazioni dove si trovava una ragazza intenta a fissare lo schermo di un computer.
Assorta nel suo lavoro, la giovane non si era accorta della presenza di un visitatore in attesa di risposte. Il siciliano era rimasto qualche istante a osservarla: capelli neri, corti e lisci, viso piccolo, quasi non truccata e senza gioielli.
Di tanto in tanto, piccole rughe comparivano tra le sue sopracciglia conferendogli un’espressione seria.
– Buongiorno.
– Buongiorno, rispose la receptionniste interrompendo il suo lavoro.
– Cerco una ragazza chiamata Odalys. Mi ha detto che lavora al pronto soccorso.
– Si, la conosco. E’ la ragazza cubana. Non l’ho ancora vista uscire. Sicuramente ha dovuto prolungare il turno per un’urgenza. Le consiglio di aspettare. Può sedersi qui se vuole, disse la ragazza indicando un paio di sedie poco distanti dalla sua postazione.
– Grazie mille. Aspetterò che esca.
Simone si mise a camminare lungo il corridoio interno per ingannare l’attesa e osservò attentamente il viavai di medici, infermieri, assistenti, pazienti e parenti,
un flusso incessante di persone che si spostava da una parte all’altra dell’edificio lottando contro il tempo.
Non si sentiva a suo agio all’interno dell’ospedale. Da bambino, a soli sette anni, era stato ricoverato per circa un mese a Catania per un’infezione polmonare e, da allora, aveva sviluppato una vera e propria fobia. Ogni volta che metteva piede in un ospedale i ricordi sgradevoli di quel periodo riaffioravano dal passato.
I prelievi sanguigni quotidiani, l’obbligo di restare chiuso in una stanza angusta, l’odore pungente dell’alcool etilico e gli sguardi severi degli infermieri avevano segnato un mese della sua infanzia.

L’attenzione di Simone fu attirata dalla vibrazione del suo cellulare che lo avvisava dell’arrivo di un nuovo messaggio.
Era Odalys che lo informava del ritardo a causa di un’emergenza e lo invitava ad aspettare.
Il catanese era ritornato sui suoi passi e, attraversata la porta automatica, era uscito nell’area esterna al complesso ospedaliero.
Si era seduto sulla panchina vicina al parco per osservare il panorama umano che scorreva davanti ai suoi occhi.
Il numero dei clochards sembrava essere aumentato e Simone rifletteva sulla triste condizione di chi non ha più un tetto sopra la testa.
Parigi è piena di anime invisibili agli occhi della città, avvolte in un cerchio di solitudine, abbandonate al loro destino, ignorate dai passanti indaffarati a fare shopping e confusi dal turbine vorticoso della metropoli.
Persone sole e alienate, vittime dell’accanimento del destino, beffate dalla vita che gli ha tolto tutto, si affidano alla solidarietà umana per sopravvivere e salvaguardare le briciole di dignità rimaste.
Il suo sguardo si era posato su un senzatetto seduto poco lontano. Un uomo di una settantina d’anni, robusto, con una barba folta, un poco trasandato e con un cagnolino sotto il braccio. Sparsi accanto a lui si trovavano i suoi soli averi: uno zainetto, un piattino destinato alle offerte dei passanti, una coperta e un paio di libri.
L’uomo aveva una penna in mano e stava scrivendo qualcosa sulla panchina su cui sedeva.
Il giovane siciliano aveva fissato per una decina di minuti la sagoma di quell’umile personaggio e si era avvicinato per depositare qualche moneta nel piattino.
– So che non è tanto, disse Simone fissando il clochard che continuava a usare la penna sulla panchina.
Gli occhi vivaci del barbone incrociarono rapidamente lo sguardo di Simone che sembrò interpretare un cenno di ringraziamento.
– Spero che ti permetterà di mangiare, aggiunse invitando il suo interlocutore al dialogo.
Il vagabondo sconosciuto non rispose e mantenne lo sguardo fisso sui simboli che nascevano dalla sua scrittura.
Incuriosito da quella strana occupazione, il ragazzo si avvicinò ulteriormente per carpire il messaggio o il significato dei tratti che prendevano forma dai movimenti frenetici della mano del clochard.
Disseminati sull’intera superficie della panchina, centinaia di simboli matematici si rincorrevano tra loro e disegnavano una trama misteriosa.
La matematica non era mai stata il suo forte, ma antiche reminiscenze liceali gli consentirono di identificare alcune equazioni, simboli algebrici e formule di vario tipo.
Tuttavia non sapeva cosa potesse significare quella successione di simboli e numeri.
– Ti piace la matematica a quanto pare, disse Simone sperando in una risposta chiarificatrice.
Il senzatetto, intento a disegnare una serie di radici quadrate, non gli rivolse nemmeno uno sguardo.
– Comunque io mi chiamo Simone. E tu? Chiese il catanese azzardando un ennesimo tentativo di comunicazione.
La sua domanda si perse nel vuoto. Cominciò a pensare che quell’uomo fosse fuori di testa e che i simboli sparsi sulla panchina fossero solamente il frutto di una patologia mentale.
– Si chiama Philippe, disse una voce dietro di lui.
Era un altro clochard. Molto più giovane del primo, meno trasandato e seguito da un piccolo dalmata.
– Io mi chiamo Jacques ma gli amici mi chiamano Verlaine, aggiunse il giovane.
Alto, biondo, dai tratti regolari, a prima vista non sembrava un senzatetto.
– Piacere di conoscerti Verlaine. Sai cosa sta scrivendo?
– Passa le giornate a scarabocchiare strani geroglifici. Non ho idea del loro significato.
– Non parla?
– Parla pochissimo e, prima di farlo, deve fidarsi della persona che ha davanti.
Io so soltanto che si chiama Philippe e che è un tipo in gamba, non ha mai dato fastidio a nessuno.
– Capisco. Tu, invece, come mai ti trovi in questa situazione? Sei così giovane.
– La mia storia non ha nulla a che vedere con i tanti barboni che vedi intorno.
– Che vuoi dire?
– La mia è una scelta. So che una persona normale e integrata nel sistema sociale, non capisce e non accetta il mio modo di pensare. Ho deciso consapevolmente di fare questa vita e di lasciarmi tutto alle spalle.
– Io rispetto la tua decisione, disse Simone con un espressione benevola.
– I miei genitori sono vivi, benestanti e abitano nel sud della Francia. Mio padre dirige un’importante azienda di alta moda. E’ molto conosciuto nel suo ambiente. Il mio futuro sarebbe stato brillante se avessi accettato di riprendere le redini dell’azienda e gestire il patrimonio familiare.
– E invece sei scappato dal benessere e dalla vita in discesa che la tua famiglia ti offriva.
– Non sono scappato! Come ti ho appena detto, la mia è stata una scelta lucida. Sono cresciuto a contatto di gente superficiale e frivola, gretti personaggi capaci di giudicarti sulla base del tuo conto in banca, interessati solamente a quello che hai e non a quello che sei.
I sorrisi falsi e ipocriti, l’avido materialismo, la povertà spirituale di queste persone mi ha disgustato. Mi sono reso conto che la società capitalistica odierna è una realtà fallimentare. L’ho rifiutata e ne sono uscito.
Verlaine aveva interrotto il suo racconto per rullarsi una sigaretta.
– La odi così tanto questa società?
– Non la odio. Semplicemente non la accetto. Lo squallido risultato di una società basata sul consumismo e sul Dio denaro è sotto gli occhi di tutti: il misero spettacolo di milioni di esseri umani che fanno a gara per avere tra le mani il telefonino all’ultimo grido, una moltitudine di figli di papà che aspetta avidamente il fatidico momento in cui l’ultimo modello dell’Iphone sarà finalmente in vendita ignorando la miseria che li circonda.
Il modello sociale creato a suon di marketing lobotomizzante e pubblicità scintillanti ha partorito dei mostri che pensano di valere più per quello che possiedono che per quello che sono, più per l’avere che per l’essere, più per gli oggetti che sfoggiano che per le proprie idee. Questo schifo non fa per me, fratello. Lo lascio a voi, concluse Verlaine portando alla bocca la sigaretta.
– Capisco perfettamente le tue ragioni. Ma non pensi che con la scelta che hai fatto continui a far parte passivamente della società che hai rifiutato in blocco? In questo modo la subisci e diventi vittima delle scelte degli altri. Non sarebbe meglio impegnarsi e lottare per cambiarla questa società che tanto disprezzi?
– La fai troppo semplice, amico. Però mi piace il tuo modo di pensare. Se ci incontriamo di nuovo potremo continuare a scambiare il nostro punto di vista.
Il catanese aveva risposto con un sorriso accondiscendente all’invito del giovane clochard.
– Ti sei fatto dei nuovi amici?  Chiese Odalys che arrivava da dietro.
– Ciao bella! Ti presento Verlaine e Philippe.
Il più giovane dei due aveva alzato una mano per salutare, Philippe era rimasto assorto nei suoi calcoli matematici.
– Ciao. Piacere di conoscervi, disse Odalys che indossava ancora il camice bianco.
Poi rivolgendosi a Simone con un’aria stanca lo invitò ad allontanarsi.
– Sono distrutta. Ho avuto una giornata durissima. Ho bisogno di svagarmi per somatizzare tutto il dolore che ho visto oggi.
– Tranquilla. Conosco un posto che ti farà rilassare. Questa volta sarai tu a seguire me, disse Simone prendendole la mano.
– Dove andiamo?
– Seguimi e fidati.
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La IX puntata tra cinque giorni…

Una storia parigina – VII

Un ballo al tramonto

Un ballo al tramonto

Odalys aveva preso la mano di Simone che, sorpreso dall’audacia della ragazza cubana, si lasciava guidare per le vie di Parigi.
Il giovane catanese, euforico per l’inattesa avventura che stava vivendo, osservava la ville lumière con uno sguardo nuovo: quella che solitamente vedeva come una metropoli affollata, caotica e trafficata era diventata una romantica città capace di far convivere popoli e razze diverse in un magico equilibrio.
La forte luminosità di quell’assolato pomeriggio di maggio e lo stato di trance estatica in cui Simone era piombato, avevano conferito una luce particolare a ogni singolo elemento urbano. Fontane, statue e palazzi rilucevano di uno strano bagliore.
Un sorriso compiaciuto si era stampato involontariamente sul viso del ragazzo che rivolgeva sguardi languidi ai passanti.
Dopo un periodo tormentato e difficile, Simone si trovava a passeggiare tra le vie di Parigi senza meta, in compagnia di una perfetta sconosciuta, e soprattutto senza pensieri negativi per la testa.
Avevano da poco superato il Pont d’Arcole, quando Odalys gli rivolse una domanda.
– Ti va se passiamo dal lungo-Senna?
– Va bene. Io adoro osservare il fiume da vicino.
– Anche io! Vado spesso a passeggiare lungo le banchine della Senna se devo prendere una decisione difficile o affrontare una situazione delicata. Le sue acque mi aiutano a calmare i miei impulsi e ad essere più razionale.
– Non sempre essere razionali aiuta a prendere la migliore decisione.
– Forse hai ragione. In ogni caso, osservare l’incessante scorrere del fiume mi aiuta a riflettere, disse Odalys assumendo un’espressione seria.
– Ti capisco perfettamente. La Senna mi fa lo stesso effetto…e mi porta anche fortuna, aggiunse Simone stimolando volutamente la curiosità della ragazza cubana.
– In che senso?
Continuando a seguire il passo deciso e gli ancheggiamenti regolari della giovane sudamericana, Simone aveva cominciato a raccontare gli eventi che lo avevano portato a occupare il posto di guida da crociera: la passeggiata sulla neve, la scoperta inattesa dell’annuncio dei Bateaux Parisiens, la chiamata di Madame Tivolier, il colloquio e la formazione con il simpatico napoletano.
– Che bella storia! Come dicono qui in Francia “le hasard fait bien les choses” (il caso fa le cose per bene), aveva esclamato Odalys rallentando il passo.
– Sembra una tela colorata tessuta dal destino.
– E io faccio parte di questa tela?
– Beh! Suppongo di si, visto che ti ho conosciuto sul posto di lavoro ovvero sul battello, rispose Simone sfidando la sfrontatezza della ragazza. Non ho fatto che parlare durante tutto il tragitto. Parlami di te, aggiunse guardandola fisso negli occhi.
– Non c’è tempo. Siamo arrivati al famoso marciapiede! Esclamò Odalys indicando una zona del lungo-Senna animata da coppie di ballerini che si scatenavano in danze indiavolate.

Erano giunti sul Quai Saint Bernard, all’altezza della piazzetta Tino Rossi decorata da sculture contemporanee, luogo prediletto dagli appassionati di salsa e tango.
Le sere di primavera e d’estate, quando un tiepido sole si riflette sui flutti della Senna, un’allegra moltitudine di ballerini invade i marciapiedi per ballare al ritmo frenetico delle musiche sudamericane.
Chi non sa ballare gusta semplicemente la frizzante atmosfera del posto contemplando una splendida cartolina vivente.
Da questa posizione privilegiata, che si estende dal ponte di Sully al ponte di Austerlitz, ballerini e spettatori godono di una splendida vista panoramica sull’isola Saint Louis.
Simone osservava incantato le pose plastiche e le posizioni simmetriche assunte dai ballerini professionisti e si rimproverava la sua totale incapacità di ballare.
– Ci lanciamo anche noi? Aveva chiesto la ragazza che aveva già cominciato a muovere il bacino a ritmo di musica.
– Veramente preferirei osservare se non ti dispiace, rispose Simone camuffando goffamente la sua avversione verso ogni tipo di ballo.
– Va bene. Accomodati sui gradini. Io devo ballare. E’ il mio corpo che me lo chiede!
Odalys aveva avuto giusto il tempo di terminare la sua frase che un ballerino dal corpo statuario l’aveva invitata a raggiungerlo sul marciapiede.
Il ragazzo, che indossava una maglietta con i colori del Brasile, guidava il corpo sinuoso della cubana con abilità facendola piroettare graziosamente da una parte all’altra della banchina.
Simone, seduto poco distante dalla piattaforma da ballo, osservava con un pizzico di gelosia il vortice sensuale creato da quei corpi che ondeggiavano in sintonia col battito frenetico della città.
Dopo circa mezz’ora e dopo aver cambiato vari compagni di ballo, Odalys si era seduta accanto a lui.
– Ho avuto la mia dose, disse la cubana alternando le parole al fiatone crescente.
– Sei fantastica quando balli! Immagino che sarai stanchissima.
– Mi servono soltanto dieci minuti per ricaricare le batterie e sarò pronta per ricominciare, rispose Odalys accennando un sorriso.
– Complimenti. Che energia! Allora vuoi restare qui e continuare a scatenarti?
– No. Andiamo via. Ti porto in un altro posto che adoro.
– Un altro marciapiede? Aveva chiesto Simone con un chiaro tono ironico.
– Lo scoprirai tra poco. Seguimi e fidati.
La frizzante sudamericana aveva ripreso la mano di Simone e aveva ricominciato a camminare tra le vie della capitale.
Attraversato il boulevard Diderot, i due si erano ritrovati sull’animata rue du Faubourg Saint Antoine, poco lontano da Bastille.
– Siamo giunti a destinazione. Ti presento il mio quartiere generale: il Barrio Latino, un’oasi cubana nel centro di Parigi, esclamò soddisfatta la ragazza.
Simone osservava con curiosità l’imponente facciata del palazzo e ne contemplava l’eleganza.
– Dentro quest’edificio di quattro piani mi sento a casa, disse Odalys.
– Cos’è esattamente?
– E’ il punto di riferimento dei sudamericani parigini: è un ristorante cubano dove gustare deliziose pietanze esotiche, è un bar che serve ogni sera centinaia di cocktail e, naturalmente, è una sala da ballo dedicata agli amanti dei ritmi latini, spiegò la ragazza accompagnando le parole con ampi gesti.
– E noi cosa siamo venuti a fare qui: mangiare, bere o ballare?
– Tutte e tre le cose senza moderazione!
–  Perfetto! Disse Simone spingendo il pesante portone d’ingresso.
Penetrato all’interno del locale, era rimasto senza fiato osservando la magnificenza delle decorazioni e la bellezza della scalinata centrale.
– La scala che stai osservando è stata realizzata dalla stessa mente che ha creato la Tour Eiffel, spiegò la ragazza osservando lo sguardo contemplativo del siciliano.
– Vuoi dire Gustave Eiffel?
– Esattamente.
– Che notizia! E’ una vera e propria perla nascosta agli occhi della maggior parte dei parigini. Mai avrei immaginato di scoprire un tale gioiello artistico in questo posto, disse Simone continuando a fissare la maestosa scalinata in legno massiccio.
– Non cominciare a parlare di storia dell’arte. Avrai tempo di farlo domani sul battello. Adesso andiamo a divertirci!

La coppia italo-cubana aveva cominciato la serata al bancone del bar alternando scambi di opinioni politiche con cocktail dall’alta gradazione alcolica.
Il loro acceso dibattito era continuato anche a tavola davanti abbondanti piatti di tapas, quesadillas, guacamole, picadillo (un piatto a base di carne accompagnata da riso e platani fritti) e una caraffa stracolma di sangria.
I due discutevano con grande accanimento della situazione cubana e ciascuno voleva convincere l’altro della propria tesi.
Simone riconosceva il valore della rivoluzione cubana del 1959 che, grazie soprattutto al carisma di Che Guevara, aveva portato al potere Fidel Castro. Il ragazzo, però, criticava duramente la situazione odierna dell’isola caraibica e affermava che, se quello era il risultato finale, la rivoluzione era stata fallimentare.
La ragazza controbatteva colpo su colpo le critiche al sistema organizzativo cubano. Il volto di Odalys, acceso dalla foga politica, si era infuocato e le parole uscivano dalla sua bocca come dal cratere di un vulcano in eruzione.
La giovane cubana difendeva con passione la sommossa popolare che aveva sottratto il potere al dittatore Batista.
– Grazie al Che, a Fidel e a migliaia di altri uomini valorosi, il popolo unito ha preso il potere, aveva esclamato Odalys alzando il tono della voce.
– E cosa hanno ottenuto alla fine? Aveva ribattuto in maniera provocatoria Simone.
– Hanno ottenuto la riforma agraria, espropriato e ridistribuito equamente le terre e fatto soffiare un vento di giustizia su Cuba.
– Certamente. Ma adesso la gente riesce a malapena a campare.
– E’ colpa degli americani! Esplose la giovane alzandosi in piedi. Sono loro che ci hanno spezzato le gambe con l’embargo. Quei bastardi ci vogliono schiacciare! Vogliono dominarci come fanno con il resto del mondo, vogliono conquistare la nostra isola e farne il loro giocattolo. Che provino a invaderci se hanno il coraggio. Resisteremo fino alla morte e li scacceremo uno a uno come abbiamo fatto alla Baia dei Porci.
– Che foga! Manca solo che ti metti a cantare El Pueblo unido jamas sera vencido.
– Non dire scemenze. Non mi piace scherzare su questo argomento.
– Va bene. Ma sei convinta che tutta la miseria della vostra isola derivi dall’embargo americano? Secondo te, il regime comunista non ha nessuna responsabilità?
Odalys non rispose all’ennesima provocazione di Simone ma lo guardò fisso mostrandogli la fiamma ardente che bruciava dentro i suoi occhi.
Quello sguardo valeva più di mille parole e bastò a far desistere il ragazzo.
– Mi hai fatto salire il sangue alla testa con le tue teorie strampalate. Adesso devo sfogarmi in qualche modo. Voglio ballare e questa volta tu vieni con me!
– Ma veramente…
– Non discutere. Ti guiderò io. Tu dovrai soltanto seguire i miei passi. Nei balli latini, e nella salsa in particolare, di solito è l’uomo che guida la donna. Ma se mi consenti di comandare la danza, ti insegnerò le basi per muoverti bene.
– Ok. Guida pure. Io non ho nemmeno la patente per ballare, rispose Simone riempiendosi un bicchierone di sangria. L’idea di ballare goffamente davanti a decine di sconosciuti lo terrorizzava e si era affidato all’alcool per sciogliere i suoi saldi freni inibitori.
Nel giro di pochi attimi si era ritrovato sulla pista da ballo e seguiva i movimenti della ragazza che lo dirigeva sorridendo.
– Segui il mio corpo e lasciati andare, lo aveva incoraggiato Odalys.
– Ci sto provando, aveva risposto il ragazzo che cercava di mascherare il suo disagio.
Simone osservava le mosse dei ballerini che lo circondavano e si rendeva conto che il suo corpo sembrava un pezzo di legno rispetto a quelle sagome snodabili dai fisici perfetti.
– Sai Odalys, penso che hai sbagliato persona. Se è un ballerino che cerchi, non sono io il tipo che fa per te.
Simone aveva avuto giusto il tempo di terminare la sua frase. La ragazza cubana aveva posato le sue labbra su quelle del giovane siciliano e lo aveva baciato intensamente.
– Non è un ballerino che cerco, stupido!
Il bacio di Odalys, l’effetto dell’alcool ingerito e l’eccitazione crescente aiutarono il ragazzo a sciogliersi e a scatenarsi sulla pista da ballo.
I due danzarono fino a notte fonda, alternando baci appassionati e balli indiavolati.
– Ora devo proprio andare, disse la ragazza intorno le tre di notte.
– Ti accompagno a casa.
– No. Grazie lo stesso. Prendo un taxi.
– Grazie per la serata. Sono stato bene con te. Ci rivedremo?
– Certo. Non abbiamo concluso la nostra conversazione su Cuba! Rispose Odalys con un sorriso fresco e luminoso. Se ti va, vienimi a prendere al lavoro domani.
– Verrei con piacere…se solo sapessi dove lavori.
– E’ vero. Non te l’ho detto. Sono infermiera al pronto soccorso dell’ospedale Saint Antoine.
– Infermiera? Non l’avrei mai detto!
– Aiutare gli altri è il mio scopo nella vita. Ballare mi aiuta a dimenticare la sofferenza che vedo durante il giorno.
– Quello che fai ti fa onore, disse Simone guardando la ragazza sotto una luce diversa.
– Ti aspetto domani.
Odalys prese un taxi e Simone tornò a casa a piedi assaporando ogni centimetro quadrato di quella città che gli aveva restituito la felicità.
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La VIII puntata tra cinque giorni…