Terrore senza fine

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L’odio verso la Francia e l’Occidente

Un’altra tragedia si è consumata lunedì scorso alle porte di Parigi, un altro orribile delitto perpetrato dal terrorismo islamico nei confronti del mondo occidentale.
Una coppia di poliziotti è stata barbaramente uccisa mentre si trovava nella propria casa di Magnanville, un piccolo comune nelle Yvelines, davanti gli occhi innocenti del figlioletto di tre anni.
Poco dopo le otto di sera, il comandante Jean-Baptiste Solvaing rientra a casa dopo una giornata di lavoro.
Un individuo, nascosto dietro il cancello che da accesso al terreno dell’abitazione, si getta sul poliziotto e lo accoltella selvaggiamente.
La vittima tenta di fuggire gridando ai vicini di chiamare i soccorsi e mettersi in salvo ma, Larossi Abballa, il suo assalitore, torna su di lui e lo finisce sferrando una serie di coltellate fatali.
Dopo aver assassinato il comandante Solvaing, Abballa si rinchiude in casa e sequestra la moglie del poliziotto, Jessica Schneider, segretaria al commissariato di Mantes La Jolie, e il figlio della coppia.
Giunta sul posto, la brigata anti-criminalitá circonda la casa e inizia a negoziare con il sequestratore.

Larossi Abballa utilizza il dialogo con la polizia per rivendicare il suo gesto: si dichiara musulmano praticante, dice di far parte dell’ISIS, lo Stato Islamico, e aggiunge di avere agito in risposta all’appello lanciato dall’emiro Abou Bakr Al-Baghdadi che aveva invitato, durante il ramadan, a uccidere gli infedeli in casa loro, insieme alle loro famiglie.
Al termine delle rivendicazioni, il terrorista interrompe le comunicazioni con la polizia che decide di intervenire e penetrare nel domicilio: Abballa viene ucciso dalle forze speciali, Jessica Schneider viene ritrovasta sgozzata e il bambino, di soli tre anni, salvo ma in stato confusionale.
Prima di essere ucciso, il jihadista si era filmato e aveva diffuso un video su Facebook dove ribadisce le sue rivendicazioni minacciando di trasformare l’Euro 2016 in un cimitero per la Francia.
Come spesso accade in questi tragici eventi, l’assassino era ben conosciuto dai servizi di polizia: era già stato condannato per terrorismo per la partecipazione a una filiera jihadista afghano-pakistana, era schedato con la Fiche S che designa gli islamisti radicali e le sue conversazioni telefoniche erano sotto controllo.

La lunga scia di sangue, terrore e violenza continua a dilaniare una Francia oramai in ginocchio.
Dopo la strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio dello scorso anno, i sanguinosi attentati del 13 novembre culminati con la carneficina del Bataclan, numerosi omicidi di stampo islamico, come l’assassinio di Aurélie Chatelain e di Hervé Cornara, la gente aspetta misure concrete dal governo per arrestare gli attacchi terroristici.
Quante altre vittime bisognerà attendere prima che lo Stato intervenga concretamente per annientare la piaga del terrorismo islamico? Quanto altro sangue innocente dovrà scorrere? Se l’attentatore era già schedato e conosciuto dai servizi anti-terrorsimo, perchè non è stato fermato in tempo?
Lo stato d’emergenza tutt’ora in vigore, dichiarato dal Presidente della Repubblica Hollande, conferisce maggiore potere d’azione alle forze dell’ordine ma, purtroppo, non rappresenta una soluzione alla minaccia islamica.
Bisogna intervenire con il pugno fermo nei luoghi dove si predica l’odio e si propaga l’islamismo radicale, condannare in maniera dura chi si macchia di crimini di stampo terroristico ed evitare episodi di recidivismo.

Il governo Hollande, dopo ogni tragedia recente, ha indetto marce, manifestazioni simboliche e momenti di raccoglimento per onorare e ricordare le vittime e ha invitato la popolazione a non amalgamare o etichettare l’intera comunità musulmana.
E’ giusto organizzare manifestazioni per riunire il popolo ed è comprensibile l’invito del governo a non fare di tutta l’erba un fascio per evitare derive razziste o xenofobe.
L’eccessiva tolleranza, però, può sfociare nell’indifferenza, il terreno ideale per l’anarchia e il caos: il governo deve prendere atto che una guerra è in corso e che la Francia è già da tempo nel mirino dei jihadisti.
Difendersi, in casa propria, è più che legittimo ma per farlo serve un governo capace di azioni concrete e di legiferare al fine di sradicare il terrorismo che prolifera indisturbato.
Se si continua a sottovalutare la minaccia che incombe sull’Europa, le profezie di Oriana Fallaci, che come una Cassandra inascoltata aveva previsto lo scenario odierno, diventeranno realtà.
La Fallaci che aveva parlato della fine dell’Europa e l’avvento dell’Eurabia fu processata in  Francia, nel 2002, con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia.
Eppure basterebbe rileggere i suoi libri, La Rabbia e l’Orgoglio (2001), La forza della ragione (2004) e Oriana Fallaci intervista se stessa (2004), alla luce degli eventi degli ultimi due anni per rendersi conto che le sue denunce, anche se scomode, crude e fastidiose, non erano poi cosi sbagliate.

Loi El Khomri: la protesta continua!

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Le proteste contro la Loi El Khomri

Il popolo francese si prepara per la grande manifestazione nazionale di domani, martedì 14 giugno, per protestare contro il progetto di legge El Khomri che vuole cambiare radicalmente la legge sul lavoro.
Il leader del sindacato CGT, Philippe Martinez, prevede una partecipazione massiccia a Parigi, dove il corteo di protesta partirà alle 13:00 da Place d’Italie in direzione degli Invalides.
L’estenuante braccio di ferro tra governo e sindacati è entrato in una pericolosa impasse che sta paralizzando il Paese: gli scioperi si susseguono, dai trasporti alla nettezza urbana, la tensione sale e le manifestazioni si moltiplicano.
L’amara pillola del Job Act, passata senza troppi problemi nell’Italia di Renzi, non viene digerita dai cugini francesi che rifiutano di accettare la precarizzazione del lavoro.
La legge El Khomri si ispira dichiaratamente al Job Act italiano che ha falciato, nel marzo 2015, l’articolo 18 che consentiva il reintegro dell’impiegato in caso di licenziamento abusivo, aumentando la flessibilità delle condizioni lavorative e la precarietà dei contratti.
A differenza degli italiani, i francesi non accettano la svalorizzazione dei diritti dei lavoratori e, in risposta al governo, protestano, manifestano e bloccano il sistema sociale per esprimere il proprio malcontento.

Il governo ha risposto con fermezza ai manifestanti indicando l’intenzione di non ritirare o modificare la legge El-Khomri e di farla passare, in modo forzato, utilizzando il dispositivo 49-3.
L’articolo 49-3 della Costituzione, l’arma fatale del governo, permette al Primo Ministro di approvare un progetto di legge sotto la propria responsabilità.
Il disegno di legge viene considerato adottato a meno che una mozione di censura, presentata nelle 24 ore seguenti, venga votata dall’Assemblea Nazionale.
Questa impopolare decisione, che ha bloccato il dialogo sociale, ha gettato nuova benzina sul fuoco determinando l’inasprimento delle tensioni sociali e il moltiplicarsi degli scioperi delle mobilitazioni di massa.
La rabbia della gente è palpabile come ha dimostrato l’arrivo concitato del Ministro dell’Economia, la settimana scorsa, alla posta di Montreuil, dove si era recato per celebrare un francobollo commemorativo dell’ottantesimo anniversario del Fronte Popolare.
Emmanuel Macron è stato accolto da slogan ostili, urla, fischi e lanci di uova da un gruppo di sindacalisti della CGT ed esponenti del PCF, oppositori della legge El Khomri.

Perché il governo non vuole assolutamente fare marcia-indietro davanti alle manifestazioni e alle rivendicazioni del popolo?
Per quale motivo Valls e Hollande rifiutano ogni forma di dialogo con gli antagonisti sociali e, di fronte a un Paese indebolito dagli scioperi e dalle tensioni, continuano verso una direzione suicidaria?
Come mai un governo di sinistra assume questa attitudine autoritaria nei confronti della gente che lo ha votato?
La riforma del lavoro francese, come il Job Act italiano, non è altro che l’applicazione della volontà della Commissione Europea di imporre ai suoi membri misure di austerità e riforme coercitive: il governo francese chiede al suo popolo di versare quelle famose lacrime e sangue che il ministro Fornero, versando patetiche lacrime di coccodrillo, chiese a noi italiani durante il governo-fantoccio Monti.
I governi si vedono depauperati e svuotati della loro sovranità nazionale che viene rimpiazzata da poteri superiori e da bieche logiche capitalistiche.
Le politiche nazionali vengono progressivamente sostituite dai dictat dettati dalle istituzioni europee e dalla globalizzazione finanziaria che avanza come una macchina da guerra.
Solo il popolo unito, dotato d’una solida coscienza di classe e guidato dalla volontà di resistere e salvaguardare la propria identità e i propri diritti, può arrestare questa pericolosa avanzata.
L’opposizione dell’Italia si è rivelata molto debole e le riforme piovute dall’alto sono state adottate: il Job Act è passato, l’articolo 18 scomparso e i diritti dei lavoratori calpestati e umiliati.
Il popolo francese si mostra più coeso, solidale, unito e battagliero.
Riuscirà a resistere?

Le Pays des Bisounours

I Bisounours

I Bisounours

Ho lasciato l’Italia circa dieci anni fa.
E’ un bel Paese l’Italia e, ancora oggi, non capisco per quale motivo me ne sono allontanato.
E’ un Paese in cui regna la meritocrazia e i giovani, freschi di Laurea, trovano immediatamente un impiego a tempo indeterminato.
L’articolo 1 della costituzione, che recita “l’Italia è una democrazia fondata sul lavoro”, è rispettato meticolosamente e ogni anno, migliaia di neolaureati trovano lavoro grazie alle proprie competenze.
Il lavoro precario non esiste e il governo vara sistematicamente leggi e riforme finalizzate a garantire e incentivare l’occupazione, soprattutto quella dei più giovani.
Chi si trova nella sfortunata situazione della perdita del lavoro può contare su importanti ammortizzatori sociali che garantiscono una buona qualità di vita.
Il governo investe ingenti quantità di denaro nel campo della ricerca per agevolare il progresso scientifico e per mantenere in Italia i suoi eccellenti ricercatori.
E’ un Paese in cui non esiste la corruzione e i cittadini vigilano sul rispetto dei valori etici che hanno reso grande l’Italia e la sua reputazione nel resto del mondo.
I magistrati sono rispettati come divinità e i cittadini si affidano, con rigore e disciplina, alle loro decisioni.
I politici italiani mettono il bene dei cittadini davanti ai propri interessi personali e lottano quotidianamente contro le ingiustizie.
I nostri rappresentanti in parlamento prendono costantemente iniziative per ridurre le disuguaglianze sociali e manifestare il loro interesse verso la pratica della politica: riduzione dello stipendio, eliminazione dei vitalizi, riduzione del numero dei parlamentari, rinuncia ai vantaggi personali derivanti dalla carica politica.
I capi del governo mantengono sempre un comportamento integgerimo ed esemplare e, se commettono uno sbaglio o assumono atteggiamenti ritenuti immorali, sono pronti a fare un passo indietro abbandonando la carica che ricoprono.
Si sta bene in Italia, anzi benissimo.
Io, però, sono andato via perchè avevo voglia di conoscere un’altra cultura e un altro Paese.

Sono arrivato in Francia circa dieci anni fa.
E’ un bel Paese la Francia e ringrazio il cielo per essermi trasferito in questa nazione.
E’ un paese in cui fa sempre bel tempo e dove piove molto raramente.
Un sole raggiante illumina le giornate parigine e la stagione estiva dura più di quattro mesi.
Influenzati positivamente dal tempo mite, i francesi sono sempre sorridenti, non si lamentano mai di nulla e sono sempre pronti ad aiutare chi non parla la loro lingua.
La metropolitana di Parigi è un piccolo angolo di paradiso: si respirano fresche fragranze raffinate e un buon profumo di primavera, i pendolari discutono allegramente e simpatizzano tra loro, i passeggeri lasciano scendere educatamente gli altri prima di entrare nel vagone, la gente è distesa e rilassata.
Parigi è una città fantastica che garantisce a tutti un’ottima qualità di vita.
E’ possibile affittare un appartamento spazioso per poche centinaia di euro e il padrone di casa chiede pochissime garanzie.
Il prezzo del mattone è talmente basso che anche l’acquisto di una casa è alla portata di molti.
E’ il Paese dei diritti del’uomo e offre numerosi vantaggi economici e sociali ai suoi cittadini che, rispettosi e disciplinati, non approfittano mai del sistema e delle sue agevolazioni.
Il governo vara riforme eque e giuste che vengono accettate con molta comprensione dal popolo: i francesi  non scendono mai in strada a esprimere il proprio dissenso o, addiritttura, manifestare con forme violente di protesta.
Si sta bene in Francia, anzi benissimo.
Io, però, penso che un giorno andrò via perchè ho voglia di conoscere un’altra cultura e un altro Paese.

Ho già scelto la mia prossima destinazione: le Pays des Bisounours!

P.S.: Per chi non lo sapesse, l’espressione On n’est pas au Pays des Bisounours è utilizzata nel linguaggio francese per sottolineare, in maniera forte e colorata, che non viviamo in un mondo ideale.
Chi utilizza questa espressione fa capire al suo interlocutore che sta eccedendo con gli idealismi e le utopie e che la realtà è ben più dura e cruda.
E’ un modo simpatico per riportare con i piedi per terra chi ha tendenza a essere eccessivamente ottimista e a sognare un mondo ideale.
La parola Bisounours si riferisce a un cartone animato (andato in onda anche in italia con il nome di Orsetti del cuore) che ha come protagonisti dei teneri orsacchiotti circondati da stelline, farfalline, nuvolette, fiorellini colorati, arcobaleni e tanta tanta tranquillità!

A cosa è servito l’OXI in Grecia?

La Grecia sull'orlo della crisi

La Grecia sull’orlo della crisi

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, era inizialmente riuscito a opporsi alle severe condizioni dell’accordo proposto dalla Banca Centrale Europea (BCE), la Commissione Europea e il Fondo Monetario Europeo (FMI).
Il risultato del referendum di domenica 5 luglio ha dimostrato che esiste una netta maggioranza della popolazione greca, formata principalmente dalle classi popolari e proletarie, che si oppone alle politiche di austerità imposte dalla Troika europea sotto la pressione del governo tedesco e delle banche.
A più di una settimana di distanza dalla larga vittoria del NO (OXI), 61,31% dei voti, e dopo le dimissioni del ministro dell’economia Varoufakis, sacrificato sull’altare dell’austerità, il leader di Syriza ha intensificato le discussioni e i negoziati con i creditori.
Di fronte alla tirannia economica e politica della Troika, Tsipras ha cercato di capitalizzare il successo ottenuto e rifiutare ogni concessione o azione deleteria per le masse popolari e le classi operaie.
Dopo oltre 30 ore di negoziati e una riunione-fiume dell’Eurosummit, l’accordo è stato raggiunto questa notte: la Grecia beneficierà di un terzo piano di auti dal fondo salva-Stati (circa 85 miliardi in tre anni) in cambio di un pacchetto di riforme che il governo greco dovrà approvare rapidamente.
La serata di ieri è stata incandescente e le trattative durissime: Tsipras ha dovuto fare i conti con l’intransigenza e la severità della Germania di Angela Merkel che fino all’ultimo si è mostrata ostile alla firma dell’accordo.
Secondo le testimonianze di vari giornalisti, durante uno scambio di battute particolarmente acceso tra il premier greco e gli interlocutori europei Tsipras si sarebbe tolto la giacca dicendo in modo sprezzante  “Prendete anche questa!”.

L’accordo è stato finalmente raggiunto e le ipotesi più pessimiste e drammatiche per la Grecia, ovvero il Grexit e il Grexident, sono state scongiurate.
Il Grexit, termine che nasce dalla crasi della parola Grecia e del termine inglese Exit, si tradurrebbe in un’uscita “amichevole” della Grecia dalla zona Euro: il Paese uscirebbe dalla moneta unica ma resterebbe nell’Unione Europea conservandone il sostegno politico e tecnico.
La Grecia ritornerebbe alla dracma e teoricamente l’economia greca potrebbe beneficiare di una moneta svalutata.
Durante questa fase di transizione, il controllo dei capitali verrebbe mantenuto dalla BCE che continuerebbe a sostenere le banche greche.
L’UE fornirebbe l’aiuto tecnico necessario per la stampa delle banconote e la conversione in euro delle obbligazioni private e pubbliche.
I costi di un’eventuale uscita della Grecia dall’UE sarebbero enormi e le conseguenze geopolitiche potrebbero essere catastrofiche trasformando la  penisola ellenica in una porta d’accesso per i migranti e i rifugiati verso l’Europa.
Il Grexident, invece, consisterebbe in un’uscita accidentale della Grecia dalla zona Euro: la Grecia verrebbe dichiarata insolvente e la BCE sospenderebbe gli aiuti alle banche elleniche condannandole al fallimento.
La Grecia si troverebbe con le spalle al muro, incapace di pagare le pensioni e i salari ai suoi funzionari e lo Stato sarebbe costretto a stampare una moneta parallela destinata a crollare di fronte all’Euro.
I prezzi dei prodotti importati salirebbero alle stelle e il potere d’acquisto sprofonderebbe nell’abisso.

Il peggio è stato, dunque, evitato grazie a un finanziamento ponte per ridare liquidità alle banche e all’alleggerimento del debito con scadenze più lunghe e un periodo di grazia sui pagamenti.
Tuttavia la situazione della Grecia resta delicatissima.
Due giorni di passione attendono Tsipras che dovrà convincere il parlamento greco a votare le riforme, imbevute di lacrime e sangue, imposte dalla Troika: l’aumento dell’IVA, la riforma del sistema pensionistico, l’adozione del nuovo codice di procedura civile e la trasposizione delle norme europee per la risoluzione bancaria.
Il premier greco dovrà fare i conti con il suo partito, Syriza, che spaccatissimo al suo interno accusa il primo ministro di avere tradito il programma iniziale e di avere umiliato la Grecia.
Alexis Tsipras ha appena affrontato una nottata infernale battendosi come un leone contro le dure richieste di austerità di Angela Merkel, il rigore cieco del ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, e lo squallido cinismo dei Paesi del Nord-Est europeo (soprattutto Finlandia, Lettonia e Slovacchia) pronti a spingere la Grecia verso il baratro del fallimento.
Le ore che seguono rischiano di essere ancora più complicate per Tsipras: il tempo stringe per la Grecia che, in caso di mancato accordo, dovrà restituire 3,5 milioni di euro alla BCE entro il 20 luglio.

La Grecia ha dato una grande lezione di democrazia all’Europa intera con il referendum di domenica 5 luglio e ha manifestato la volontà del suo popolo di lottare per la propria identità e dignità nazionale.
Ma il risultato del referendum è servito veramente a qualcosa?  Le grida delle migliaia di manifestanti in piazza Syntagma che gridavano OXI contro le asfissianti richieste di austerità hanno forse scosso le coscienze della Merkel, Junker & Co.? La risposta è NO!
La sovranità delle banche imperialiste e di una manciata di dirigenti della BCE e dell’FMI si sono sostituite alla sovranità nazionale e al volere del popolo greco.
L’ipocrita Unione Europea sotto l’egida della Germania chiede ancora una volta al popolo di stringere la cintura per difendere gli interessi delle banche capitaliste.
Se non si tratta di un colpo di Stato, non siamo lontani.
Ma dove sono finiti gli ideali di solidarietà e democrazia su cui si fonda la Comunità Europea?

La Grecia e l'austerità

La Grecia e l’austerità

Mucca o pecora?

Mucca o pecora?

Ogni volta che torno a Parigi dopo le vacanze trascorse in Sicilia le pagine di questo blog si tingono di sfumature agrodolci e gli articoli che pubblico hanno il sapore amaro della malinconia.
E’ come se tornando alla base parigina senta il bisogno di fare il punto della situazione cercando di venire a capo del groviglio di emozioni e sensazioni che si viene a creare dentro me.
Anche il seguente articoletto è foriero di quel senso di straniamento e alienazione che accompagna ogni mio rientro in Francia.
Sarà l’ultimo post di quest’anno ad avere toni grigiastri e striature nostalgiche, lo prometto!
Ridarò al blog il tono frizzante e spensierato che lo contraddistingue, tornando a proporvi iniziative originali, ad aggiornarvi sugli eventi parigini e a raccontarvi le novità culturali che rendono unica la capitale francese.
Dopo le vacanze natalizie, in particolar modo, mi viene automatico confrontare le mie due vite parallele e paragonarle inconsciamente tra di loro.
L’inizio di un nuovo anno rappresenta anche la chiusura di un ciclo temporale e un momento in cui si fa il bilancio di cosa si è fatto e dei progetti per il futuro.
Mi capita ogni anno, come penso capiti a milioni di persone nel mondo, ma quest’anno la conclusione alla quale sono arrivato è alquanto bizzarra: “sono una pecora ma la mucca che c’è dentro di me si sta prepotentemente svegliando”.
No, non mi riferisco all’oroscopo cinese e nemmeno a quello Maya ma piuttosto alla saggezza popolare siciliana che vale più di tutti gli astrologi e i veggenti esistenti su questo pianeta.

Chi legge le pagine di questo blog saprà che da qualche tempo a questa parte l’idea di lasciare Parigi per stabilirmi nella mia Sicilia natale mi frulla per la testa.
Durante le giornate trascorse a Cinisi mi è capitato di parlare con molte persone di questo mio progetto ricevendo come risposte pareri divergenti e discordanti.
Molti dei miei amici e delle mie conoscenze hanno, almeno inizialmente, scoraggiato questo mio ardente impeto e questa voglia di tornare alle origini.
Le loro frasi rimbombano ancora nella mia mente: “Bisogna stare dove c’è il pane!”, “Qui in Sicilia non c’è niente! Bisognerebbe immergerla sotto l’acqua quest’isola e poi farla rivenire a galla; solo così la mentalità dei siciliani potrebbe cambiare. Stai lì dove sei, non ti muovere.”
Un anziano signore che conosco da molto tempo ha addirittura citato una battuta del film di Tornatore Nuovo Cinema Paradiso recitandomi con foga la famosa frase che Alfredo (Philippe Noiret) dice a Totò (Salvatore Cascio)  “Questa terra è maledetta. Quando sei qui tutti i giorni hai la sensazione di essere al centro dell’universo, sembra che niente cambi mai. Poi te ne vai,un anno, due…E quando ritorni tutto è cambiato. Il filo è spezzato. Non ritrovi quello che stavi cercando, le tue cose non esistono più. Non è così? Devi andartene per molti, molti anni, prima di tornare e ritrovare di nuovo la tua gente, la terra dove sei nato. Ma non ora, non è possibile. Ora sei più cieco di me
Tuttavia questo non è un film ma la mia vita e per quanto la citazione cinematografica possa avermi toccato ed emozionato preferisco chiedere consiglio al mio migliore amico.

Alessandro mi conosce da molti anni e mi fido molto delle sue opinioni e dei suoi consigli perchè sono sempre dettati da un sapiente connubio di intelligenza, empatia e sincera amicizia.
Lo vado a trovare, poco prima del mio ritorno a Parigi, nella tipografia dove lavora e lo trovo impegnato a realizzare una delle sue tante creazioni grafiche.
Mi saluta affettuosamente e si stupisce nel vedermi spuntare dal nulla visto che non lo avevo informato di essere rimasto in Sicilia qualche giorno in più del previsto.
Iniziamo a discutere del paese, degli amici in comune, della situazione dell’Italia e di altri argomenti di comune interesse.
Poi il discorso cade sulla mia situazione e sulla delicata decisione che dovrò prendere tra qualche tempo.
Dibattiamo animatamente sui vantaggi e gli svantaggi di un possibile futuro in Sicilia o di un’eventuale permanenza a Parigi, ci proiettiamo avanti negli anni ipotizzando possibili scenari, montiamo e smontiamo i tasselli del mosaico della vita come se stessimo ricostruendo un puzzle immaginario.
La nostra discussione non approda a nessuna conclusione definitiva ma genera un evento che mi marca profondamente.

Il tipografo, che da molti anni gestisce l’azienda in cui lavora Alessandro, aveva ascoltato la conversazione e spinto dalla necessità di condividere il suo pensiero interviene nel dibattito.
L’arzillo signore aveva ascoltato le nostre elucubrazioni mentali dall’altro lato del negozio e aveva sentito il bisogno di prendere parola e raccontarci la sua storia.
Ci racconta della sua esperienza di vita all’estero quando era giovane, dei sacrifici e degli anni di lavoro in Svizzera lontano da tutti e da tutto.
Dieci lunghi anni durante i quali era riuscito a crearsi una posizione e a guadagnarsi degnamente da vivere fino a quando le sue radici lo hanno richiamato a casa.
Sentendo i nostri discorsi il mio compaesano ha rivisto passare davanti ai suoi occhi una fase importante della sua vita e ha rivissuto le emozioni, le incertezze e i dubbi che hanno accompagnato quel momento e che adesso sto vivendo io.
Il saggio tipografo, dopo aver concluso il suo aneddoto biografico, impreziosisce il racconto con un proverbio siciliano.
Mi guarda con una luce particolare negli occhi e mi dice: Ragazzo mio, qui da noi si dice “A vacca (sta) unni nasci, a pecora (sta) unni pasci” (ovvero “la mucca sta dove nasce, la pecora sta dove può mangiare”).
Al fine di ratificare maggiormente il senso delle sue parole, mi spiega che le mucche sono animali morbosamente legati ai luoghi abituali del loro pascolo e che li abbandonano con molta difficoltà; la pecora, invece, è capace di adattarsi a qualsiasi habitat naturale purchè abbia una sufficiente quantità d’erba da brucare.
Ascolto con grande ammirazione la verità e la saggezza egregiamente espresse in quel detto popolare che racchiude magicamente due lati antitetici e fondamentali della natura umana.
Guardo Alessandro con un sorriso beffardo e gli dico “Io ci sto provando a fare la pecora ma la mucca che c’è dentro di me sta uscendo fuori prepotentemente!”

E voi siete pecore o siete mucche?

Confessioni di un apolide

Confessioni di un apolide

Ripubblico di seguito un post che risale al gennaio di due anni fa. Il tempo è trascorso ma i miei sentimenti non sono cambiati.

Ed eccomi qua! L’ennesimo ritorno a Parigi dopo le tradizionali vacanze in Sicilia dove, come ogni anno, ho trascorso indimenticabili giornate.
Mi fa sempre una strana sensazione trascorrere le “vacanze” a casa mia, con la mia famiglia, nel mio paese, tra la mia gente e mi sembra altrettanto strano, poi, tornare a Parigi e sentirmi a casa: ritrovare le mie abitudini, la cerchia di amicizie parigine e quella routine metropolitana a cui ormai sono abituato.
Due vite parallele che avanzano incondizionatamente, due universi distanti ma mescolati insieme nella mia mente.
La mia attività onirica me lo dimostra costantemente: quando sono a Parigi sogno di persone, cose, aneddoti e luoghi siciliani e viceversa quando sono in Sicilia sogno “in francese”.
Ogni volta che ritorno in Sicilia, ho l’impressione che tutto sia rimasto come l’avevo lasciato l’ultima volta: è come se avessi premuto il pulsante stand by nel telecomando della vita, cristallizzando emozioni e persone, e che una volta ritornato, il flusso del tempo ricominci normalmente.
E’ uno stato d’animo particolare quello di chi vive sospeso tra due (o piú) Paesi, confinato in un limbo di emozioni e speranze, costretto alla nostalgia e condannato alla malinconia.
Questa struggente dicotomia dell’anima che si dibatte tra presente e passato, tra ricordi e realtà, tra tradizioni e pragmatismo, riguarda sopratutto i siciliani che lasciano la propria terra in cerca di un Eldorado lontano o semplicemente di dignità.

I siciliani, sono maggiormente legati alla proprie origini perchè provengono da una terra baciata dal sole e carezzata dal mare, dove non c’è nulla che vada per il verso giusto ma la gente ha sempre il sorriso sulla bocca.
O forse quest’eterna malinconia riguarda chiunque decida di lasciare il proprio paese, qualunque esso sia, per cercare fortuna altrove.
Mi sono sempre chiesto se il fatto di essere siciliano, di essere nato e aver trascorso tutta la prima parte della mia vita immerso in paesaggi da cartolina e tra gente genuina, possa aver accentuato il senso del distacco.
Da piccolo non avrei mai pensato di abbandonare la mia bella Sicilia.
Il pensiero non mi traversava minimamente lo spirito. Come lasciarla? Con quali parole le avrei detto Addio? Come lasciarmi alle spalle tutto ció che la Sicilia rappresentava per me e tutto quello che mi aveva dato? In che modo cancellarla dalla mia mente? Con quali occhi guardare il mare prima di partire? Impossibile!
Eppure l’ho fatto.
Ancora oggi mi chiedo dove abbia trovato la forza di lasciarmi tutto alle spalle, fare fagotto delle emozioni e dei ricordi che volevo portarmi dietro e partire.

Pensavo di fare la classica esperienza di qualche mese, tappa obbligata per qualsiasi studente laureato in Lingue che tramite l’Erasmus o il Leonardo o qualsiasi altro progetto, vuole mettere in pratica ció che ha studiato.
Non è stato l’Erasmus a portarmi a Parigi, nè il Leonardo o l’Archimede pitagorico ma è stata la vita che ha letteralmente sradicato la mia vecchia esistenza siciliana per impiantarla nella ville lumière.
Sono passati sette anni da quando la vita ha deciso la mia partenza.
A distanza di tempo, la Sicilia fa sempre parte del mio essere ma la mia vita ha assunto sfumature diverse da quando abito a Parigi.
Questa città è una creatura bella e dannata, una ninfa da baciare ma della quale non bisogna assolutamente innamorarsi o sarà lei ad avere la meglio e resterete, come il sottoscritto, invischiati tra le sue braccia.
Parigi è una carogna luccicante che sa ammaliare chi prova a sentirne l’odore o chi vuole solamente sfiorarla.
E’ facile restare impelagati in questa splendida città, godere dei piaceri che essa offre, abbandonarsi nei suoi meandri saporiti.
E’ facile sentirsi a casa a Parigi, ambientarsi, crearsi una nuova vita e non vedere passare gli anni.
Non è facile lasciare Parigi dopo che ti ha percorso l’anima.

Cinismo metropolitano

Rivendeteli!

Rivendeteli!

Non vi sono piaciuti i vostri regali di Natale? Rivendeteli!
Questo è il cinico messaggio che campeggia in questi giorni sulla metropolitana parigina per pubblicizzare la società di vendite online Priceminister.
Benvenuti nel capitalismo 2.0!